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Il diritto commerciale nei manuali

Vittorio Santoro

Mi sono proposto di prendere in considerazione i “manuali” di diritto commerciale perché ritengo siano specchio abbastanza fedele del sapere giuridico che noi trasmettiamo alle nuove generazioni di giuristi; allo stesso tempo, i manuali rappresentano la sintesi della dottrina e della giurisprudenza di riferimento. Infatti, proprio la necessità di descrivere sinteticamente tutto il sapere inerente alla materia, costringe gli autori a un lavoro sistematico, tanto più importante quanto più ampia è la materia da tenere insieme. Le premesse sistematiche sono talvolta palesate dagli stessi autori, talaltra, si ricavano dallo schema espositivo e/o dall’esame di alcuni snodi fondamentali.

segue

Tuttavia, mi corre l’obbligo di avvertire che non ho svolto uno studio accurato della manualistica, intento che sarebbe stato ambizioso e spropositato rispetto ai dodici minuti che sono concessi al mio intervento; mi sono prefisso, invece, di svolgere alcune schematiche considerazioni relative, per giunta, a un arco di tempo limitato che va dal corso di diritto commerciale di Paolo Greco per l’a.a. 1941-1942 alle Lezioni di Ascarelli del 1954. In mezzo vi è una notevole mole di volumi, variamente denominati [1]. Non vorrei sbagliarmi, ma credo che, in un così relativamente breve arco temporale, una produzione così copiosa non si è più ripetuta nella storia della nostra manualistica.

Questo periodo mi è sembrato particolarmente interessante perché si pone a ridosso della promulgazione del codice civile (tuttora fonte principale della nostra materia) e, dunque, della scelta di unificare diritto civile e commerciale, ma è anche temporalmente a cavallo dell’abbandono della prospettiva corporativa, operata infatti già nel 1944, che ha ridisegnato la demarcazione tra diritto commerciale e diritto dell’economia.

Il diritto dell’economia altro non è, secondo Mossa nell’edizione del 1943 del suo Trattato, che il diritto corporativo, tanto che il primo insegnamento di diritto dell’economia fu istituito nel 1929 nella Scuola di studi corporativi di Pisa. I principi corporativi, quali calati nel nuovo codice civile, sono variamente declinati dalla dottrina: nella manualistica, si va dalla mera adesione entusiasticamente ideologica di Soprano (Il libro del Lavoro, 1941), che sintetizza la nuova prospettiva dell’impresa quale «non più abbandonata a se stessa» ma affidata alle cure dello «Stato che sorregge e comanda», alla posizione adesiva ma critica e intelligente di Mossa che condensa in tre aggettivi i caratteri del nuovo diritto: «rivoluzionario, libero e giusto», ove il primo termine era un omaggio al clima del tempo, gli altri due riassumevano una visione sistematica attenta al sociale con accenti [2] che, letti con la lente dell’oggi, sembrano prefigurare la corporate social responsibility, ove tuttavia la mediazione degli interessi non è affidata alle organizzazioni sociali intermedie ma direttamente allo Stato, e che Stato! quello totalitario.

Affermava ancora Mossa: «Il diritto dell’economia è totalitario e non può rinunziare a regolare in uno stesso blocco i contratti e le imprese della organizzazione economica», poco oltre aggiunge «il diritto dell’economia è un divenire del diritto commerciale, che, essendo principalmente diritto dell’econo­mia, entra perennemente nella sua sfera d’azione». A sua volta, Paolo Greco, negli appunti del corso di lezioni raccolti dagli assistenti Berto e Zambruno, dedica un capitolo al significato sistematico della legislazione corporativa, mentre Luigi Lordi, che pure pubblica per la Cedam le sue Istituzioni nel 1943, quasi ignora del tutto il diritto corporativo (ci sono solo brevissimi cenni, ad es. alle norme corporative quali fonti, ai consigli provinciali dell’econo­mia corporativa e poco altro); tale autore, pur dando atto dell’intervenuta unificazione dei codici, a me sembra sistemi la materia secondo il modello prevalente nella manualistica precedente relativa al codice di commercio.

Non posso non citare Asquini, per il ruolo importante che ha avuto nel processo di unificazione dei codici, e precisamente un suo breve saggio comparso nella Rivista di diritto commerciale del 1941, ove tratteggia quella che egli definisce la svolta storica del diritto commerciale (si intende in chiave corporativa), svolta che mostra di apprezzare perché «potrà apportare nel nuovo codice certi aspetti istituzionali, che tradizionalmente si consideravano riservati alla legislazione di diritto pubblico». L’Asquini non scrisse, allora, un manuale perché troppo impegnato ed esposto sul piano politico in quegli anni tremendi, gli ultimi di una fase di guerra tramutatasi in guerra anche fra italiani (né lo fece in modo compiuto negli anni successivi) [3]; ma forse si può aggiungere una spiegazione pratica: come ebbe a dirmi Giorgio Oppo durante una cena nell’ottobre 2004, il Maestro affidò l’insegnamento relativo alla disciplina recata dal nuovo codice all’Allievo Oppo, mentre riservò per sé qualche lezione di sui “nuovi” principi e su temi ove la discontinuità tra codice di commercio e nuovo codice civile meno si avvertiva. Insomma, se mi si perdona l’eccessiva semplificazione, l’Asquini aveva ben chiari i principi su cui egli stesso aveva contribuito a edificare la nuova codificazione, ma non aveva ancora avuto il tempo di occuparsi dei dettagli.

Valeri (che pubblica il suo Manuale nel 1945 e dichiara di avervi incessantemente lavorato sin dal 1943) è libero ormai dalle costrizioni e dagli ossequi al regime politico totalitario e, senza mezzi termini, auspica – anzi ritiene certo – il ritorno, a breve, al codice di commercio; infatti, secondo tale studioso l’unificazione dei codici è stato un cedimento alla deriva corporativa. Le cose stavano così se si tiene conto solo dell’ultima fase del processo riformatore, quella ben descritta da Asquini e che parte dal 1939; tuttavia, l’idea dell’unifi­cazione era ben più antica e auspicata dai maggiori nostri studiosi di diritto commerciale: Bolaffio, Sraffa, Vivante. Le ragioni di tali studiosi erano ben altre rispetto alla superficiale e rabberciata veste corporativa.

Essi volevano derivare l’unificazione dall’esempio del Codice delle obbligazioni svizzero del 1881. Vivante, già nella sua prolusione bolognese di fine ’800, parla della necessità di abbandonare una visione del diritto commerciale che abbia unico punto di riferimento gli interessi dei “commercianti”, per dedicare attenzione e cura alla tutela dei consumatori, categoria nella quale egli ricomprende anche i lavoratori. Questo cuore antico da cui si sviluppa il ben più consistente diritto dei consumatori lascia, nella codificazione nuova, una traccia significativa negli artt. 1341 e 1342 c.c., rispettivamente dedicati alle «condizioni generali di contratto» e al «contratto concluso mediante moduli», sono due brevi articoli ma densi di significato se si considera, in chiave comparativa, che pressoché nulla era previsto in altri ordinamenti. Nel suo Manuale del 1950, Giuseppe Ferri, nel redigere il breve elenco delle norme di cui il Codice civile è tributario del diritto commerciale soprattutto in tema di diritto delle obbligazioni, indica anche, e direi soprattutto, tali due articoli: il diritto dei consumatori fa parte della nostra tradizione e della sensibilità sociale dei giuscommercialisti.

Subito dopo l’unificazione dei codici, una delle preoccupazioni pratiche dei docenti concerneva la ripartizione della materia tra le diverse cattedre di insegnamento secondo quello che (si prevedeva) sarebbe stato un nuovo curriculum degli studi delle facoltà di Giurisprudenza. Lo sottolinea esplicitamente Greco, il quale afferma che, nel frattempo, il suo insegnamento avrebbe continuato a riguardare l’impresa, le società e i titoli di credito, oltre che alcuni contratti selezionati: compravendita, riporto, somministrazione. Si deve notare che manca il fallimento, ovviamente non sono in grado di dire se in quegli anni nell’Università di Torino le procedure concorsuali fossero oggetto di uno specifico corso complementare.

Il carattere corporativo della nuova legislazione sortisce anche l’effetto di includere, nello stesso ambito, diritto commerciale e del lavoro, del resto il libro V del codice civile è appunto intitolato Del Lavoro, ma al riguardo l’unica traccia consistente nella nostra manualistica si rinviene nel già citato testo di Soprano. Quanto, poi, all’insegnamento impartito nelle università, alcuni professori di commerciale, specie negli anni ’50, hanno insegnato diritto del lavoro, mentre non mi consta l’inverso anche perché i docenti di diritto del lavoro si contavano nel dopoguerra sulle dita di una mano. L’abrogazione dell’ordi­namento corporativo prima, il prevalere, poi, fra i professori di diritto del lavoro, dei “contrattualisti” sugli “organicisti” e, infine, l’affermarsi di una legislazione peculiare quale fonte principale al di là del codice civile (statuto dei lavoratori), hanno dapprima determinato e, poi, definitivamente sancito il divorzio tra le due materie.

L’unificazione dei codici provoca, per altro verso, l’abbandono agli specialisti dei temi inerenti al diritto della navigazione (disciplinato in un codice autonomo, anche esso del 1942). Ancora negli anni ’30, Vivante dedicava al “diritto marittimo” quasi quaranta pagine del suo Manuale, mentre nel 1943 Lordi vi dedica (ed è uno dei pochi a farlo) solo sei pagine (rispetto alle oltre milleduecento) delle sue Istituzioni; in tali pagine dedica attenzione esclusivamente ai primi articoli (fino al 14) del codice della navigazione, relativi all’in­dividuazione della legge regolatrice di alcune fattispecie quali ad es. la responsabilità dell’armatore e dell’esercente i poteri e i doveri di comandante. Anche per ciò che riguarda il diritto della navigazione, per diversi anni successivi alla promulgazione del relativo codice, l’insegnamento è stato tenuto talvolta da studiosi di diritto commerciale che, per altro, non trascuravano di occuparsi della materia anche scientificamente: mi si consenta il riferimento al volume sul «Lavoro nautico» del mio maestro Gustavo Minervini.

L’unificazione espunge anche il diritto fallimentare dal Codice per assegnarne la disciplina a una dedicata legge speciale, sempre del 1942, con conseguenze ancora una volta sulla manualistica: la materia concorsuale non compare, ad es., nei testi di Salandra, di Valeri e di Graziani, quest’ultimo giustifica la scelta per il fatto che i temi avrebbero dovuto essere insegnati dai processual-civilisti, salvo a ripensarci – sembra per ragioni didattiche – nell’e­dizione del 1961. Valendoci del senno di poi, sappiamo bene che il diritto concorsuale è stato recuperato a pieno titolo nell’ambito commercialistico e questo è tanto più vero nel momento in cui (seguendo qui le indicazioni delle scienze aziendali) la crisi dell’impresa non sempre ne interrompe la continuità. Ferri, nella prefazione alla prima edizione del Manuale del 1950, si chiede perché il presupposto del fallimento non sia stato allargato fino a comprendere l’insolvenza civile (come per altro avviene in numerosi ordinamenti). Il percorso viene a compimento solo oggi nella programmata riforma che darà luogo al codice della crisi dell’impresa e dell’insolvenza, ove la crisi da sovraindebitamento del consumatore (già disciplinata in una legge speciale) trova collocazione nello stesso contesto delle procedure concorsuali per le imprese.

È un segno della forza espansiva dei principi del diritto commerciale all’in­tero diritto civile, la c.d. commercializzazione del diritto privato. È un processo avviato con l’unificazione ma tuttora in corso e si ravvisa, talvolta, anche in disposizioni apparentemente di dettaglio: si pensi ad es. alla recente modificazione dell’art. 1284, quarto comma, in tema di interessi, ove si stabilisce, in conformità con la disciplina di derivazione europea sui ritardi di pagamenti per le imprese, che «se le parti non ne hanno determinato la misura, dal momento in cui è proposta domanda giudiziale il saggio degli interessi legali è pari a quello previsto dalle legislazione speciale relativa ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali» (regola estesa proprio da tale norma alle transazioni civili).

La forza espansiva delle regole commercialistiche, ovviamente, si manifestò subito si pensi alla generalizzazione della regola relativa alla solidarietà passiva (artt. 1292-94 c.c.), alla soppressione del c.d. termine di grazia a favore dell’inadempiente civile (ora art. 1453 c.c.), alla normale onerosità del mandato e via dicendo, con esempi che posta la novità sono stati evidenziati soprattutto nella manualistica più risalente.

Centrale, per la sensibilità degli studiosi della nostra materia, è la ricomprensione dell’agricoltore nella definizione di imprenditore; anche qui un’evo­luzione portata a metà strada poiché l’imprenditore agricolo è stato a lungo sottratto allo statuto dell’imprenditore commerciale. Ma il seme dell’unifica­zione, una volta piantato produce frutti ancorché tardivi: l’imprenditore agricolo continua ad essere diverso ma sempre più simile a quello commerciale con riguardo alle scritture contabili e al registro delle imprese. Quanto alle procedure concorsuali, il d.l. dello scorso agosto ha stabilito che l’impren­ditore agricolo può praticare la composizione negoziata che, se infruttuosa, apre anche a lui la strada per il c.d. concordato semplificato.

L’onda lunga si avverte oggi con particolare riguardo al diritto della concorrenza che per impulso della legislazione europea, si applica anche agli imprenditori agricoli e ai professionisti, sempre a costoro è concesso di utilizzare, con talune peculiarità anche i tipi sociali più complessi.

Vero è che abbiamo avuto bisogno della spinta gentile della Comunità e poi dell’Unione Europea, ma qui il seme è stato gettato, sul terreno della scienza, da Ascarelli. Questi, chiudendo le sue Lezioni di diritto commerciale del 1954 con un discorso proprio relativo all’ambito della materia, sottolineava la rilevanza della nozione d’impresa nella teoria della concorrenza e individuava, tra i primi, il nesso tra il principio della libertà di iniziativa economica, sancito dall’art. 41 Cost., e quello della libertà di concorrenza, traducendo il suo pensiero anche in azione politico-legislativa.

Ma qui, come promesso, mi fermo perché si può considerare idealmente chiusa la fase della prima interpretazione sistematica del nuovo codice e aperta una nuova stagione dove, proprio per iniziative cui contribuisce Ascarelli, si pensano nuove riforme in tema di legislazione contro i monopoli [4] e per la tutela del risparmio azionario (proposta di legge Villabruna, nota anche quale Progetto Ascarelli). Da tali iniziative sono scaturite, da un lato, l’attenzione al diritto della concorrenza, dall’altro, alla regolamentazione dei mercati finanziari; ambiti questi in cui gli interessi degli studiosi del diritto commerciale si sono venuti consolidando negli anni successivi e, ancora oggi, costituiscono campi di indagine tra i più promettenti.

 

NOTE

[1] Senza pretesa di completezza, aggiungo alle opere ricordate nel testo, il Corso di diritto commerciale, 1944-1945 di G. De Gregorio, gli Elementi di diritto commerciale, 1948, di G. Auletta, e il Manuale di V. Salandra del 1949.

[2] Mossa spiega che il legislatore del 1942 aveva inteso aprire a un ordine sociale nuovo, attento agli interessi dei cittadini e non più agli interessi di una classe privilegiata quale quella dei commercianti.

[3] Sulle vicende, anche biografiche, di Asquini e sul suo impegno a favore del regime fascista anche nel periodo della Repubblica sociale italiana, v. C. Montagnani, Il fascismo “visibile”. Rileggendo Alberto Asquini, Napoli, Editoriale Scientifica, 2014.

[4] V. L. Piccardi, T. Ascarelli, U. La Malfa, E. Rossi, La lotta contro i monopoli, Bari, Laterza, 1955.