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L´insegnamento del diritto e lo spazio (irriducibile) del diritto commerciale

Alberto Jorio

La prospettiva di una riduzione dello spazio riservato al diritto commerciale, in relazione alla sopravvenuta esistenza del diritto dell’economia, mi induce alle seguenti riflessioni.

Di primo acchito mi verrebbe da dire che il diritto commerciale è il diritto dei mercati, e quindi è … il diritto dell’economia! Di qui l’inutilità, ed anzi la decettività dell’esistenza stessa del diritto dell’economia.

Dovendo tuttavia essere realisti, si potrebbe azzardare a ritenere che il diritto commerciale riguardi fondamentalmente la disciplina dei soggetti che operano sui mercati e che il diritto dell’economia riguardi la regolamentazione degli interessi e delle situazioni che ruotano, in senso lato, attorno alle imprese (e così, alla rinfusa: ambiente, economia circolare, la partecipazione dei lavoratori alla gestione, l’impresa sociale, l’impresa pubblica, la tutela degli stakeholders ecc.). Ma è una semplice ipotesi.

Detto questo, mi pare che, dovendo tracciare i confini del diritto commerciale, si debba distinguere tra il profilo scientifico e quello didattico. Sotto il primo profilo ritengo che non si debbano porre confini: il cultore del diritto commerciale potrà sviluppare le proprie ricerche senza limiti, avendo possibilmente l’accortezza, nel suo stesso interesse e ai fini concorsuali, di sviluppare i suoi primi studi in settori più tipicamente commercialisti. Ma poi spaziando dove il suo intelletto e la sua curiosità di commercialista lo portino.

Sotto il profilo didattico mi sentirei di esporre quanto segue, partendo dalle seguenti premesse:

– purtroppo la facoltà di giurisprudenza è stata e continua ad essere frequentata da una parte di studenti che non ha una precisa vocazione. Il livello medio è quindi da anni abbastanza basso. Ovviamente, e per fortuna, ci sono le eccellenze, ma sono poche;

– i laureati in giurisprudenza si orientano in gran numero verso le professioni cosiddette liberali: vogliono quindi diventare avvocati, magistrati, notai, ma possono anche aspirare ad entrare negli uffici legali delle imprese, private o pubbliche, o nella pubblica amministrazione.

Ora:

– il numero di avvocati nel nostro paese è abnorme, quello dei notai è eccessivo, quello dei giudici è giusto, ma è il numero dei giudizi ad essere abnorme: speriamo che la prossima riforma della giustizia li diminuisca fortemente. Le imprese possono assorbire un certo numero di laureati in giurisprudenza, e così dicassi della pubblica amministrazione;

– il numero degli studenti iscritti ai corsi di giurisprudenza diminuisce, e credo che sia un bene. Per come vanno le cose oggi nella maggior parte degli atenei, quasi ogni studente sa che prima o poi, se ha un po’ di costanza, finirà per laurearsi in giurisprudenza, e invece il corso degli studi dovrebbe essere assai più severo e selettivo, con una sorta di sbarramento dopo il primo anno.

A me pare che prima ancora di stabilire quali materie debbano essere insegnate, e quindi quale spazio debba essere riservato al diritto commerciale e al diritto dell’economia, occorrerebbe interrogarsi sul come insegnare. Il corso di studi in giurisprudenza dovrebbe avere come obiettivo primario l’insegnamento a ragionare di diritto e a scrivere di diritto. A questo fine la lezione frontale conserva certamente la sua importanza, ma non è sufficiente: occorrerebbero frequenti seminari e papers, condotti e corretti dai più bravi docenti. Ho invece vissuto personalmente la triste esperienza di laureandi che prendevano in mano la penna (o il computer) per la prima volta in occasione della stesura della tesi di laurea: un vero delitto! E per poco che si ponga la generalità degli studenti di giurisprudenza di fronte a qualche problema giuridico, si avverte immediatamente quanto basso sia il loro livello di comprensione e di maturità nel ragionamento giuridico. Ma il difetto sta molto nelle radicate abitudini di buona parte del corpo docente, che non abitua alla discussione giuridica.

Detto questo, e proseguendo la mia riflessione sui profili della didattica, esprimo subito la mia predilezione verso una rigidità dei percorsi di laurea. A mio avviso occorrerebbe lasciare uno spazio limitato, esistente sì ma limitato, alla fantasia sulla proliferazione dei corsi. Uno dei centri giuridici fondamentali per la costruzione del sapere giuridico è, ritengo, il diritto delle obbligazioni, al quale, se potessi io decidere, assegnerei il più grande spazio possibile. Le nozioni si apprendono quando è necessario, ma il ragionamento giuridico, fondato sulla migliore assimilazione dei principi contenuti nel diritto delle obbligazioni, lo si impara in seguito più difficilmente. Diversamente è un po’ come staccare prematuramente un frutto dall’albero: avrà difficoltà a maturare adeguatamente.

Ecco perché io credo che il corso di laurea in giurisprudenza dovrebbe essere solo quinquennale, con i primi tre anni, uguali per tutti, trascorsi ad apprendere i fondamenti della cultura giuridica e i concetti generali per formarsi sul ragionamento giuridico, con gli ultimi due anni impiegati alla specializzazione. Ed ogni studente dovrebbe depositare, sin dal primo anno, almeno cinque papers all’anno. E le sessioni di esame dovrebbero essere fortemente ridotte, con un sano ritorno al passato.

I semestri, poi, andrebbero aboliti e la frequenza alle lezioni e ai seminari dovrebbe essere obbligatoria.

Tutto ciò varrebbe ad attribuire un’immagine di maggiore severità e difficoltà al corso in giurisprudenza e presumibilmente a diminuire le iscrizioni. Ma sarebbe proprio la soluzione sperata: dopo un quinquennio di “dieta” e di ritrovata “onorabilità” le frequentazioni tornerebbero ad aumentare. Né bisogna temere un surplus di lavoro negli studenti. Io ero solito dire ai miei studenti che se fossi tornato indietro avrei studiato di più e mi sarei divertito di più. E di fronte alle loro perplessità dicevo che il segreto per ottenere entrambi questi risultati, apparentemente contraddittori, era non sprecare il bene più prezioso, e cioè il tempo, troppo spesso impiegato a far nulla.

Una volta ebbi ad esprimere le mie opinioni su un cambiamento di rotta della facoltà di giurisprudenza di Torino, nella quale insegnavo, al mio preside, caro amico da poco scomparso, e ne ebbi questa lapidaria risposta: non si può fare, gli studenti diminuirebbero e il bilancio ne soffrirebbe, con diminuzione delle risorse per i posti di assistente ecc. La realtà, paradossale, è che gli studenti rischiano di non essere più tali, ma di divenire i nostri “clienti”: l’obiettivo è laureare quanti più studenti sia possibile, perché il nostro paese ha pochi laureati: quantità versus qualità!

Oggi il diritto commerciale ha di fronte due “avversari”: il blocco delle materie storiche e la proliferazione dei saperi giuridici.

Quanto al primo “avversario” la mia opinione è che le materie storiche siano necessarie, ma che occupino ormai troppo spazio. Ma la lobby è potente.

Quanto al secondo “avversario”, occorre a mio avviso rivendicare con forza la fondamentale importanza del diritto commerciale, imperniato essenzialmente, come ho detto, sui soggetti dell’attività economica, e quindi sugli innumerevoli profili dell’essere e dell’agire delle varie figure di imprenditore. Nozioni e concetti generalisti, quindi, da insegnare nel primo triennio, per poi consentire approfondimenti e specializzazioni nel biennio finale.

Credo di dovermi fermare qui.