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Il diritto commerciale: confini e “confinanti”

Renzo Costi

Il mio intervento si risolve in due sole osservazioni: la prima sui confini del diritto commerciale, la seconda sui “confinanti” del diritto commerciale, almeno nel vigente ordinamento accademico.

Sui confini. A me pare che il perno, al quale si collegano tutte le materie tradizionalmente, e comunque ragionevolmente, ricomprese nel diritto commerciale, sia l’impresa. È sull’impresa, nelle sue forme organizzative, nel suo finanziamento, nelle sue articolazioni settoriali, nei suoi rapporti con i terzi, nella sua crisi, che fanno perno, oltre, naturalmente, alle norme del suo statuto, la disciplina delle società, l’ordinamento bancario e quello dei mercati finanziari, il diritto fallimentare e quello dei contratti utilizzati per lo svolgimento dell’attività imprenditoriale.

Ed è partendo dalla disciplina dell’impresa, nei diversi contenuti che la stessa assume nei diritti sezionali appena ricordati, che si può costruire un diritto commerciale generale, che individui i principi giuridici generali, comuni alle diverse articolazioni nelle quali la disciplina dell’impresa si realizza, ossia con una tecnica di individuazione dei principi generali del diritto commerciale diversa da quella che recentemente ha proposto Nicola Lipari quando scrive (Un problema di confini? A proposito di due recenti libri), in un saggio destinato alla Rivista di diritto e procedura civile 2022 (letto per la cortesia della Direzione), che: «si deve ammettere che il principio non va ricavato, come un tempo si riteneva, attraverso un procedimento di astrazione dal sistema delle norme dettate, ma semmai dal modo concreto in cui un criterio di valore è accolto e condiviso all’interno di una comunità individuata come uniforme e volta al perseguimento di fini comuni».

La necessità di individuare dei principi generali del diritto dell’impresa consente di affermare, con sicurezza, il ruolo formativo del diritto commerciale, senza forse la necessità di una formalizzazione burocratica di tale ruolo.

In sintesi, i confini del diritto commerciale coincidono con i confini del diritto dell’impresa o delle imprese.

Se dovessimo rinunciare alla denominazione “diritto commerciale”, nella quale siamo cresciuti, e questa immensa e importantissima realtà giuridica dovesse essere individuata con un nuovo nome, opterei per la denominazione “diritto dell’impresa” o “delle imprese”, puramente e semplicemente e non, come pure si è proposto, “diritto dell’impresa e del mercato”, perché questa denominazione coglierebbe solo un profilo, sia pure molto importante, della multiforme realtà dell’impresa.

Visti i confini del diritto commerciale due parole sui “confinanti”.

Va, anzitutto, sottolineata la necessità di affrontare il diritto dell’impresa, come qualunque altra materia, tenendo ben presente che la relativa riflessione deve essere condotta con attenzione alla comparazione e alla interdisciplinarità.

Dunque, il diritto commerciale, al di là dei propri confini, ha una serie di “confinanti” con i quali, nel proprio interesse, deve collaborare.

Per quanto concerne l’interdisciplinarità consentitemi di ricordare che nella direzione di Giurisprudenza Commerciale siedono un penalista, un amministrativista, un processualista ed un tributarista, e che la rivista promuove ed ospita importanti lavori attenti alle “loro” materie.

Un accenno, infine, ai rapporti del diritto commerciale con un “confinante” tanto vicino da possedere territori in larga misura condivisi, e contesi, con il diritto commerciale. Mi riferisco, ovviamente, al diritto dell’economia, nato in modo non limpido, vissuto a lungo come un diritto commerciale minore ed oggi molto vivace. Sul punto sarò brevissimo: le materie ricomprese nelle due discipline, nell’attuale ordinamento accademico, sono sostanzialmente le stesse. Né può essere valorizzata, più di tanto, per sottolineare la specificità del diritto dell’economia, la sua componente pubblicistica, essendo la stessa ben presente anche nel diritto commerciale. A me sembra che il diritto dell’eco­nomia sia un doppione del diritto commerciale e che questa situazione sia fonte di discriminazioni non giustificate, anche sotto il profilo dell’accesso alla carriera accademica. Tale situazione deve essere eliminata, magari facendo confluire entrambe le discipline in un più generale “diritto dell’impresa” (o “delle imprese”).

Forse, questa, è una soluzione che lascia perplessi molti cultori, sia del­l’una e sia dell’altra delle attuali discipline, a partire dal sottoscritto, affezionato alla nobile e collaudata insegna “diritto commerciale”. Ed è una soluzione che mi attirerà anche qualche critica non benevola. Ma pazienza.