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Il diritto commerciale nel dialogo interdisciplinare

Francesco Vella

Desidero innanzitutto ringraziare Giuliana per il richiamo al mio saggio recentemente pubblicato su questa rivista; era un saggio che nasceva da una duplice esigenza di inquadramento sistematico delle radici interdisciplinari del Diritto Commerciale e di riflessione sui possibili sviluppi di un sapere giuridico inevitabilmente destinato a incrementare dialoghi e integrazioni con altri campi della conoscenza.

Rinvio, quindi, al percorso che in quel saggio ho tentato di delineare, con i relativi approfondimenti e i dovuti riferimenti dottrinali, limitandomi ad una rapidissima, e non certo esaustiva, sintesi delle maggiori aree problematiche che proprio quelle forti radici pongono al centro della nostra agenda futura.

segue

E devo dire, in primo luogo, che la stringente attualità colloca purtroppo questa agenda non tanto nel futuro, ma in un presente che genera qualche disorientamento e richiede un serio e argomentato dibattito con un altrettanto seria e ambiziosa progettualità.

Mi riferisco a quei provvedimenti che, in attuazione del PNRR, prevedono una riduzione dei crediti obbligatori e caratterizzanti nei curricula universitari nella prospettiva, chiaramente esplicitata dal legislatore, di favorire sostanziali iniezioni di interdisciplinarità.

Ancor più recenti misure legislative, superando un antico divieto, consentono, poi, la contemporanea iscrizione a più corsi universitari.

In altra sede ho esposto le mie critiche a queste modalità di procedere, perché riflettono una scarsa consapevolezza delle caratteristiche di ricerca e didattica interdisciplinare che, mi permetto di dire, meriterebbero di essere più attentamente studiate per superare una certa facile retorica buona per tutti gli usi.

È evidente, ad esempio, e a prescindere da tutte le difficoltà operative per gli studenti, che studiare più materie o addirittura più corsi non significa essere di per sé interdisciplinari: la sommatoria non è l’integrazione che è molto più complicata e richiede un grande sforzo di elaborare linguaggi, modalità di apprendimento, paradigmi di ricerca completamente diversi rispetto a quelli ai quali siamo abituati.

Come si è efficacemente riassunto, la interdisciplinarità presuppone le discipline e quindi un ancoraggio alle rispettive identità che non devono affatto scolorirsi, ma necessita che si dia un reale contenuto a quel prefisso, “inter”, sul quale si giocano tutte le capacità di negoziare, coordinare, dialogare con altre competenze e verificare sul campo, scontando successi e insuccessi, i risultati raggiunti.

Questi non facili obiettivi si possono raggiungere, non attraverso misure forse di grande impatto mediatico ma poco efficaci (vedremo in futuro quanti saranno gli iscritti a due corsi universitari), ma con un percorso di riforma che investa innanzitutto la governance di ricerca e didattica.

La prima, necessaria, tappa di un simile percorso riguarda quella che potremmo ormai definire la madre di tutte le distorsioni.

Ormai da tempo non esiste studio o presa di posizione ufficiale che non esprima severe critiche alla rigidità della attuale organizzazione dei settori scientifico disciplinari, perché è del tutto evidente che la (ri)classificazione dei saperi è essenziale per rimuovere gli ostacoli verso una effettiva apertura delle competenze al dialogo e reciproco scambio.

È fin troppo ovvio e banale, ribadisco che non ho trovato in letteratura un singolo contributo che non metta in evidenza questa palese contraddizione, che finché il ricercatore rimane “ingabbiato” in un singolo settore e soprattutto penalizzato allorquando cerca di introdurre elementi di elasticità (anche in questo caso per maggiori approfondimenti rinvio al mio contributo prima citato) ogni esercizio di interdisciplinarità trova inevitabilmente una strada in salita.

Tempo fa, nel 2018, il CUN aveva proposto un nuovo modello che si basava sulla differenziazione tra raggruppamenti disciplinari e domini di ricerca con «una chiara distinzione dei loro usi e funzioni e senza relazioni gerarchiche fra le due articolazioni», modello meritevole di ulteriori riflessioni, ma che rappresentava, e a mio parere tuttora rappresenta, un importante punto di riferimento.

Desta amarezza il fatto che, a distanza di quattro anni, quella proposta sia caduta nell’oblio, nonostante le continue e ripetute critiche (assurte anche agli onori della stampa quotidiana) ad una organizzazione universitaria lontana da quella visione “olistica” delle competenze, trasversale tra le scienze umanistiche e quelle c.d. dure, ormai imposta dalla realtà dei fatti (basta una rapida rilevazione statistica dei contributi sul fenomeno pandemico per vedere come imprescindibili approcci sistematici siano ormai la prassi).

Manca, in sostanza, una visione che, fondandosi su rigorose analisi, dibattiti scientifici e adeguate linee programmatiche, affronti organicamente queste problematiche, come in fin dei conti il documento del CUN tentava di fare.

In questo vuoto progettuale, come testimoniano anche le discussioni all’in­terno dell’associazione che raggruppa i giuristi, ma analoghe problematiche stanno emergendo in tutti gli ambiti disciplinari, è inevitabile che ciascun settore, per fin troppo ovvi motivi, rivendichi la sua essenziale peculiarità e rifiuti ogni seppur lontana ipotesi che la metta in dubbio.

Il rischio è che, per superare lo status quo, si finisca, e la tentazione come è noto è diffusa, col procedere a tagli trasversali o a raggruppamenti (secondo ad esempio la classificazione dell’European Research Council, dove, detto per inciso, i giuristi sono assenti) vissuti come una forzatura estranea alla nostra comunità scientifica e alle sue diverse istanze.

Diventa allora importante, guardando a casa nostra, che, per evitare pericolose scorciatoie, si apra una discussione proprio partendo, dai paradigmi che appartengono alle radici del diritto commerciale, fin dalle origini permeabile a territori di frontiera con le scienze aziendali, economiche e sociali, per ragionare sulla (ri)definizione di perimetri e confini, con la consapevolezza che analogo processo dovrebbe investire tutti gli attori, di tutte le discipline, realmente interessati ad una riforma dei settori.

Naturalmente, ma anche qui non sto dicendo niente di nuovo, una simile revisione, per realizzare le sue finalità, deve coinvolgere anche i parametri e i criteri di valutazione della produzione scientifica, tassello essenziale per lo sviluppo di ricerche (e carriere) fondate sul dialogo tra saperi, presupponendo una profonda modifica del sistema della peer review.

I criteri del rigore e della robustezza della ricerca non possono essere evidentemente gli stessi interni ai singoli parametri di settore, quando si intersechino assi interdisciplinari senza gerarchie dominanti e quando occorre attribuire specifica valorizzazione a quegli sforzi di coordinamento e collaborazione necessari per queste metodologie di ricerca.

Per fare un esempio, basta pensare alla nostra abitudine di penalizzare i lavori firmati da più autori, imponendo l’imputazione dei singoli paragrafi e frenando così produzioni ispirate a un reale senso di comunanza e interscambio.

Infine, una riflessione di questo genere dovrebbe riguardare anche la struttura delle carriere universitarie, chiedendosi se gli attuali criteri di selezione siano in grado di favorire giovani ricercatori desiderosi di spendersi sul terreno dell’interdisciplinarità.

La loro valutazione, a mio parere, non può essere affidata alla casualità del sorteggio, dal momento che essere un buon scienziato non significa essere automaticamente un valutatore capace.

Lo snodo dei percorsi di carriera è essenziale per selezionare studiosi in grado di guardare oltre l’orizzonte dei singoli compartimenti stagni, e l’attuale sistema, come peraltro autorevole dottrina ha sottolineato, presenta evidenti criticità.

Occorre, in conclusione, aprire un cantiere per affrontare l’insieme di questi delicati passaggi con lungimiranza, cogliendo le opportunità che questa fase di transizione dell’ordinamento universitario offre.

Questo significa consolidare tradizioni e identità del diritto commerciale, valorizzando però, come insegnano i nostri maestri, la sua vocazione di crocevia tra diversi campi del sapere affinché la nostra materia sia realmente in grado di affrontare le difficili sfide che ci attendono.