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Sul ruolo del diritto commerciale

Piergaetano Marchetti

 

 

Sommario:

1. L’approccio culturale e non “tabellare”. - 2. L’interdisciplinarità naturale del diritto commerciale. - 3. Il valore formativo. - 4. Il nome. - 5. Contro il “mosaico” didattico.


1. L’approccio culturale e non “tabellare”.

Ripeto quanto già ebbi a dichiarare in apertura dell’incontro organizzato da giurisprudenza commerciale nel maggio 2021, e cioè che non intendo prendere le mosse dai meandri delle tabelle ministeriali circa i piani di studio dei vari percorsi universitari. Non conosco le alchimie che compongono il complesso mosaico ed i pretesi equilibri fra varie materie dei corsi di laurea in giurisprudenza o di altri corsi di laurea che pur prevedano insegnamenti giuridici. Ancor meno sono sensibile alla ricerca di equilibri fondati, diciamocelo francamente, su supposti equilibri accademici, piuttosto che su esigenze culturali, di ricerca, didattiche. Affronto pertanto il tema del ruolo del diritto commerciale in termini generali, generali sì, ma, credo, non generici. Inizio dal tema, in apparenza del tutto estraneo al ruolo del diritto commerciale negli studi giuridici e alla formazione, rappresentato dal noto Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Il Piano, che dovrebbe delineare le linee di fondo anche dell’istruzione necessaria alla crescita e all’ammoder­namento del Paese, allorché si occupa di istruzione ne sottolinea il necessario collegamento col mondo dell’impresa, del lavoro, della tecnologia. Un nucleo portante della istruzione così orientata si riassume nella sigla STEM (science, technology, engineering, mathematics); questo nucleo dovrebbe dare una colorazione più o meno accentuata, ma mai da ignorare, a tutti i filoni di studi superiori che in qualche modo si raccordano al mondo produttivo, compresi quindi i corsi universitari di economia, di giurisprudenza, di scienze politiche, ma non solo. In questi corsi di studio (ma anche in corsi di studio appartenenti a comparti scientifici: da ingegneria al settore cosiddetto delle scienze per l’uomo) vi è posto per gli insegnamenti giuridici, non solo relativi a materie pubblicistiche. In questi percorsi credo sia fondamentale l’insegnamento del diritto commerciale. Il diritto commerciale, da un lato, collega, secondo la visione tradizionale, alla vita reale e quindi apre alle nuove colorazioni che l’attività di impresa, le relazioni economiche, i mercati assumono con impetuosa crescita della tecnologia e financo dell’intelligenza artificiale. Dall’altra parte, questo insegnamento inevitabilmente implica una conoscenza storica, la consapevolezza dei processi evolutivi che portano alla [...]

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2. L’interdisciplinarità naturale del diritto commerciale.

Non vorrei essere apodittico e mi scuso per la superficialità dell’approccio privo di apparati bibliografici, ben consapevole del fatto che ci muoviamo sulle spalle di giganti in affollate piazze nelle quali frequentemente si propongono nuovi strumenti. Non vorrei, dicevo, essere sommerso dal luogo comune nel dire che il diritto commerciale alla luce della sua storia, è, per definizione, luogo di incontri, di necessarie interdisciplinarità. Ed è ciò di cui si occupa, di cui si nutre che implica, richiede necessariamente questo approccio. Una constatazione elementare. Se l’oggetto del diritto commerciale è l’im­presa, la sua organizzazione, i suoi contratti, i mercati (ma anche se, in una nota visione riduttiva, fosse solo l’impresa), è stato un processo naturale quello per cui ad un certo punto entrano nel campo del diritto commerciale la contabilità (sempre più interessante e necessario il dialogo e l’interazione tra giuristi e aziendalisti), come pure la circostanza che entrano in campo aspetti più macroeconomici: dalla moneta alla concorrenza. E così, sia sempre consentita la semplicistica constatazione, è naturale, è stato naturale che figure e termini quali, ad esempio, ammortamenti, risconti, elasticità della domanda, inflazione, rivalutazione monetaria, (l’elenco potrebbe essere lunghissimo), con tutto ciò che i termini sottintendono, siano entrati nella cassetta degli attrezzi di lavoro del giurista commercialista. Il processo della progressiva ibridazione con strumenti e concetti di altre discipline (qui le scienze economiche) giunge ad una compiuta (purtroppo, talvolta, totalizzante) maturazione con il periodo del law and economics; la teoria dell’agenzia diventa materiale di uso corrente che il commercialista maneggia con disinvoltura. Si dice, si obbietta: il diritto è scienza umana fra le scienze umane. Non è così. Il diritto inevitabilmente sempre più si incrocia con le scienze dure. Il commercialista che coltiva gli studi sulla proprietà industriale e intellettuale inevitabilmente deve saper leggere, per lo meno sotto il profilo della coerenza, una relazione tecnica su una invenzione oggetto di brevetto. Il giurista che si occupa di quello che un tempo chiamavamo, semplificando, diritto d’autore non può non addentrarsi nei meandri della [...]

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3. Il valore formativo.

Da tutto ciò discende la rilevanza formativa del diritto commerciale. Non è pensabile che un alto manager, come un chierico del diritto (avvocato, giudice, notaio che sia), non abbiano nel proprio bagaglio formativo quel coacervo di norme, storia, conflitti e combinazioni di interessi, evoluzioni, prospettive, capacità di adattarsi al nuovo che sono insite nello studio del diritto commerciale. Pare davvero singolare sostenere che una giustizia efficiente e rapida costituisca un elemento essenziale per la crescita economica e per l’attrazione di investimenti, e così in definitiva per uno dei presupposti fondamentali del benessere sociale, per poi trovarsi in presenza di operatori di giustizia che ignorano magari gli strumenti per leggere un bilancio d’impresa o per afferrare un meccanismo di calcolo di corrispettivi o di operazioni finanziarie semplici. Eppure, accade che a consulenze tecniche si ricorra anche solo per leggere, appunto, un bilancio e non per acquisire le conoscenze di più complesse questioni interpretative poste dal bilancio stesso. La diffidenza verso tematiche che in apparenza paiono estranee alla cassetta degli strumenti del giurista e più vicine a quelle di un economista non ha ragion d’essere. Mi si consenta di ricordare l’esperienza bocconiana dell’inse­rimento di un corso di “matematica per giuristi” come materia fondamentale per il corso di laurea in giurisprudenza. Alla prova dei fatti si è dimostrato che comparativamente gli studenti di giurisprudenza hanno ottenuto persino risultati migliori dei colleghi di corsi di laurea in materie economiche. Sempre alla prova dei fatti l’arricchimento del corso di laurea con questa materia è diventato elemento di attrattività. Lo stesso non può che avvenire, e a maggior ragione, per un diritto commerciale robusto, ricco di aperture verso le nuove frontiere della tecnologia e della finanza.

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4. Il nome.

Il nome. Non ne farei una questione cruciale se, come dirò tra poco, designa una materia base di ampia portata e non un settore specialistico da affiancare in un mosaico didattico ad altri insegnamenti. Certo da un punto di vista lessicale, il diritto commerciale evoca temi e contenuti lontani dalla realtà delle cose di oggi. Ma è pur vero che in ogni disciplina, ed anche proprio in quelle scientifiche, si mantengano denominazioni caricate nel loro significato da una realtà storica in divenire che pur non può trovare compiuta descrizione nella denominazione troppo angusta. Il mantenimento del nome tradizionale evoca così il contenuto di un insegnamento diretto ad esplorare i profili giuridici della vita economica del mondo moderno, del mondo che aveva abbandonato la proprietà come asse portante della propria economia. Comunque, non ne farei un dramma se si preferisse sciogliere il commerciale in una descrizione più ampia che allude a impresa, mercato, relazioni d’affari, istituzioni dell’economia.

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5. Contro il “mosaico” didattico.

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