Rivista Orizzonti del Diritto CommercialeCC BY-NC-SA Commercial Licence ISSN 2282-667X
G. Giappichelli Editore

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Il pericolo di un'unica storia: il diritto (commerciale) e le nuove frontiere dell'interdisciplinarità (di Francesco Vella, Professore ordinario di diritto commerciale, Università degli Studi di Bologna)


L’articolo si concentra sul concetto di interdisciplinarità, tentando di identificare gli ostacoli istituzionali che ancora impediscono il pieno dispiegarsi di un reale dialogo tra le diverse discipline giuridiche, con particolare riferimento al diritto commerciale.

The danger of a single story, (commercial) law and the new frontiers of interdisciplinarity

The article focuses on the concept of interdisciplinarity in company and commercial law. The aim is to identify the institutional obstacles that discourage or hamper interdisciplinary work and to propose a new strategy to remove the barriers across disciplinary boundaries.

Keywords: company and commercial law; interdisciplinarity; peer review

Sommario/Summary:

1. Introduzione. - 2. Dialoghi. - 3. Dalla governance all’intelligenza artificiale: vecchi e nuovi territori. - 4. Sostenibilità senza interdisciplinarità. - 5. Il rischio del “nulla dietro”. - 6. L’anguilla - 7. Paradigmi, pandemie e grandi cuochi - 8. Alla ricerca del prefisso giusto - 9. Giuristi e ingegneri. - 10. Da Heisenberg a Papa Francesco: verso la transdisciplinarità. - 11. Problemi difficili, anzi impossibili. - 12. Abitare la inter- e la transdisciplinarità. - 13. Bazzicare tra saperi alla ricerca dell’ignoto - 14. Imparare a valutare - 15. Conclusioni: tre domande - NOTE


1. Introduzione.

Chimamanda Ngozi Adichie è una giovane scrittrice nigeriana con alle spalle vari e premiati romanzi, ma che deve la sua notorietà soprattutto ad una celebre conferenza tenuta sulla piattaforma TED sul «pericolo di un’unica storia» [1]. Riassumendo, secondo Chimamanda quando si trasforma il racconto in un’unica storia senza guardare alle diversità si finisce sudditi degli stereotipi; al contrario «quando rifiutiamo l’unica storia, quando ci rendiamo conto che non c’è mai un’unica storia per nessun luogo, riconquistiamo una sorta di paradiso», un paradiso che un altro scrittore nigeriano Chinua Achebe definisce un «equilibrio di storie».

Parafrasando Chimamanda Ngozi ci si può chiedere se oggi il diritto commerciale (ma questa è una dinamica che investe tutto il diritto) sia in grado di realizzare un «equilibrio di storie», sia cioè capace di riflettere e raccontare realtà sempre più complesse e ricche di sfaccettature pur rimanendo ancorato ai suoi rigidi confini disciplinari, o se invece sia necessario immaginare nuovi perimetri e nuovi confini, interrogandosi sul se e come interloquire con altri campi del sapere.

Non si tratta certo di una domanda nuova: abbiamo alle spalle una lunga e appassionante storia di idee che hanno segnato vivaci dibattiti e confronti su questi temi. Potremmo prendere come primo, ideale punto di riferimento le parole di Cesare Vivante nel suo trattato di diritto commerciale del 1893, quando chiedeva di guardare alla ormai famosa «natura delle cose» e di studiare la «pratica mercantile, dominata com’è da grandi leggi economiche» [2]. D’altronde, come testimoniano recenti ricerche, quello era un periodo ricco di «contributi variegati e stimolanti, competenze diverse, nell’insieme espressione di studiosi impegnati a riflettere sui nuovi problemi del mondo economico, dell’organizzazione del lavoro, del rapporto tra discipline, nella crisi ormai irreversibile dello Stato liberale» [3].

Lo stesso Vivante, secondo la bella biografia di Angelo Sraffa curata da Annamaria Monti, nell’ambito di una severa valutazione nel concorso per la promozione a ordinario valorizzava in Sraffa «la pregevole attitudine a studiare i fatti giuridici nell’ambiente economico e sociale» [4].

Prendendo a prestito le parole di Vincenzo Buonocore, e parafrasando il linguaggio cinematografico e teatrale, la potremmo chiamare l’esigenza di fare riferimento all’«ambientazione» [5]. Su questa ambientazione si è esercitata anche parte della manualistica (vale per tutti il capitolo introduttivo del primo volume di diritto commerciale di Gastone Cottino [6]) con lo scopo di accompagnare ragazze e ragazzi ad uno studio del diritto commerciale non avulso dalla realtà economica e storica che ne ha segnato genesi ed evoluzione. Una strada seguita da molti altri giuristi sui quali sono tornate organiche ricostruzioni che valorizzano metodologie di ricerca sempre attente a come, nelle parole di Francesco Galgano, «diritto ed economia si sono variamente atteggiati nel corso del tempo» [7].

Anche qui a titolo di mero esempio, e per limitarsi solo a qualche frammentario richiamo, oltre ai contributi sugli studi di quest’ultimo [8], si pensi alla attenta ricostruzione della vita e dell’opera di Ascarelli della quale si è delineata la poliedricità non certo riconducibile solo nell’alveo del diritto commerciale [9], tanto che la sua figura è stata, con un salto nella contemporaneità, ritenuta emblematica del metodo transdisciplinare [10]. Oppure alle aperture interdisciplinari recentemente richiamate nelle ricerche sull’insegnamento del diritto commerciale nell’Università di Napoli e sugli studi di Guido Rossi [11].

Non sono mancate nella storia anche discussioni e riflessioni su come questi aspetti si potessero coniugare con una riforma dell’ordinamento degli studi. Già nel 1950 Ascarelli, nel dibattito con Scialoja sulla riforma della facoltà di giurisprudenza sulla Rivista di Diritto Commerciale, metteva in evidenza come «gli studenti hanno una curiosa impressione: quella dell’esistenza di un diritto che si studia all’università in contrapposizione con i problemi dei quali si discute nella vita». Parole attuali che ritroviamo cinquant’anni dopo in un confronto a più voci sulla crisi dell’università italiana e in particolare nelle parole di Giovanna Visintini [12]. Tracce del medesimo orientamento si ritrovano poi nelle organiche proposte di riforma dell’organizzazione didattica e scientifica, tutte innervate sul superamento della parcellizzazione disciplinare, tanto da sfociare nella creazione di un modello di «Dipartimento di studi giuridici transnazionali e interdisciplinari» [13].

Una prospettiva, quella appena accennata, non limitata, ovviamente, al solo teatro del diritto commerciale, avendo coinvolto, anche se in misura non sempre uniforme, l’insieme dei saperi giuridici, e altrettanto ovviamente non è qui possibile ampliare una indagine ricostruttiva che pure sarebbe auspicabile. Quando Norberto Bobbio, con riferimento agli «scritti più significativi degli studiosi della giovane generazione, soprattutto di coloro che coltivano discipline meno tradizionali, come il diritto del lavoro, il diritto commerciale e industriale» sottolineava l’uscita dei giuristi «dal loro splendido isolamento» [14], o quando Michele Taruffo invitava a guardare i confini «a cavalcioni sul muro» che li segna per coglierne identità, ma anche interdipendenze, ammonendo contro i rischi di visioni esclusivamente protettive e difensive dei paradigmi disciplinari [15], offrivano spunti e suggestioni comuni all’insieme delle scienze giuridiche che meriterebbero, per essere pienamente colti, ben più ambiziosi approfondimenti trasversali [16].

Nella consapevolezza, in un quadro così ricco e composito, dei limiti di una riflessione settoriale, è forse opportuno, però, richiamare altri due importanti profili evolutivi che hanno caratterizzato i tempi più recenti, e che sotto il profilo metodologico, sul quale più avanti si tornerà, assumono una rilevanza che va decisamente oltre tali limiti.

La prima riguarda l’apertura al dialogo tra giuristi, una interdisciplinarità che per comodità possiamo definire interna, con interlocuzioni non affatto scontate tra diritto civile e commerciale. Non certo le uniche: pensiamo agli incontri con le traiettorie del diritto amministrativo [17], o del diritto del lavoro [18] e tributario [19], ma che hanno trovato nuova linfa nella ripresa di un approfondito dibattito dottrinale [20]. Non si vogliono, né si possono riprendere i termini di questo dibattito, peraltro lungi dal considerarsi concluso, tuttavia, sotto il profilo metodologico, è emersa l’esigenza di superare la frammentazione dei saperi giuridici, senza sacrificare le rispettive specificità, ed evitando ogni istanza di “colonizzazione disciplinare”. Guardando, in uno sforzo di sintesi, alle due sponde si aprono innegabili percorsi di attenzione i cui esiti non sono ancora consolidati [21], ma che comunque sembrano segnare un fecondo terreno di ulteriore futuro rafforzamento di forme quantomeno di reciproca comprensione e integrazione [22].


2. Dialoghi.

Un’altra traiettoria, altrettanto nota e meritevole di un rapido richiamo per il rilievo assunto nel campo del diritto commerciale e per le prospettive che le sue diverse e molteplici curvature aprono, riguarda l’interdisciplinarità che potremmo adesso definire “esterna” e cioè al di fuori delle articolazioni disciplinari. Qui il riferimento è alla maturazione del dialogo con l’apparato analitico delle scienze economiche e alla grande diffusione anche nel nostro panorama dell’analisi economica del diritto.

Una diffusione ricca di molteplici sfaccettature e dal percorso non sempre lineare, tanto che qualcuno guardando a questo percorso, ha preferito usare non il singolare, ma il plurale, in un contesto dove «molti degli scritti in materia continuano, chi sa se opportunamente o meno, a sforzarsi di definire cosa debba o possa stare dentro i recipienti etichettati nel suddetto modo» [23]. In uno sforzo di sintesi, possiamo individuare un filo conduttore nello scrutinio con la lente dell’economista delle conseguenze delle scelte normative sugli individui e della misurazione del grado di efficienza di queste nei diversi teatri nei quali operano. Non si può non sottolineare come questi paradigmi abbiano messo in moto molte energie non solo in campo accademico, ma anche sul terreno della giurisdizione e della elaborazione delle norme.

È ricca l’offerta formativa su queste materie (in verità più nelle facoltà di economia), e non mancano le indagini sul grado di penetrazione nei canoni interpretativi di giudice e interprete «capace di guardare alla fattispecie concreta con una visuale più ampia propiziata, appunto, dal dialogo con una impostazione che nulla concede ai luoghi comuni della sua educazione e costringe, ad ogni piè sospinto a rimetterli in discussione» [24].

D’altronde, nella stagione delle grandi riforme che hanno investito a cavallo dei due secoli le regole dei mercati finanziari e il diritto societario, vi sono stati alcuni rilevanti provvedimenti all’interno dei quali il singolo disegno legislativo era direttamente funzionalizzato al raggiungimento di determinate performance, e per questo motivo al centro di un’intensa comunicazione, se non proprio sintonia, tra giuristi ed economisti, sfociata nella nascita di luoghi di scambio e produzione di idee che hanno partorito ambiziosi progetti ai quali la successiva legislazione si è in parte ispirata. Riassumendo con le parole di un economista notoriamente sensibile a queste tematiche, Pierluigi Ciocca, “che il diritto conti e conti più di ieri per la performance dell’economia è sostenibile a priori. Quanto conti, solo l’analisi empirica può ambire a dirlo» [25]. Un panorama che si è progressivamente arricchito nel tempo di sviluppi culturali in diverse direzioni, si pensi alla diffusione di riviste volutamente ispirate a queste forme di dialogo. In alcune case editrici i cataloghi prevedono adesso accanto alle tradizionali e distinte sezioni di diritto e di economia una esplicitamente dedicata a “diritto ed economia”, e non sono mancate iniziative manualistiche tese a rivedere consolidate impostazioni attraverso proprio la lente del diritto e dell’economia. Questo, sia ben chiaro, non è certo del tutto ascrivibile all’avanzata, in alcuni casi giudicata «aggressiva» [26], dell’analisi economica del diritto, ma sarebbe sbagliato sottovalutare come un simile approccio abbia spostato «in maniera vistosa l’angolo di osservazione, aprendo fronti mai battuti per l’addietro» [27], contribuendo sensibilmente a quella direttrice prima definita di interdisciplinarità esterna [28].

Una interdisciplinarità che ha scoperto recentemente nuove frontiere: ci si riferisce all’ormai noto lavoro di Katharina Pistor [29] teso ad esplorare le modalità attraverso le quali le istituzioni del diritto privato hanno contribuito a formare il capitale, che non può quindi funzionare senza un suo “codice” giuridico. Un codice determinante in equilibri di potere e assetti economici, tanto che l’invito è quello di leggere l’evoluzione del capitalismo globale anche alla luce del ruolo ricoperto dalle grandi law firm. Numerose le suggestioni offerte da questa ricca ricerca che passa attraverso molteplici tematiche ed è già oggetto di un acceso confronto di idee[30]. Qui è particolarmente interessante la chiave di lettura proposta da Maria Rosaria Ferrarese [31]: se la law and economics, «nella versione dei Chicago boys, tendeva a ricondurre le regole giuridiche nel cono d’ombra dell’economia, intesa soprattutto come ricerca di efficienza», la Pistor sembra rovesciare questa impostazione, indagando quel rapporto innanzitutto alla luce della rilevanza dei moduli giuridici che rendono possibile e praticabile la valorizzazione del capitale e quindi, dal nostro punto di vista, costringe, si passi l’espressione, l’economista a guardare a quei moduli, costruendo un approccio interdisciplinare dove le regole giuridiche escono dal quel cono d’ombra e conquistano il loro definitivo posto al sole.

L’Economic Analysis of Law, paradossalmente, ha avuto un grande effetto propulsivo derivante dai suoi stessi profili critici che tanto dibattito hanno suscitato e stanno suscitando.

Al di là delle connotazioni ideologiche e di ferma adesione alle logiche di mercato, che spesso l’hanno caratterizzato [32], il presupposto sul quale si incardina il poliedrico apparato analitico dell’EAL è rappresentato dai modelli di razionalità individuale [33] caratteristici dell’economica neoclassica. Secondo questi modelli viviamo in un mondo ideale di scelte stabili dove tutte le nostre decisioni sono frutto di una attenta e razionale valutazione dei costi e dei benefici. Per riassumere, «una posizione etico-normativa che identifica il fine prioritario di ogni organizzazione sociale nella tutela degli individui in quanto homines oeconomici, in quanto massimizzatori razionali della loro ricchezza (utilità benessere, valore») [34]. Ed in effetti anche quegli studiosi che pur hanno avuto un ruolo rilevante nella diffusione nel nostro paese dell’EAL, avvertivano l’esigenza di una maggiore e più realistica attenzione al comportamento umano, per studiare «come gli individui rispondano alle norme, e quindi per capire quali regole abbiano un maggiore potenziale per raggiungere determinati obiettivi. Il passo da compiere, allora, consisterà nel restituire, gradualmente e cum grano salis, un po’ di umanità all’automa oeconomicus» [35].

Un automa crollato sotto i colpi della lenta e inesorabile affermazione delle scienze comportamentali nel percorso avviato dai pionieristici studi di Herbert Simon con la definizione del principio della bounded rationality e la serrata critica ai modelli di razionalità olimpica, tanto eleganti e perfetti, quanto appunto mitologici. Un percorso successivamente attraversato dalle grandi e per certi versi rivoluzionarie sperimentazioni, frutto del lungo e travagliato sodalizio tra Amos Tversky e Danny Kahneman. Da qui è derivata la profonda e radicale trasformazione che, valorizzando le grandi potenzialità derivanti dallo studio dei fattori comportamentali, ha totalmente ribaltato l’assioma secondo il quale gli agenti sarebbero sempre in grado di fare scelte ottimali sapendo con precisione quello che vogliono, attraverso la chiave di lettura delle euristiche e dei bias (termini adesso entrati nel linguaggio comune, ma allora carichi di grande portata innovativa).

L’amicizia della quale stiamo parlando ad un certo punto si interrompe, ma nessuno ha dubbi sul fatto che il premio Nobel attribuito a Kahneman nel 2002 perché (così recita il discorso di presentazione) «i nuovi ponti che si stanno consolidando ad unire discipline diverse possono essere attribuiti in ampia misura alla Sua ricerca innovativa sul confine tra economia e psicologia» sarebbe stato equamente condiviso con Tversky se questo non fosse prematuramente scomparso. E proprio la motivazione ora riportata indica le ragioni per le quali i lavori e gli esperimenti dei due studiosi israeliani sono così importanti non solo per “quello” che dicono, ma, appunto, per “come” lo dicono, imponendo di aprirsi ad un teatro dei saperi decisamente più ampio e complesso rispetto alle teorie economiche tradizionali, un teatro al quale anche i giuristi, sebbene con un po’ di ritardo, hanno cominciato a guardare.

Sempre negli anni ’70 un paper di Kahneman e Tversky finisce nelle mani di uno studente che si definisce pigro e non particolarmente brillante, e che sta svogliatamente conducendo la sua tesi. Il paper viene divorato in appena trenta minuti, che però, sono sempre sue parole, gli cambiano definitivamente la vita. Quello studente si chiamava Richard Thaler oggi considerato il padre dell’economia comportamentale e anche lui destinatario nel 2017 del premio Nobel. Non è naturalmente questa la sede per la ricostruzione del pensiero di questo economista che ha fatto non poca fatica ad affermare le proprie idee nel mondo accademico: il consiglio è quello di leggere la sua autobiografia, dove partendo dal presupposto che la Behavioural economics è più interessante e divertente dell’economia tradizionale, invita il lettore a fermarsi subito appena prova una sensazione di noia [36]. Thaler, con grande sintesi, scolpisce la sua convinzione: «We do not live in a world of Econs. We live in a world of Humans. And since most economists are also human, they also know that they do not live in a world of Econs». Secondo lui, proprio la descrizione più realistica di come le persone sono fatte rende questo approccio decisamente più utile nelle declinazioni pratiche. Una descrizione che fa da sfondo ad una altra grande amicizia, cementata dalla frequentazione settimanale del ristorante Noodles ecc. del campus di Chicago (c’è un gustoso video su youtube a testimoniarlo), tra un economista (appunto Thaler) e un giurista, Cass Sunstein, che conduce al successivo e straordinario successo editoriale di «La spinta gentile». Nel volume, che ebbe difficoltà a trovare un editore, i risultati di questo filone vengono applicati alle tecniche di regolazione, sul presupposto che persone e istituzioni reali, e cioè i destinatari delle regole, non sempre corrispondono alle (ed anzi deviano dalle) astrazioni del diritto [37].

Sarebbe sicuramente sbagliato datare l’origine del diritto e dell’economia comportamentale dalla pubblicazione di questo volume [38]; tuttavia, esso ha segnato la nascita di un laboratorio scientifico che ha ampliato le metodologie interdisciplinari su molti e diversificati piani (economia, psicologia, sociologia scienze cognitive) indicati ora anche ai giuristi [39], in base agli esiti di una linea di pensiero che, così riassumono gli scienziati cognitivi, «può servire a difendere le persone da se stesse, o da interpretazioni errate circa i loro reali desideri» [40].

La più evidente testimonianza della rilevanza di questa svolta nelle conclusioni alle quali giunge Guido Calabresi nel suo Il futuro della Law and Economics. Qui, continuando nella strada intrapresa di superamento dell’imposta­zione individualistica dell’EAL verso una più attenta considerazione delle conseguenze collettive e sociali prodotte dal complesso dei rapporti giuridici [41], l’autore guarda all’economia comportamentale come «particolare e significativa manifestazione di quel tipo di relazione biunivoca tra teoria economica e mondo reale che cerco di promuovere in questa sede sotto il nome di metodo del Law and Economics. L’economia comportamentale deriva da una varietà di diverse fonti empiriche (non soltanto e non prevalentemente da giuristi), ma ha molto in comune con il tipo di analisi in discorso (e anzi può essere osservata proprio come un esempio particolarmente importante di questa analisi)» [42]. Non è un caso che se da un lato nella letteratura specializzata, proprio l’impianto dell’economia comportamentale viene indicato come un importante passaggio nell’avanzamento della metodologia interdisciplinare nelle scienze sociali [43], dall’altro i giuristi lo prendono come punto di riferimento per una interdisciplinarità che non si limita ad una semplice fase «meramente cognitiva» ma si risolve in una «contaminazione culturale» che «incide davvero sul diritto e dunque sul modo di fare diritto» [44].

Sempre seguendo il filo conduttore del metodo, potremmo, con un salto al­l’indietro negli anni, evocare le parole di Gerardo Santini che nel «Il commercio», pubblicato nel 1979, parlava del bisogno di superare una impostazione che osserva le norme come un sistema chiuso perché molti fenomeni economici vanno analizzati e descritti come un sistema «più reale» di quello ricavabile dai codici [45].

Il contributo delle scienze comportamentali sta proprio in questo “bagno di realtà”, perché mette il giurista di fronte alla consapevolezza che la norma non può avere come punto di riferimento un destinatario stilizzato astrattamente (appunto un Econ); essa deve piuttosto considerare un soggetto con tutte le manifestazioni del suo essere, aiutando la regola a meglio perseguire il suo scopo: incidere sulla realtà così come è fatta, e non come si immagina possa presumibilmente manifestarsi secondo modelli precostituiti. Un approccio, questo, ormai accolto in molteplici campi del diritto, ricco di potenzialità e non certo esente da criticità sulle quali la discussione è ancora aperta [46], con toni appassionati e in alcuni casi divertenti [47], ma che comunque sta assumendo un ruolo sempre più importante nelle politiche di regolazione, tanto da riflettere la comune ispirazione di ordinamenti e sistemi istituzionali, al di qua e al di là dell’oceano, tra loro molto diversi [48].


3. Dalla governance all’intelligenza artificiale: vecchi e nuovi territori.

Le dinamiche appena descritte impongono al giurista, e non solo ovviamente nel diritto commerciale, la ricerca di un nuovo bagaglio concettuale per confrontarsi con orizzonti e prospettive inimmaginabili fino a qualche tempo fa. Recentemente un importante studio proprio per consolidare la tenuta della behavioral law and economics, accusata di fondarsi su una lista di anomalie di comportamenti irrazionali non riconducibili ad un unico e coerente impianto teorico, ha richiamato i principi della teoria dei quanti sul presupposto che «both human decision and particle measurements are influenced by forms of path dependency» [49].

Semplici spunti di riflessione, ma che comunque segnano una direzione: Rodolfo Sacco nel presentare la sua opera, Il diritto muto, ringraziava gli studiosi dell’uomo vivente: «Grazie etologi, grazie genetisti, grazie neuroscienziati. Per ora vi ringrazio a nome degli antropologi del diritto. Spero che un giorno qualcuno vi ringrazi a nome di tutti i giuristi allorché questi ultimi avranno inteso quale debba essere la loro formazione e avranno così scoperto a chi sono debitori» [50]. Essere debitori non significa naturalmente, un’accettazione incondizionata di queste suggestioni, anzi il contrario, e cioè accogliere in senso critico e costruttivo gli apporti delle altre branche del sapere, necessari per comprendere fenomeni sempre più complessi e multiformi.

Numerose le direttrici lungo questa strada, alcune già abbondantemente sperimentate, altre ancora ricche di grandi potenzialità. Tra le prime si possono sicuramente annoverare le continue interazioni tra il diritto e le scienze aziendali e contabili [51]. Queste interazioni sono state rafforzate e valorizzate da recenti politiche legislative, ed il riferimento è soprattutto al codice sulla crisi d’impresa, la cui elaborazione interpretazione e concreta applicazione richiede non solo dialogo, ma lavoro comune [52].

Si pensi, poi, allo studio delle diverse articolazioni della governance, nelle sue sfaccettature, pubbliche e private, tra loro connesse e con il giurista che deve considerare anche gli esiti di analisi sociologiche e financo comportamentali (in fin dei conti gli organi di governo sono sempre gruppi di donne e uomini che decidono). Un concetto, sottolineano gli studiosi più sensibili a questi temi, trasversale che ormai «fa da ponte» [53] a ricerche e indagini che attraversano molti confini disciplinari, e quindi non affrontabili senza fare i conti con questi collegamenti [54].

Non si può, inoltre, trascurare l’esigenza di interrogarsi su fattori sociali e geopolitici che caratterizzano il riassetto delle fonti giuridiche e degli attori che a questo processo partecipano [55]. Uno contesto dove sempre di più si affermano innovative chiavi di lettura necessarie per decifrare (e soprattutto disciplinare) la complessità dei sistemi. Riassumendo, «to make sense of law’s complexity, we must engage with complexity theory» [56]. Nella interpretazione di determinati istituti assumono rilevanza le teorie che spiegano i meccanismi di formazione e funzionamento dei network [57], con significative e immediate ricadute sul terreno delle politiche di regolamentazione [58], che risultano del tutto inefficaci se prive di una visione dei legami tra i singoli nodi che compongono le reti [59]. Anche i giuristi, quindi, per decifrare la realtà che li circonda, devono apprendere quella che gli anglosassoni chiamano «systems think­ing competence» [60] e confrontarsi con tutti i saperi e le metodologie di ricerca che la connotano. Devo a Maria Rosaria Ferrarese la segnalazione di un manifesto sottoscritto da alcuni giuristi inglesi e statunitensi che invoca lo sviluppo della ricerca guardando al ruolo delle grandi catene di produzione globale, con l’invito agli studiosi del diritto di superare troppo rigidi comparti disciplinari [61].

Una prospettiva di fatto obbligata quando il giurista si interfaccia con gli sviluppi della rivoluzione digitale e dell’intelligenza artificiale. Sviluppi con molte diramazioni nella nostra materia, da quelle più conosciute (fin-tech) [62] a quelle che stanno aprendo adesso nuove frontiere come il “capitalismo delle piattaforme” [63], sino ai rapporti con la robotica [64].

Uno scenario dove la comunicazione di e fra competenze è importante per riuscire ad «afferrare il nuovo» [65] quindi regolamentarlo, fronteggiando nuove sfide che coinvolgono molti aspetti, da quelli etici e di responsabilità, fino alle forme organizzative di governo e trasparenza nella gestione dei dati [66].

Anche in questo caso alcuni esempi possono essere illuminanti. Da tempo è al centro dell’attenzione, alla luce dei primi barlumi di disciplina, il fenomeno dei contratti basati su registri distributivi, gli smart contracts, e sono molti gli interrogativi sulla loro natura e collocazione, nella prospettiva di individuare adeguati presidi a tutela dell’equilibrio contrattuale [67]. Ma è evidente che porsi questi interrogativi significa anche necessariamente considerare profili tecnologici e sociologici del fenomeno [68], che aiutano il giurista a ben delineare le aree di ricerca. Una recente e completa analisi bibliometrica (sulla letteratura di lingua inglese) censisce il tasso di contributi nel campo tecnologico, sociale e giuridico, con una minor incidenza di quello economico, e alla luce di questa rilevazione indica i possibili territori di ulteriori esplorazioni di una materia così proteiforme [69].

L’intelligenza artificiale, inoltre, rappresenta un importante terreno di confronto nella sfera applicativa delle norme, con software in grado, in ambito civile e penale [70], di processare informazioni e precedenti giurisprudenziali con capacità predittive tanto che si parla di decisione robotica. Lo sforzo del giurista [71] è quello di trovare un delicato punto di equilibrio per, usando una espressione a effetto, far convivere calcolo algoritmico e uomo, necessariamente avvalendosi delle acquisizioni delle scienze informatiche, organizzative, comportamentali e psicologiche. Se da un lato si indaga il contributo delle applicazioni automatizzate alla «comodità nel giudicare» [72], dall’altro proprio il giudicare deve essere letto alla luce delle trappole cognitive ed emozionali che si annidano in ogni dinamica decisionale che coinvolge donne e uomini [73]. La recente traduzione in Italia del lavoro di Garapon e Lasségue è la più evidente testimonianza di come questi fenomeni siano catturabili solo con una «pluralità di lenti analitiche» [74].


4. Sostenibilità senza interdisciplinarità.

Parlando di territori dove troviamo sempre diffusi esercizi di interdisciplinarità, è necessario il riferimento ad una direttrice di ricerca che origina in antichi e mai conclusi dibattiti sulla natura dell’impresa e il perimetro dell’in­teresse sociale. Questa direttrice si è diversificata e arricchita di importanti filoni di studio coniugati con l’evoluzione degli ordinamenti attraverso i difficili passaggi delle crisi (quella finanziaria di inizio secolo e quella che stiamo vivendo). Una discussione che sta richiamando energie di studiosi e operatori e che ha avuto rilevanti conseguenze, sia negli assetti normativi in sistemi profondamente diversi tra di loro (a testimonianza che la path dependence conta, ma fino ad un certo punto), sia in molteplici prassi di self-regulation.

Il giurista deve ora confrontarsi con grandi aree tematiche prepotentemente entrate nell’agenda dei regolatori, come la tutela delle diverse constituencies coinvolte nell’attività di impresa a fronte di quella che è stata definita con diffidenza l’idolatria dello shareholder value, oppure la valorizzazione di orizzonti di lungo periodo nell’investimento azionario e nelle gestioni imprenditoriali a sua volta coniugate con sempre più ricchi presidi di responsabilità sociale; e tutto questo in una geografia dove, attraverso forme di contaminazione e ibridazione, i continenti del profit e del non profit non sono più così distanti come una volta [75].

In definitiva tutti, dalle istituzioni agli attori economici, dalle istanze politiche a quelle sociali, sono alla ricerca di nuovi equilibri nei rapporti con gli stakeholder, e questo avviene sotto il grande ombrello della sostenibilità, concetto che ambisce a essere onnicomprensivo, ma che rappresenta ancora territorio dai confini molto mobili e spesso ambigui [76], una sorta di «cloud o concetto nuvola che tutto promette» e che rischia di annoiare [77].

Un caleidoscopio in continuo mutamento [78] nel quale non è certo facile orientarsi ma che, ed è questo che qui interessa, non si riuscirà mai a catturare, interpretare, decifrare e ordinare, senza comprenderne le molteplici sfaccettature grazie alle chiavi di lettura offerte da altri saperi [79].

Emblematico, sotto questo profilo, il tormentato, nel senso di ampiezza di contributi, ma difficoltà a raggiungere soluzioni condivise, itinerario di ricerca che si interroga sulla convivenza degli “interessi plurimi” [80] che connotano l’evoluzione dei modelli societari. La disputa, a grandi linee, è ormai nota, e sul campo si confrontano tre schieramenti: il primo, sostenuto anche da dichiarazioni ufficiali di CEO e di esperti di governance sparsi per il mondo [81], decisamente orientato verso la valorizzazione di quello che viene chiamato lo stakeholderism [82], attraverso la ridefinizione, su diversi piani regolamentari, dello scopo della società [83].

Il secondo, per usare le icastiche espressioni di Franco Debenedetti nel suo ultimo lavoro (utile perché affronta queste tematiche anche sul piano divulgativo), difende a spada tratta il paradigma del profitto e ritiene che lo stakeholderism «sarebbe dannoso per shareholder, stakeholder e per la società tutta» [84]. In mezzo ci sono i pontieri che seguendo le tracce di Alex Edmans potremmo ricondurre all’economia della torta: secondo la sua visione ottimistica non si tratta di un gioco a somma zero, ma la torta può aumentare per tutti. Si tratta di definire modelli organizzativi, e forse in questo presenta una articolazione più matura del semplice enlightened shareholder value, che consentano a sha­reholder e stakeholder di incrementare la propria fetta [85].

Come dicevo, una sintesi a grandi linee di un dibattito definito da uno dei suoi maggiori protagonisti pieno di «gusto, intelligenza polemica, rivisitazione di vecchie idee e proposte nuove» [86] e anche trasversale ai diversi orientamenti politici [87], e sul quale non poco inciderà anche la pandemia che, imponendo al giurista di ricostruire molti nuovi edifici «sembra voler bruscamente convincere che la sostenibilità non è utopia, alibi, corpo estraneo, ma concretissima esigenza che ridisegna responsabilità ed obiettivi al di là delle spesso teologiche dispute sulla rilevanza e gli effetti rispetto al diritto positivo con cui le norme vengono lette e applicate» [88].

In questa “concretissima” prospettiva, un utile criterio per orientarsi lo offriva il caro amico al quale questo saggio è dedicato, quando sottolineava il bisogno non tanto di guardare allo scopo della società, ma al come si gestisce l’impresa e al come queste dinamiche si trasferiscono nella sua governance e nella sua organizzazione [89].

Ed è proprio qui che il giurista, per cogliere questi aspetti, non può disinteressarsi di ciò che avviene altrove. A titolo di mero esempio ci si può chiedere quanto poteva essere utile una interlocuzione con lavori di studiosi di organizzazione aziendale, come Anna Grandori, che, con una visione innovativa e «uno sforzo di rivisitazione e collegamento tra economia, diritto, e scienze comportamentali e organizzative» [90], proponeva dieci tesi sull’impresa sottolineando quei connotati innovativi con i quali un lustro più tardi ci stiamo confrontando. Si pensi, inoltre, alle ricerche di un altro aziendalista, Franco Butera, che partendo dal presupposto inverso, cioè chiedendosi come fare a limitare la diffusione di imprese irresponsabili, cerca di configurare un modello di impresa “integrale” in grado di coniugare obiettivi economici e sociali [91].

Suggerimenti che aiutano a comprendere le dinamiche organizzative sulle quali scelte statutarie e/o vincoli normativi (basti pensare agli obblighi di informazione non finanziaria) si innestano.

Emblematico, sotto questo profilo, lo sforzo Di Colin Mayer e Bruno Roche, tra i paladini del primo schieramento, che si sono chiesti con una analisi trasversale in parallelo tra teoria e case study, come mettere in pratica il tentativo di purpose o meglio potremmo dire di re-purpose [92] delle corporation [93]. Sempre nella prospettiva indicata da Vincenzo Calandra Buonaura si sta diffondendo la consapevolezza, che al di là di esercizi meramente definitori e teleologici, una governance virtuosa e attenta alla mitigazione dei rischi non può comunque trascurare quelli rientranti nelle categorie sociali e ambientali [94]. Rischi che quindi bisogna conoscere, valutare e rendicontare. Da tempo, soprattutto sul piano comunitario, si è alla ricerca di “tassonomie” sulle quali articolare e specificare criteri di sostenibilità e obiettivi di investimento [95].

Così come stanno maturando gli sforzi per uniformare parametri di valutazione in grado di garantire leggibilità, trasparenza e soprattutto comparabilità dei dati non finanziari. Senza una omogeneità nelle metodologie di misurazione, secondo ben precise e individuate metriche [96], il rischio diffuso è quello di approcci superficiali e promozionali che non riflettono la loro reale incidenza sulle gestioni imprenditoriali. Un recente studio mette in evidenza come i due maggiori produttori di standard, in particolare la GRI (Global Reporting Initiative) e il Sustainable Accounting Standard Board (SASB), utilizzano parametri non allineati, potendo offrire risultanze non conformi [97], e lo stesso avviene per il sempre più ampio e non regolato teatro degli operatori del ranking [98] all’interno del quale potrebbe essere facile scegliersi il più consono alle proprie esigenze. In sostanza, quella che, con un bel richiamo letterario, è stata fotografata come «l’insostenibile leggerezza della sostenibilità» [99].

È tema, questo, molto complesso, ma chi cerca di intercettarlo soltanto nell’ambito della propria comunità di ricerca è destinato all’insuccesso [100]; occorre un ampliamento [101] e un confronto con la cultura tecnica e scientifica al quale i giuristi sono ancora poco abituati. Ampliamento e confronto, necessari non solo per interpretare e regolamentare un fenomeno così ricco di sfaccettature, ma anche in termini applicativi, con immediate ricadute pratiche.

I protagonisti della governance, gestori e controllori, devono informarsi, capire la dimensione e la rilevanza di fattori socio ambientali per strategie industriali e attività societaria, valutare matrici di materialità e indicatori di performance, perché parte integrante dei loro obblighi di monitoraggio e mitigazione dei rischi [102], ma anche perché in fin dei conti questa è l’unica strada affinché le organizzazioni imprenditoriali maturino al loro interno la piena consapevolezza del reale rapporto costi benefici della sostenibilità, e il suo concreto e misurabile impatto sulla comunità degli stakeholder [103].

E per questo debbono necessariamente far riferimento a conoscenze, metodologie, linguaggi non riconducibili alla tradizionale compartimentalizzazione dei saperi, e costruire ponti con capacità ed esperienze maturate in contesti lontani da quelli con i quali tradizionalmente ci si confronta [104].

Questo, lo si sottolinea a scanso di facili equivoci, non significa annullare le proprie specificità né tantomeno costringere un giurista a immergersi nelle 492 pagine dell’ultima proposta di regolamento che, a seguito della Comunicazione comunitaria in materia, definisce i criteri di impatto ambientale per ogni singolo settore [105]. Vuole dire piuttosto aprirsi, con nuovi abiti mentali ed empatia, verso altre competenze, per utilizzare chiavi di lettura che sappiano coglierne gli esiti, le differenze e complementarietà, pratica oggi oggettivamente non molto diffusa [106].

Come più avanti vedremo la sostenibilità è il teatro dove con maggiore forza si stanno affermando caratteri transdisciplinari [107], tanto da far maturare il paradigma di una nuova scienza che apre frontiere prima inattese. Un processo non sempre lineare ma ormai definitivamente avviato, e chi non sarà capace di coglierne le sfide è condannato a rimanerne fuori [108]. Se, come ormai testimoniano tutti gli atti di indirizzo e i piani di sviluppo dei decisori politici sul piano nazionale e comunitario, «la ricerca universitaria del futuro parlerà l’alfabeto della sostenibilità» [109], è bene attrezzarsi per tempo.


5. Il rischio del “nulla dietro”.

Il rapido e sicuramente non esaustivo sguardo su un percorso che, radicato in profonde radici storiche, arriva fino ai nostri giorni non può non concludersi con la domanda banale, ma cruciale, che si è posto Tommaso Greco: «se i grandi Maestri del diritto – ai quali guardano con ammirazione i giuristi contemporanei (quelli cioè che formano oggi i giuristi di domani), non solo sottolineano tutti, indistintamente, qualunque sia la loro appartenenza disciplinare e scientifica, l’importanza per il giurista di una visione ampia, interdisciplinare, culturalmente fondata e consapevole, per quale motivo non dovremmo prenderli sul serio?» [110]. E, si può aggiungere, cosa significa prendere sul serio l’interdisciplinarità?

Sono domande più che giustificate, perché se da un lato è emersa con forza la consapevolezza dell’importanza di una apertura verso l’acquisizione dei contributi provenienti da altri campi del sapere, dall’altro vi è l’esigenza di individuare con precisione il perimetro entro il quale l’interdisciplinarità si deve estendere, e soprattutto quali ne possano essere sul piano di metodi e contenuti, le declinazioni, per renderla realmente operativa nella attività di ricerca e in quella didattica.

Questo perché spesso si ha la sensazione di un’espressione decisamente inflazionata, o per dirla con la frase a effetto di un’indagine internazionale [111], di una signora molto sexy e attraente, ma di scarsa reputazione quando si tratta concretamente di farla entrare nel panorama accademico. Guardando a casa nostra, Roberto Caso in un articolo pubblicato sul sito Roars nel 2014, analizzando numerosi provvedimenti (compresi 9 statuti di Università) ha parlato di una interdisciplinarità tanto frequentemente proclamata come principio ispiratore di ricerca e formazione, quanto nei fatti del tutto disattesa se non ostacolata [112]. E partendo proprio dall’angolo visuale prima richiamato dello studio dei sistemi complessi, uno dei pionieri di questa materia, Mauro Ceruti, ha dovuto constatare come a fronte della imprescindibile esigenza di approcci integrati, manchino del tutto territori non recintati dove l’interazione tra saperi possa realizzarsi [113].

È difficile non concordare con le parole di Raffaella Scarpa in un interessante volume [114] sulle scienze umane il cui «indebolimento ha innescato una tendenza alla forte divaricazione territoriale sia da parte dei saperi umanistici (tanto più si sente debole, tanto maggiormente un sapere si frange, si chiude e si parcellizza in appezzati e potentati, in una sorta di catasto immaginario in cui il controllo del territorio fa da placebo alla sensazione di forte marginalità), sia da parte di quelli scientifici e parascientifici, in posizione apicale, per i quali la territorializzazione è la conseguenza di una chiara consapevolezza di fondo: bastarsi in una felice autarchia. La sensazione è oggi una paratia teorica e definitoria della quale avrebbe detto Montale si percepisce talvolta “il nulla dietro”.

Il “nulla dietro”, se si manifesta in una autoreferenzialità dei singoli comparti con conseguenti condizioni di marginalità nel valore aggiunto della ricerca, per quanto riguarda in specifico il settore giuridico rappresenta la chiusura in un piccolo giardino che allontana studenti alla ricerca di curricula sempre più aperti e ai quali corrispondono specularmente sbocchi professionali non più riconducibili ai tradizionali paradigmi delle scienze giuridiche, come testimoniano inesorabili dati statistici ormai assurti anche agli onori delle cronache giornalistiche [115]. Dati confermati dalle proiezioni sul futuro, che oltretutto alla luce della recente crisi legata alla pandemia appaiono difficilmente migliorabili, dove di fronte alle filiere dei fabbisogni occupazionali previsti fino al 2023, le competenze dell’area giuridica si collocano in fondo alla classifica [116].

Si poterebbe dire: niente di nuovo rispetto a quanto emergeva, come abbiamo visto, nella discussione tra Ascarelli e Scialoja; e niente di nuovo anche rispetto a tutti quegli studi [117] che da tempo richiamano l’esigenza di padroneggiare una pluralità di saperi per sbocchi professionali che, anche nell’am­bito dei teatri più tradizionali (e affollati) come quello forense, richiedono un ampliamento di prospettive [118] verso nuove e diversificate competenze [119]. Difronte ad un impianto di base della formazione che non ha subito nel tempo significative modifiche [120], occorre allora verificare come e in che misura definire un nuovo statuto scientifico innervato, sul piano della ricerca e della didattica, su percorsi di interdisciplinarità virtuosa che «sollecitano il giurista a cercare anche in altre discipline elementi utili per un uso corretto dei canoni propri dell’interpretazione giuridica, ma che non portano al loro abbandono», secondo la definizione offerta, in un intervista sul diritto commerciale, da Renzo Costi alla luce della sua esperienza di «economista mancato» [121].

Le parole di Renzo Costi segnalano una giusta preoccupazione, e cioè il rischio che si creino scale gerarchiche dove un settore tenta di imporre all’altro sul terreno del metodo e del merito i propri standard e il proprio linguaggio, così di fatto appannando completamente l’identità dell’apparato analitico (che poi significa lunga e consolidata tradizione di studi) di una disciplina con la quale si pretende di dialogare da posizioni di forza. Un approccio da contrastare anche perché, appare ovvio, ma non bisogna mai dimenticarlo «without disciplines, there is noting on which to be inter» [122].

Si è così preso come punto di riferimento il “modello a T”, dove la linea verticale rappresenta l’impianto disciplinare di base, mentre quello orizzontale l’arricchimento di nuovi contenuti (i soft skill[123]. Un equilibrio, però, non facile da attuare: il rigido ancoraggio alle specializzazioni può ostacolare quello che la letteratura in materia definisce interactional expertise [124] e cioè la possibilità di aprirsi ad altri campi con la dovuta flessibilità e soprattutto con la capacità di riconoscere il necessario margine di errore [125] che si può generare quando si affrontano territori sconosciuti, senza che si mettano in moto meccanismi legati alla vocazione tipicamente punitiva dei retaggi disciplinari [126].

Al termine di un’altra intervista [127], Sabino Cassese auspica che lo studioso del diritto amministrativo diventi «un Querdenker (pensatore laterale, pensatore dalle idee originali) come dicono i tedeschi, o un trespasser (che sconfina, un trasgressore) come dicono gli americani». Dobbiamo chiederci se effettivamente esista un contesto che consenta di essere laterali e trasgredire, o se al contrario sia premiata la conformità ai canoni conosciuti, soprattutto per chi muove i primi passi nella già difficile e complicata carriera del ricercatore.

Queste strozzature nei percorsi di avanzamento delle carriere sono in realtà da tempo richiamate [128], ma ad esempio Eurodoc, l’associazione europea dei dottori di ricerca, ha elaborato un documento dove si mette in evidenza la difficoltà a pubblicare su riviste interdisciplinari che non hanno lo stesso impact factor di quelle monodisciplinari [129], e io stesso, che pure la carriera l’ho iniziata ormai da molto tempo, ho dovuto sperimentare le stesse difficoltà quando si è trattato di aderire ad una call for paper di un’importante rivista, del tutto estranea però non soltanto al mio settore di riferimento, ma a tutti i settori giuridici. Si tratta allora, di cominciare ad arare un campo rivoltando le singole zolle, il che vuol dire, fuor di metafora, verificare dove ancora si annidano le incrostazioni che spesso impediscono, appunto, di prendere sul serio l’interdisciplinarità. Altrimenti e qui concludo con l’ultima intervista, questa volta ad un grande «psicanalista irriverente», «se stiamo sempre in adorazione di ciò che sappiamo diventiamo noi stessi dei monumenti protetti dal­l’UNESCO» [130].


6. L’anguilla

Ritornando alla metafora, una simile opera di aratura è ovviamente incompatibile con la dimensione di un saggio, ma si può forse disegnare una prima trama per aprire alcune aree di riflessione, indicando quanto meno le possibili linee di policy in grado di affrontare concretamente le sfide dell’interdisci­plinarità. In sostanza, si guarda al paesaggio con qualche inevitabile sacrificio delle esigenze di focalizzazione su alcuni pur importanti passaggi: è una scelta sicuramente parziale, ma obbligata. Una banale ricerca sulle banche dati è scoraggiante per la sconfinata e ricchissima letteratura in materia, che ricomprende più meno tutti i campi del sapere e che rende ardua qualsiasi pretesa di organicità. Analisi teoriche, ricerche metodologiche, descrizioni di esperienze sul campo, rilevazioni empiriche, incroci e interlocuzioni nelle scienze (e con questa espressione si ricomprendono sia quelle umanistiche sia le c.d. scienze “dure”) al cui interno è veramente difficile trovare un filo conduttore.

Se soltanto si prende come riferimento la grande produzione di riviste (in realtà per quanto riguarda le scienze sociali prevalentemente nel mondo anglosassone e incomparabile con quella nostrana) ci si trova di fronte all’obiettivo comune di una riorganizzazione delle discipline [131], ma con molteplici diramazioni, tra chi lo realizza aprendosi a contributi provenienti dai più svariati settori, a chi invece si concentra sulle metodologie di ricerca [132], a chi infine segue traiettorie interne a singole articolazioni scientifiche, compreso, naturalmente, il diritto [133]. E una analoga verifica sulla rete mette in evidenza un fitto tessuto di università e centri di ricerca organizzati anche in forma di network di coordinamento [134], con un’offerta formativa estesa alle attività post-laurea (diffusa anche nel nostro sistema) ricca e variegata, dove l’interdisciplinarità rappresenta sempre lo specifico valore aggiunto. Un panorama, quindi, molto ampio e dai confini estesi, tanto che si sente l’esigenza di una mappatura che aiuti a orientarsi [135], ma un panorama che nasconde l’insidia di una scarsa attenzione a come la dimensione interdisciplinare si realizza nelle sue diverse e concrete applicazioni, evitando che rappresenti il classico ingrediente utile solo per insaporire il piatto. Anche in questo caso due esempi, ovviamente di diverso spessore e importanza, possono essere illuminanti.

Il primo riguarda il dibattito suscitato dalla proclamata vocazione interdisciplinare e problem-oriented dei programmi comunitari [136] e in particolare di Horizon 2020, che come è noto riservano grandi risorse per la ricerca. Nel rapporto tra scienze umanistiche e scienze esatte si è criticata la posizione ancillare delle prime, con una integrazione indicata come criterio guida, ma in realtà sbilanciata a favore delle seconde [137].

Un dialogo tra approcci metodologici ancora più difficile rispetto al teatro interno alle Social Science and Humanities (SSH) [138], ma necessario per contribuire all’avanzamento della ricerca secondo progetti comunitari ispirati al­l’esigenza della forte interconnessione tra le diverse competenze, per cogliere tutte le sfaccettature di un problema, che però sul piano attuativo «still leaves a number of questions unanswered» [139], quando si tratta di superare le barriere tra i vari silos disciplinari, in un contesto nel quale le scienze giuridiche appaiono particolarmente penalizzate [140].

L’altro esempio, di stampo decisamente più domestico, potrà forse apparire di scarsa rilevanza, ma è emblematico di una certa confusione in questa materia. Recentemente è stata rilanciata la proposta di abrogare una vecchia norma del 1933 che impedisce l’iscrizione a diversi corsi universitari, e questo con lo scopo di incentivare la maturazione di saperi rispondenti alla complessità degli sbocchi professionali e lavorativi. A parte le critiche sulla concreta fattibilità della proposta, si è giustamente messo in evidenza come seguire più corsi con tutti i relativi e onerosi carichi di studio, non garantisce affatto una formazione interdisciplinare che si fonda, al contrario, su una reale integrazione, e non una mera moltiplicazione, di conoscenze [141].

In un breve, ma intenso articolo Pietro Greco offriva una immagine che più di ogni altra riflette queste insidie e queste confusioni quando definisce l’inter­disciplinarità «più sfuggente di un’anguilla. Sei sicuro di averla afferrata ed è già scappata via» [142]. È allora opportuno preliminarmente, un chiarimento concettuale per avviare una riflessione sulle possibili prospettive future.


7. Paradigmi, pandemie e grandi cuochi

Un chiarimento che parte dalle linee indicate nelle classiche ma ancora attualissime analisi di Thomas Kuhn, quando, alla luce della sua teoria fondata sul concetto di paradigma come asse portante delle identità disciplinari nella scienza, metteva in evidenza come le innovazioni avvengono non attraverso un processo cumulativo che si manifesta con ulteriori ampliamenti dei confini del paradigma, ma con l’edificazione di un nuovo campo che ne modifica radicalmente impostazioni teoriche e metodologie applicative [143]. Lo sviluppo della scienza presuppone radicali innovazioni in grado di mettere «in discussione tassonomie, metodi e modi di pensare delle discipline tradizionali» [144], poiché la frammentazione si dimostra inadeguata a confrontarsi con problemi e bisogni economici e sociali sempre più complessi.

Temi oggetto da tempo di studi e ricerche sulla evoluzione delle università come organizzazioni di produzione e trasformazione della conoscenza [145], secondo una linea evolutiva che si articola, in analogia con il modello a tripla elica del DNA, su tre pilastri: università, governi e imprese, che connotano tutti i mutamenti di un sistema di ricerca in grado di rispondere ai bisogni di innovazione attraverso quella che potremmo definire una «rimappatura delle culture e dei saperi» [146]. Questo modello nel corso del tempo ha subito una ulteriore maturazione verso un assetto a cinque eliche con l’aggiunta dei pilastri sociali ed ecologici che connotano la transizione delle economie verso il ventunesimo secolo. Le università si stanno indirizzando verso «more socially accountable research entities encompassing actors from inside and outside universities and different disciplinary backgrounds» [147].

Assumono, in altri termini, un più spiccato ruolo nel generare conoscenze e apprendimento utili a rispondere ai bisogni sociali provenienti dal mondo esterno, ruolo generalmente ricondotto nell’alveo della c.d. terza missione [148]. In realtà ancora si discute sul perimetro e le ricadute pratiche di questa funzione [149], ma è innegabile ormai che l’istituzionalizzazione dell’apertura e del trasferimento delle conoscenze, includendo non solo attività di valorizzazione economica della ricerca, ma anche iniziative con caratteristiche sociali culturali ed educative (utilizzo la descrizione offerta dalla nostra agenzia per la valutazione della ricerca [150]), presuppone una scelta che «nel contesto di un generale ripensamento dei metodi valutativi incoraggi (e non scoraggi) l’eterodossia e la curiosità, premi (e non penalizzi) l’interdisciplinarità e dunque incoraggi (e non scoraggi) a misurarsi con la complessità» [151].

Una scelta chiaramente valorizzata dagli ultimi orientamenti espressi dall’ANVUR circa i criteri di valutazione delle attività di terza missione, particolarmente attenti a parametri di impatto sociale e sostenibilità [152].

D’altronde, se da un lato non mancano significative esperienze di co-co­struzione di conoscenze nel rapporto con attori locali e sociali [153], dall’altro già agli inizi del secolo la Commissione Europea nel delineare il Ruolo delle Università nell’Europa della conoscenza ribadiva l’assoluta necessità di una simile linea di sviluppo per raggiungere una completa integrazione tra le istituzioni di ricerca e lo spazio europeo, mettendo nero su bianco il fatto che l’ostacolo maggiore era rappresentato da una organizzazione delle attività universitarie in funzione del quadro disciplinare tradizionale [154].

È stata, poi, la realtà, in coerenza con le tesi di Kuhn, a imporre questa strada: una ricostruzione storica [155] ha messo in evidenza come la capacità di misurarsi con la complessità si è manifestata soprattutto quando ci si è dovuti mobilitare di fronte a grandi e sfidanti missioni che necessariamente presupponevano creative e trasgressive combinazioni interdisciplinari,  si pensi al­l’’avventura per la conquista dello spazio [156] o alla battaglia per curare l’AIDS, come conferma un recente e importante rapporto dell’OECD [157]. Nella prefazione si legge che poco prima della pubblicazione è scoppiata la pandemia che diventa ora l’emblema che ben ne riassume i risultati: la ricerca mono-disciplinare può sicuramente contribuire a risolvere molti problemi sociali, ma è destinata a fallire in contesti di elevata complessità e incertezza come quelli che stiamo vivendo. In contemporanea è uscito un altro rapporto [158] che propone una definizione della “scienza della pandemia” come il campo interdisciplinare per produrre modelli, dati e analisi in grado di supportare il decisore politico nella tutela della salute con tutte le sue conseguenze sul tessuto sociale ed economico. Sempre sul piano comunitario, proprio prendendo spunto dalle criticità prima richiamate dei programmi di ricerca, si auspica una decisa sterzata del nuovo Horizon Europe verso approcci collaborativi, olistici e di lungo termine [159], con una maggiore valorizzazione delle scienze umane [160].

L’impatto dell’emergenza sanitaria su università e ricerca richiederà risposte coraggiose su molti versanti [161], dai bisogni di nuova didattica all’urgenza di conoscere risultati di esperimenti, al cambiamento nei sistemi di valutazione della ricerca. Basti pensare che quella sull’uso, peraltro notoriamente controverso, della idrossiclorochina è stata sottoposta ad una review durata due giorni (dal 18 al 20 marzo 2020) impensabile in tempi di normalità, con tutte le conseguenti domande sul futuro del ruolo della peer review e sui suoi rapporti con gli apparati di open sciences, considerando anche che numerose indagini in questo periodo hanno avuto accesso diretto alle piattaforme per essere successivamente sottoposte ad un vaglio pubblico [162]. Sono fenomeni che hanno riguardato i contributi delle scienze esatte, ma anche in campo giuridico non sono mancate e non mancano attente riflessioni su come confrontarsi con queste nuove dinamiche [163].

Ma l’aspetto più rilevante è sicuramente la forte accelerazione verso il superamento, sia delle barriere tra scienze esatte e umanistiche, sia delle suddivisioni presenti al loro interno. La richiesta è quella di un sostanzioso adeguamento delle risorse [164] collegato ad una urgente e nuova grammatica disciplinare [165] che consideri unitariamente fattori sanitari, scientifici, etici, comportamentali, sociali, geo-politici, economici nel dare risposte alle immense, complesse e inattese sfide che ci aspettano per tutto quello che verrà, perché è evidente che «la compartimentalizzazione dei saperi e gli approcci specialistici aumentano il rischio o almeno rischiano di farlo aumentare» [166].

Un terreno sul quale si stanno esercitando anche i giuristi al di fuori degli approcci più tradizionali, ancora predominanti nel nostro sistema, dove ciascuno si orienta verso analisi verticali in ragione della propria specializzazione. Lo sforzo è quello di uno sguardo orizzontale, fondato su un lavoro comune, agli effetti delle scelte di regolamentazione nei vari campi, dalla sicurezza sociale alla gestione dei rischi sanitari, dagli stimoli all’economia alle limitazioni di movimento per comunità e individui, per valutare in una dichiarata prospettiva “olistica”, gli impatti di lungo periodo delle diverse misure e prevenire (aspetto questo di grande rilevanza) effetti di trade-off tra le diverse regole settoriali spesso non adeguatamente coordinate tra di loro [167].

Sono e saranno tempi di grande incertezza [168], e ogni organizzazione dovrà confrontarsi con un ambiente in continuo cambiamento. I grandi cuochi del­l’alta cucina, lo racconta Vaughn Tan nel suo affascinante The Uncertainty Mindset [169], nella attività di ricerca e sviluppo (anche loro hanno i Think Food Thank e Tan li ha studiati per molti anni) debbono tener conto di un contesto di grande volatilità nei cambiamenti di gusti e stile delle persone. Per far questo vivono in una continua tensione verso l’innovazione, con modelli organizzativi all’interno di strutture modulari fondate su una interazione di ruoli e costanti integrazioni tra le diverse specializzazioni culinarie. Un modo per favorire approcci aperti e la adattabilità ai repentini mutamenti delle condizioni esterne. Se anche non si condividono le radicali conclusioni dell’autore verso a mindset for uncertainty world beyond the frontiers of food, le suggestioni offerte possono essere utili per lo sviluppo delle organizzazioni di produzione e trasmissione della conoscenza come l’università, per archiviare definitivamente la notissima espressione critica, in assoluto la più ricorrente nella letteratura sulla interdisciplinarità, e cioè che «communities have problems, universities have departments» [170].


8. Alla ricerca del prefisso giusto

L’insieme di tutte queste circostanze ci mette di fronte a sfide sicuramente ambiziose, ma che mai come in questo momento meritano di essere colte per evitare, su un terreno così fecondo per lo sviluppo della ricerca, di allungare la lista, come è noto decisamente nutrita, delle occasioni mancate nella storia del nostro paese. È però necessario un altro chiarimento. Infatti, nel linguaggio comune, la parola disciplina è arricchita da vari prefissi: pluri, multi, inter, cross (nel mondo anglosassone), trans, post, attribuendo spesso significati simili a espressioni che riflettono metodologie non sempre del tutto assimilabili.

Anche in questo caso una ricca letteratura scientifica si è a lungo esercitata nel tentativo di mappare le aree di dialogo tra discipline, ma gli esiti, sia sul piano teorico che su quello delle verifiche empiriche, non sono ancora del tutto consolidati. Esistono sicuramente tratti caratterizzanti le diverse forme di integrazione, ma esistono anche confini mobili; la rappresentazione può essere quella di una linea evolutiva ascendente con alla base le modalità di semplice dialogo, reciproca conoscenza e fertilizzazione e all’apice i paradigmi più evoluti, dove, come vedremo, la trasgressione rispetto ai tradizionali comparti settoriali è più intensa. Un’altra rappresentazione potrebbe essere quella di un grande ombrello, quello appunto dell’interdisciplinarità, sotto il quale prendono vita diverse modalità di sperimentazione tra loro complementari. Una rigida catalogazione corre quindi il rischio di semplificare troppo realtà complesse e in continuo movimento, ma è comunque necessaria per delimitare il terreno e successivamente discutere, come dicevamo prima, degli attrezzi per dissodarlo.

Alla base della traiettoria ascendente si collocano le più tradizionali forme di pluri- o multidisciplinarità, tradizionali perché più diffuse nella prassi. In questi casi l’approccio è quello di un oggetto di ricerca osservato da angolazioni e competenze che si muovono in parallelo. Si realizzano certo importanti scambi di idee e orientamenti, si apprendono teorie, concetti e metodologie di lavoro di altre specializzazioni, ma alla fine, tornando alla definizione di Kuhn, il paradigma non cambia, nel senso che si rimane comunque asserragliati all’interno dei propri confini [171]. Il che non vuol dire, sia ben chiaro, che queste forme embrionali di scambio di conoscenze non possano essere feconde e produttive. Qui cito, non la letteratura, ma le parole di un collega il quale diceva che in questo modo ci si comincia ad «annusare» senza timore di perdere la propria identità, ma imparando a confrontarsi con parametri diversi e non familiari, aspetto questo non affatto irrilevante soprattutto per i giuristi [172], e, nella logica evolutiva prima richiamata, può essere comunque un importante passo avanti. La letteratura, invece, è pressoché unanime nel ritenere che l’ef­ficacia della multidisciplinarietà decresce rapidamente man mano che i temi di ricerca e i problemi da affrontare diventano più complessi con una molteplicità di interrelazioni e attori coinvolti.

Ed è proprio questo, invece, il terreno di vocazione della interdisciplinarità dove, una volta predefinito il campo di indagine e/o le domande alle quali rispondere [173], interagiscono percorsi comuni tra più settori specialistici che sviluppano legami sul piano delle metodologie di ricerca, delle griglie di acquisizione di dati, degli impianti teorici e tecnici. L’obiettivo, con uno sforzo di coordinamento non affatto facile, è quello di condividere, con approccio collaborativo e non gerarchico [174], linguaggi e soluzioni che non soltanto siano alla fine in grado di rispondere a quelle domande, ma che abbiano anche la capacità di creare nuove conoscenze.


9. Giuristi e ingegneri.

È bene subito precisare che i tratti appena richiamati sono volutamente riassuntivi, ma qui veramente la sintesi si impone perché dalla mole di contributi in materia [175] emerge una varietà di definizioni del metodo interdisciplinare impossibile da rappresentare nella sua interezza. C’è solo l’imbarazzo della scelta ed io, con tutti i rischi di parzialità che questo comporta, ne ho scelta una tra le tante che descrive il metodo come qualcosa in più del semplice leggersi qualche libro di altre materie o lavorare insieme ai colleghi che le studiano. Comporta avere attenzione a come si pensa, a come ci si rapporta agli altri, al linguaggio che usiamo, a come comunichiamo e co-creiamo conoscenza. Richiede persone abituate e propense a lavorare fuori dalle conoscenze di base del proprio settore e che «sono contente e felici di rischiare» (ma devono essere in grado di poterlo fare, aggiungo): «il compenso è nuova illuminazione su vecchi problemi» [176].

Naturalmente una mappatura del fenomeno, per non rimanere troppo in superficie, non può fermarsi ai soli aspetti definitori. Nella tassonomia dell’inter­disciplinarità si distingue tra “Narrow ID”, quando si è in presenza di contenuti di ricerca, metodologie e paradigmi con una maggiore contiguità (si fa l’e­sempio della storia e della letteratura) e “Wide ID” dove dialogano forme di conoscenza più distanti (scienze esatte e umanistiche) [177] e in questo secondo caso, lo abbiamo visto a proposito di Horizon 2020, percorsi e processi sono decisamente più complessi e accidentati.

Inoltre, non si può ovviamente prescindere da censimenti e analisi delle esperienze maturate in ambiti universitari ed extra universitari (ad esempio nei grandi think thank), perché al di là dei pur importanti tentativi di definire un apparato concettuale che possa costituire una sorta di framework di riferimento, è importante comprendere come nelle prassi si manifestano potenzialità e criticità della interdisciplinarità. È infatti sempre più frequente rintracciare studi nei quali riflessioni di carattere generale sono seguite da evidenze empiriche e case studies [178].

Sono evidenze spesso difficili da ricondurre a unità, perché maturate in contesti e sistemi molto diversi tra di loro, ma utili a dare un senso di concretezza alle prospettive che si aprono, e anche agli ostacoli che si incontrano, quando ci si misura su questo terreno. Aiuta molto a comprendere lo stato dell’arte, più di tante ponderose analisi, una sorta di saggio-diario dove due scienziati sociali, partendo dal presupposto di scrivere «not another book about interdisciplinarity», raccontano la loro storia, come si sono avvicinati agli incontri con altre competenze, le speranze, le illusioni, i tentativi di superare difficoltà burocratiche e diffidenze personali, gli sforzi di colmare differenze di lessici e impostazioni, i risultati raggiunti [179]. E bisogna aggiungere che anche su quest’ultimo versante, e cioè la verifica del reale grado di incidenza e impatto dei lavori interdisciplinari, si sta sviluppando una attenta ricerca dagli esiti, però, ancora incerti [180].

Dal fermento di questo grande cantiere ancora aperto è possibile trarre spunti e indicazioni per costruire una ideale agenda su temi e proposte da approfondire e discutere, per dare anche nel nostro sistema solide gambe all’in­terdisciplinarità.

Ci sono però due ulteriori passaggi ancora da compiere: uno più semplice, l’altro, la celebrazione di un compleanno, decisamente più complicato.

Quello più semplice riguarda i giuristi, nel senso che anche loro sono parte attiva di questo laboratorio e ne condividono riflessioni ed elaborazioni, nella consapevolezza che «i problemi legali sono come gli elefanti: osservarli solo in una prospettiva significa offrire una versione distorta dell’intero» [181].

Di qui, anche per loro la necessità di sviluppare ricerche solution oriented in grado di realizzare scambi di conoscenze e forme di integrazione non limitate a semplici prospettive multidisciplinari [182]. In realtà, non sono mancati richiami alla specificità dei giuristi che renderebbe più difficile il raggiungimento di questi obiettivi; qualcuno, alla luce del legame molto stretto tra ricerca giuridica e risvolti professionali, collocava l’interdisciplinarità nella categoria dei sogni irrealizzabili [183], ma, come si è già accennato, sono proprio i profondi cambiamenti nel mercato del lavoro delle professioni a imporre ai giuristi un ampliamento delle proprie competenze [184] secondo indirizzi di cross fertilization [185]. Non si possono certo sottovalutare alcune peculiari difficoltà che su questo terreno emergono; così quando si è tentato di tracciare una tassonomia della interdisciplinarità in campo giuridico si è fatto riferimento all’esigenza di aprirsi alle verifiche empiriche. L’utilizzo di dati e metodi quantitativi per percepire effetti ed efficacia delle norne e delle relazioni tra queste ed altri fattori economici e sociali è sicuramente un asse portante dell’impianto interdisciplinare [186], ma richiede il confronto con metodologie di ricerca molto complesse, spesso estranee alla formazione del giurista, che quindi richiede uno sforzo di collaborazione con altre competenze molto più intenso [187].

Nel complesso però, e nonostante queste difficoltà, anche tra i giuristi è forte la spinta a sperimentare forme di integrazione: due recenti interventi nel dibattito dottrinale lo testimoniano, giungendo, curiosamente, ad una identica conclusione. Partendo da presupposti e tematiche diversi, entrambi indicano la strada di un approccio ispirato al modo di pensare degli ingegneri che selezionano e combinano idee da più flussi di sapere [188]. In fin dei conti compito del giurista è quello di creare infrastrutture e così come gli ingegneri nella loro opera di combinazione devono necessariamente guardare alla matematica, alla fisica, alla scienza dei materiali «anche il giurista, nel costruire o nel mettere in atto infrastrutture sociali efficienti, non può ignorare tutte quelle scienze che contribuiscano alla comprensione dei fenomeni regolati, e in primo luogo il comportamento delle persone e dei gruppi, e del loro contesto» [189].

I giuristi partecipano, in sostanza, a pieno titolo al (e appaiono permeabili alle sollecitazioni provenienti dal) dibattito sulla interdisciplinarità che si è cercato di descrivere.


10. Da Heisenberg a Papa Francesco: verso la transdisciplinarità.

Decisamente più difficile è invece la celebrazione del compleanno di una cinquantenne da tutti desiderata, ma ancora in parte sfuggente. Fuor di metafora è raro trovare articoli, analisi, volumi, position paper, documenti ufficiali fino all’ultima comunicazione della Commissione CE sulla creazione del­l’Area Europea dell’Educazione entro il 2025 [190], che non invochino quello che ormai è divenuto il vero obiettivo cui aspirare, un autentico mantra, l’ul­timo prefisso: la trans-disciplinarità.

Non si tratta in questo caso di una semplice intersezione tra più discipline che dialogano, ma alla fine rimangono pur sempre esistenti e distinte, ma di un diverso sistema teso a riconfigurare teorie e metodi che abbattono completamente, senza più tornare indietro, confini e barriere (tant’è che qualcuno lo sostituisce con il prefisso post) [191]; di qui le difficoltà, al di là dei richiami retorici, nel declinarne tutte le implicazioni pratiche.

Nel settembre del 1970, appunto esattamente cinquant’anni fa, si teneva in Francia un convegno organizzato dall’OECD dove Jean Piaget coniava il nuovo termine [192], chiedendosi se avesse ancora senso conservare un prefisso che indica una semplice relazione o se non ci si dovesse evolvere verso uno stadio superiore che quella relazione la trascende completamente, attraverso la creazione di un nuovo corpus di conoscenze [193].

Una sfida decisamente ambiziosa sulla quale, nel corso di mezzo secolo, si sono confrontati studiosi delle più svariate provenienze, un confronto accompagnato da sperimentazioni in sedi universitarie, in centri transdisciplinari appositamente creati, in altre strutture di ricerca.

Quello che forse può essere considerato uno dei padri di questo movimento Basarab Nicolescu, si è mosso nel solco degli esiti della fisica quantistica e del noto principio del superamento della divisione tra soggetto che osserva e realtà osservata (che quindi viene rifiutata nella sua oggettività), con una chiave di lettura secondo la quale oltre le discipline «precisely signifies the Subject, more precisely the Subject-Object interaction. The transcendence, inherent in transdisciplinarity, is the transcendence of the Subject. The Subject cannot be captured in a disciplinary camp» [194].

Una linea di pensiero che, lo dice lo dice lo stesso Nicolescu, deve molto alle geniali intuizioni, maturate durante una vacanza ormai divenuta famosa sull’isola di Helgoland, di Werner Heisenberg, considerate, da chi gli ha dedicato un fortunato e utile volume divulgativo, la più grande rivoluzione scientifica di tutti i tempi [195] e alle quali, lo sottolinea di recente Natalino Irti, anche i giuristi dovrebbero guardare [196].

Per dare un senso a come venga in questo modo ribaltato il tradizionale impianto disciplinare aprendo la strada ad uno spazio unitario di scienza e conoscenza [197], si utilizza la metafora dell’universo.

Quando si parla di confini tra saperi, si prende solitamente come riferimento il tradizionale significato di questa espressione, guardando alle carte geografiche e a quelli tra paesi, continenti e oceani, che sicuramente possono mutare in ragione di fenomeni politici sociali e naturali, ma sono tendenzialmente stabili nel tempo. Nicolescu, invece, osserva l’universo: sistemi solari, galassie, stelle e pianeti sono in un costante movimento che genera lui stesso la fluttuazione dei confini in un vacuum pieno di materia invisibile ed energia [198].

Negli anni successivi Nicolescu, insieme al filosofo Edgar Morin e allo scrittore Lima de Freitas, ha articolato la sua visione in una serie di principi guida approvati al termine di un altro convegno, questa volta ad Arrabida in Portogallo nel 1994; si tratta della famosa Carta della Transdisciplinarità che si fonda (art. 2) sulla «accettazione dell’esistenza di differenti livelli di realtà, retti con logiche differenti». Il suo scopo è quello di (art. 3) far emergere dal confronto paritario delle discipline l’esistenza di nuovi dati, con un approccio ispirato (art. 14) al rigore nelle argomentazioni, alla disponibilità ad accettare lo sconosciuto, l’inatteso e l’imprevedibile e alla tolleranza verso chi ha idee diverse [199].

Il merito di queste teorie è sicuramente quello di valorizzare le grandi potenzialità trasformative della transdisciplinarità, ma si tratta di una cornice di riferimento che guarda “dall’alto” un fenomeno ricco anche di molte declinazioni “dal basso” con approcci sperimentali per individuare prassi operative, metodologie e processi di ricerca, in grado di dare concretezza ad una diversa, e così trasgressiva come la disegna Nicolescu, organizzazione delle forme di conoscenza.

Un crocevia dal quale partono molti sentieri illuminati da ispirazioni teoriche e diffuse pratiche [200], accomunate dall’intento di decolorare progressivamente le componenti originarie dalle quali si parte verso quella «apertura delle discipline a ciò che le accomuna e a ciò che le supera» richiamata dal citato art. 3 della Carta di Arràbida.

Molti e poliedrici sono gli esercizi di transdisciplinarità, focalizzati su aree e tematiche in specifici settori, primi fra tutti quelli pionieristici della “scuola di Zurigo” [201], con il tentativo di definire una serie di criteri di base per articolare e uniformare tutti i framework di ricerca transdisciplinare [202].

In realtà, non è facile individuare in questi percorsi i tratti distintivi rispetto alle più evolute esperienze di interdisciplinarità; vi sono infatti procedure in parte assimilabili ed altre che segnano più marcate specificità [203]: riassumendo una sorta di continuità evolutiva.

Un profilo ben colto nel Proemio della Costituzione Apostolica Veritatis Gaudium di Papa Francesco, dedicata alle Università e le Facoltà ecclesiastiche, dove si richiama l’importanza dell’interdisciplinarità «non tanto nella sua forma debole di semplice multidisciplinarità, come approccio che favorisce una migliore comprensione da più punti di vista di un oggetto di studio; quanto piuttosto nella sua forma forte di transdisciplinarità, come collocazione e fermentazione di tutti i saperi entro lo spazio di luce e di vita offerto dalla sapienza che promana dalla Rivelazioni di Dio» [204] .

Una citazione, questa, che da un lato conferma contiguità e continuità tra i due concetti, ma dall’altro, e devo confessare la sorpresa dovuta alla ignoranza di questo grande e fecondo campo di ricerca, si colloca nel solco di organiche riflessioni e approfondimenti da tempo sviluppate nell’ambito degli studi ecclesiastici, e che ha condotto di recente, proprio alla luce delle parole del Pontefice, a importanti elaborazioni sulla transdisciplinarità, ricche di stimoli e coraggiose suggestioni per una complessiva riorganizzazione dei saperi [205].


11. Problemi difficili, anzi impossibili.

L’esempio appena riportato è sintomatico di tutte le difficoltà che l’approc­cio allo studio di questa materia comporta; si aprono sempre territori da esplorare prima sconosciuti (appunto, come nell’Universo descritto da Nicolescu) e si ha la classica impressione di grattare solo in superficie e non riuscire mai a “tirare la riga” per non lasciare indietro chiavi di lettura, impostazioni teoriche e progetti sperimentali che la sterminata letteratura offre.

Rassegnandosi a convivere con questi limiti, si può comunque delineare una prima bussola di orientamento per praticare l’interdisciplinarità nella sua forma forte, secondo le indicazioni del Pontefice.

Come già accennato il primo passaggio riguarda la definizione del perimetro di indagine in grado di promuovere nuovi paradigmi di ricerca [206] seguendo il tipico approccio problem solving [207]; la scelta transdisciplinare è ritenuta ormai necessaria e imprescindibile per affrontare quelli che la dottrina anglosassone definisce wicked problem. È difficile tradurne il significato (c’è chi parla di problemi contorti o scellerati) ed identificarne con precisione i contorni, ma paradossalmente è proprio questa la loro caratteristica, così come decritta nel famoso decalogo di Horst Rittel e Melvin Webber che, per primi, nel 1973 [208] formularono il concetto e che tuttora rappresentano il punto di riferimento obbligato in materia. In sostanza, siamo in un contesto dove la complessità raggiunge la sua massima espressione con una molteplicità di interessi in gioco tra loro spesso in contraddizione, un elevato grado di incertezza, la conclamata assenza di vie di uscita rapide e semplificatrici (infatti l’opposto dei wicked sono i tame problems, più facilmente addomesticabili, magari con un algoritmo), la mancanza di punti di riferimento derivanti da pregresse esperienze, l’intrecciarsi di innumerevoli variabili tali per cui, secondo il n. 2 del decalogo di Rittel e Webber, «they have no stopping rule».

Problemi pieni di sfaccettature non illuminabili con un solo fascio di luce, in un coacervo di informazioni che rendono difficile orientarsi semplicemente accogliendo gli input di diverse discipline [209], ma presuppongono l’integrazio­ne tipica, appunto, della transdisciplinarità; non un coordinamento ma un fare sistema dei diversi saperi che finiscono col cambiare i propri connotati. Sempre più ampia e in continua evoluzione la classe dei wicked problems indagati dalla letteratura: dai cambiamenti climatici, alle condizioni dei rifugiati, dal terrorismo, al welfare, dall’invecchiamento della popolazione alle biodiversità [210].

Ed è evidente come questa categoria venga utilizzata in quelle particolari situazioni dove, lo abbiamo visto, approcci transdisciplinari sono obbligati da una particolare vulnerabilità per fenomeni inattesi come quelli che stanno attraversando i nostri tempi. La grande incertezza, la scoperta di «nuove ignoranze» di fronte alle quali «frammenti di sapere» si sono trovati assolutamente impreparati [211], di fatto obbligano ad esplorare nuove frontiere di ibridazione e di ricomposizione dei framework della ricerca per soddisfare impellenti bisogni sociali. Molte e variegate le aree che in questa prospettiva hanno richiamato e richiamano l’attenzione dei giuristi, da quelle decisamente più circoscritte, ai metodi di apprendimento [212] alle scelte di regolamentazione in materia abitativa [213], sanitaria [214], e ambientale [215], sino alla difficile individuazione di un quadro ordinamentale per tutte le trasformazioni indotte dalle tecniche di intelligenza artificiale, per il quale non è più ritenuto sufficiente il solo ricorso alla interdisciplinarità “debole” [216].

Ma non vi è dubbio che il terreno di elezione per applicare quella che ormai viene familiarmente chiamata “La Lista”, e cioè il decalogo di Rittel e Webber, e dove la transdisciplinarità può dare gli esiti più proficui, è quello della sostenibilità. Le ragioni sono state già richiamate, ma, dal punto di vista metodologico è importante ribadire l’emergere di forme evolute di reciproca compenetrazione e impollinazione tra competenze che fanno maturare una sorta di nuova e omogenea disciplina, dove il diaframma tra i diversi punti di partenza si ispessisce sempre di più [217], tanto da essere ritenuta emblematica dal padre della transdisciplinarità [218] .

Sono processi sicuramente lenti, ma di fronte ai quali non si può parlare con un solo linguaggio. Certo, i giuristi che cominciano a interrogarsi su questi profili (molto interessante il recente Symposium organizzato sulla Vanderbilt Law Review [219]) ne colgono anche criticità e rischi, ma si aprono comunque all’esigenza di individuare una cassetta degli attrezzi che consenta poi, sul piano, pratico e applicativo, di organizzare la ricerca senza fermarsi sulla soglia della mera fascinazione.


12. Abitare la inter- e la transdisciplinarità.

Una cassetta che si arricchisce costantemente insieme alla diffusione di analisi teoriche e applicative; vi sono tuttavia alcuni attrezzi che meritano un richiamo perché come qualcuno ha detto sono assolutamente necessari per “abitare” la transdisciplinarità (o l’interdisciplinarità forte), e recentemente alcuni utili e autorevoli rapporti, come quello di Shape-ID [220] ne offrono un sintetico catalogo.

In primo luogo, proprio in ragione della particolare complessità dei problemi oggetto della ricerca, questa non può essere che “partecipativa”, con un coinvolgimento degli stakeholder [221] in grado di integrare conoscenza scientifica e non scientifica; una sorta di apprendimento reciproco tra scienza e società [222]. Questo, dal punto di vista pratico, significa che oltre ai tradizionali passaggi iniziali, identificazione del problema e ricognizione delle discipline impegnate, condivisione della griglia di dati da acquisire e delle conoscenze da condividere, nell’approccio transdisciplinare non può mancare, secondo orientamenti condivisi dalla letteratura in materia [223], un processo di individuazione e successivo coinvolgimento degli attori sociali, in vista poi di una verifica di impatto, sui contesti nei quali operano, dei risultati della ricerca. In findei conti le già richiamate ultime linee di valutazione ANVUR sulla terza missione sembrano andare in questo senso.

Sono passaggi non certo semplici, che presuppongono, altro fondamentale ingrediente della cassetta degli attrezzi, la creazione di ambienti e strutture che agevolino lo scambio transdisciplinare [224]. Questo criterio generale si dirama in molteplici direttrici, che attraversano innanzitutto l’organizzazione universitaria. Non si tratta, tanto di “demolire i dipartimenti” [225], quanto di generare spazi che consentano, anche qui utilizzo un’espressione riassuntiva che mi è parsa efficace, di “tirare ponti” tra discipline. Le esperienze sono diffuse, da quelle più conosciute e tradizionali come i centri interdipartimentali, a quelle più avanzate come la francese Science Po, modello al quale si è fatto riferimento per delineare nuovi percorsi per gli studi giuridici [226]. Non è però sufficiente una piattaforma organizzativa, che può anche sfruttare le potenzialità telematiche, per trasmettersi informazioni e per condividere conoscenze se poi non ci sono mezzi, persone e risorse per governarla.

In questi approcci di ricerca, lo si è accennato, la fase iniziale di coordinamento tra i partecipanti provenienti da culture e metodologie di lavoro distanti, che rendono difficile un equilibrio tra le proprie radici e l’apertura a negoziazioni, inedite commistioni e ibridazioni, è la più delicata, complessa e lunga. Sono quindi necessari strumenti idonei a gestirla per aiutare in questo lavoro i suoi (spesso riluttanti e diffidenti) protagonisti. A titolo di esempio si è proposto di dedicare specifiche risorse di management amministrativo esclusivamente a questi compiti; una sorta di qualificati assistenti e consulenti che si facciano carico di tutti i compiti di coordinamento. E nel già citato rapporto LERU [227] si discute anche della possibilità di creare commissioni interne per promuovere ricerche integrate o strutture parallele come la doppia figura di un prorettore alla ricerca e uno alla ricerca interdisciplinare: una ipotesi che presenta potenzialità (ad esempio per un più selettiva azione di stimolo selezione e funding dei progetti) ma anche criticità (il rischio di un canale separato e ghettizzato nell’ambito delle politiche sulla ricerca). Lo si ribadisce, sono semplici richiami, ma che testimoniano come l’interdisciplinarità deve penetrare nella governance universitaria disponendo di adeguate e qualificate risorse sul terreno dell’amministrazione.

E la penetrazione deve avvenire in tutta la filiera universitaria dai dottorati fino alla formazione degli studenti i quali, come tutti noi che da giovani abbiamo maggiore elasticità nel recepire lingue diverse, è bene si abituino subito a nuove strategie di apprendimento [228]. Numerose le proposte e le esperienze maturate in molte Università, dagli interscambi tra dottorati, alla organizzazione di percorsi di confronto su tematiche interdisciplinari dove bisogna co-costruire conoscenze mettendo in gioco ciascuno le proprie chiavi di lettura, alla creazione di veri e propri cicli dottorali dove sin dall’inizio si indirizzano (e si allenano) i ricercatori verso lavori di tesi con un perimetro molto ampio. Per quanto riguarda gli studenti si fa riferimento alla introduzione di seminari con un approccio problem based che coinvolgano diverse discipline [229], a lezioni co-tenute da più docenti, a workshop residenziali o summer school che favoriscano la convivenza e l’interazione anche al di fuori di canali istituzionali. Molti ad esempio sottolineano come anche le strutture residenziali concentrate e a modello di campus abbiano conseguito effetti positivi per studenti e ricercatori nel facilitare occasioni di incontro che poi hanno dato vita a sperimentazioni interdisciplinari.

Altra direttrice è quella di offrire agli studenti la possibilità di ampliare e integrare le loro conoscenze attraverso corsi “minor”, ispirati a tematiche trasversali. Sono tutti strumenti molto utili e diffusi che però presuppongono solide conoscenze teoriche e una attenta programmazione per evitare facili e in fin dei conti dannose semplificazioni.

Come si diceva, non basta richiedere qualche lettura in più o ampliare le griglie della classe di laurea per inserire corsi facoltativi di altre materie con nomi altisonanti per vantare approcci interdisciplinari. Un’attenta selezione dei contenuti, secondo i canoni prima richiamati e che tengano conto delle finalità formative [230] che ci si prefigge, una particolare attenzione a metodologie didattiche e di lavoro che presuppongono un apprendimento trasformativo, che non può ripercorrere le tradizionali strade, sono presupposti essenziali affinché questi approcci non si risolvano in operazioni di mera facciata, magari per attrarre qualche studente in più. Ciò significa confrontarsi con nuovi bisogni che incidono profondamente non solo sulle abilità degli studenti, ma anche sulle professionalità di docenti che devono imparare ad insegnare con modalità e tecniche didattiche diverse. Si pensi soltanto al difficile equilibrio tra la grande offerta dei supporti tecnologici e la comunicazione interpersonale [231]: si tratta di aree non molto frequentate da una classe universitaria selezionata, almeno per i giuristi, prevalentemente se non esclusivamente per i risultati nella ricerca (ed è noto come straordinari ricercatori possano essere pessimi insegnanti).


13. Bazzicare tra saperi alla ricerca dell’ignoto

Sono, questi, passaggi necessari per creare luoghi e spazi dove possano affermarsi ricercatori (e studenti) in grado di relazionarsi a culture diverse da quelle di provenienza, imparare a comunicare e a sintetizzare con una lingua franca che concili lessici spesso molto lontani, e soprattutto dotarsi di skill cognitivi, come modestia, tolleranza, curiosità, capacità di guardare a tutte le interconnessioni, per cogliere e sviluppare nuove idee e stimoli creativi. Abituarsi allo stare e pensare insieme (il critical e il collective thinking[232] presuppone queste abilità senza le quali il superamento delle tradizioni del tribalismo accademico [233] sarà difficile. Non è un caso che una parte significativa della ricerca sui metodi interdisciplinari dedichi ampio spazio a questi profili [234], spesso sottovalutati. Per comprenderne la portata in tutta la loro concretezza può essere utile offrire due esempi.

Parlare di strategie comunicative significa prendere consapevolezza che molte delle più rilevanti innovazioni scientifiche si sono realizzate «bazzicando» [235] in campi contigui o lontani dai saperi di provenienza, e quindi il primo compito dello studioso è quello di consentire ai propri colleghi di “bazzicare” agevolmente. Guardando in casa propria, i giuristi, se da un lato possono pretendere di non essere sommersi da formule matematiche, dall’altro devono imparare ad esprimersi con strumenti in grado di trasferire facilmente le loro idee.

Immaginare la produzione di short paper [236] e di sintesi semplificate di letteratura [237] senza infliggere al prossimo letture di massicce monografie piene di espressioni come “orbene”, “siffatto” e “invero”, potrebbe rappresentare un utile sforzo. Uno dei passaggi più delicati nella creazione di un produttivo interscambio è il dover rintracciare strutture narrative che consentano l’appren­dimento di chi è abituato a raccontare la propria storia in maniera spesso opposta a ciò che l’interlocutore si aspetta, e bisogna quindi trovare la strada comune affinché scatti il punto di innesco delle buone storie [238].

Il che non significa, sia ben chiaro, condannarsi alla semplificazione rinunciando alle peculiarità dei propri metodi di lavoro (lo si ribadisce per l’enne­sima volta: l’interdisciplinarità presuppone le discipline), ma declinare concretamente quell’empatia, coniugata con l’umiltà [239] che, come abbiamo visto, dovrebbe essere una delle virtù di un buon ricercatore [240].

Il pensare insieme, e siamo al secondo esempio, è il presupposto per generare quel terreno comune dove possono germogliare i semi del post-it, del nylon, del Viagra, della penicillina, dell’aspirina, dell’attaccatutto, del fondo a microonde, senza dimenticare la tarte tatin.

Sono alcune delle innovazioni scientifiche tecnologiche e culinarie maturate dalla combinazione di idee e dalla scoperta dell’inatteso: il campo della serendipity ritenuto dalla letteratura dalla quale ho tratto questi riferimenti, un’altra delle direttrici fondamentali per il successo della ricerca interdisciplinare [241].

L’arte della combinazione di idee è utile perché consente di guardare il proprio campo del sapere da un altro punto di vista: chi gli ha dedicato un volume non casualmente intitolato «Rebel ideas» cita l’esempio di Darwin che studiava zoologia, psicologia, botanica e geologia [242]. Ciò che caratterizza lo scienziato innovatore è la capacità di trascendere le categorie, trovare connessioni tra idee lontane e applicare curiosità e immaginazione nella costellazione sempre più ampia di conoscenze, liberandosi dalla tirannia di un pensiero rigidamente lineare. Ed è sbagliato, come spesso avviene, attribuire i risultati di questi esercizi di creatività e trasgressione solo a fato e fortuna. Un altro volume che non sfigurerebbe sul tavolo di ciascun ricercatore ci racconta come interazioni e coincidenza vadano incontro a menti aperte e pronte a sfruttare tutte le opportunità che il destino ci fa incontrare, soprattutto quando fuoriescono completamente dal percorso che ci eravamo immaginati, come testimonia il fatto che tra il 30 e il 50 per cento delle più importanti ricerche scientifiche sono il risultato di coincidenze e casualità [243].

Potrebbero apparire, queste, divagazioni psicologiche utili tuttalpiù in una contesa culturale, ma per i pochi (temo) che si sono addentrati nel già citato Programma Nazionale di Ricerca 2021-2027 recentemente approvato dal nostro Ministero dell’Università (che tra gli obiettivi fondamentali include naturalmente il rafforzamento della ricerca interdisciplinare) non sorprende trovare un esplicito riferimento al fatto che «di fronte all’imprevedibilità, serendipity e lunga durata servono a strutturare una cognizione strategica del ruolo della ricerca di base nel perseguimento delle priorità che la società decide di darsi» ed è assolutamente necessaria una «preparazione pragmatica e teorica alla profondità dell’ignoto» [244]. Vuol dire che quelli descritti sono anche criteri di orientamento destinati a ispirare la politica della ricerca e i conseguenti impegni di allocazione di risorse, e non tenerne conto sarebbe sintomo di grave miopia.


14. Imparare a valutare

Non bisogna però nascondersi il rischio che anche armandosi di tutta la buona volontà per varcare i confini delle discipline ci si scontri con ambienti ostili che erigono ostacoli insormontabili.

Se si tagliano subito le gambe a chi procede con un inevitabile passo incerto nell’esplorare piste di ricerca (perché cogliere spunti e idee non significa sapere tutto di tutto [245]) è chiaro che ogni tentativo di dialogo viene stroncato sul nascere. Non è un caso che la preoccupazione in assoluto prevalente nella letteratura in materia riguarda il sistema di valutazione dei prodotti scientifici e la struttura delle carriere accademiche, ancora fortemente squilibrati verso assi rigidamente disciplinari. Già si è accennato alle difficoltà di pubblicazione di lavori di “confine” e su riviste estranee ai settori di provenienza, difficoltà che, se accompagnate da metodologie di verifica e di filtro alla progressione di carriera orientate tutte a proteggere quei confini, finiscono di fatto dal rendere praticamente impossibile, soprattutto per giovani ricercatori, non solo prendere la rotta, ma anche semplicemente salpare verso nuovi saperi.

Alla luce di quanto appena detto è evidente che la valutazione di un lavoro che ambisce alla inter/transdisciplinarità presuppone parametri non riconducibili alletradizionali e consolidate metodologie: bisogna tener conto del particolare timing di questi processi il cui esito dipende molta dalla prima fase di coordinamento e negoziazione tra competenze [246], dalla conseguente capacità di porre le più funzionali domande di ricerca, di selezionare ed elaborare dati spesso espressi in lessici non omogenei, da una puntuale e necessaria verifica dell’impatto dei risultati trasversale alle conoscenze espresse dai partecipanti. Così, ad esempio, ci si è chiesti come applicare a questi studi i criteri del rigore e della robustezza della ricerca che non possono essere evidentemente gli stessi interni ai singoli criteri di settore, e come vagliare l’adeguatezza delle argomentazioni per far sì che le assi interdisciplinari si intersechino armoniosamente senza gerarchie dominanti [247] e che valore dare, in sintesi, ad uno sforzo collaborativo, esposto, per la sua stessa natura, ad un più alto rischio di insuccesso.

Per misurare l’asimmetria tra queste esigenze e la realtà basta pensare alla inveterata abitudine, tra i giuristi, di penalizzare i lavori di più autori imponendo l’imputazione dei paragrafi ai fini della valutazione, quando oggi buona parte della ricerca anche interna ai settori disciplinari va avanti grazie a produzioni collettive.

Non sono riuscito a trovare dati sulle scienze umanistiche, ma (e a prescindere dal fatto che una parte molto consistente dei paper che ho consultato per questo articolo sono a doppia se non a tripla firma) per quanto riguarda quelle dure, secondo i dati riportati da Gianfranco Pacchioni [248], il numero di lavori di coautori internazionali oscilla tra il 27% e il 42%.

Nei diversi livelli delle strutture accademiche devono germogliare nuovi criteri di vaglio dei prodotti scientifici, in una prospettiva non di rottura, ma di radicale evoluzione rispetto a quelli tipici delle tradizioni disciplinari [249].

Non è ovviamente questa la sede per riflessioni di carattere generale su modelli e procedure di valutazione della ricerca, ma sempre con lo sguardo rivolto ai giuristi, dove la peer review è dominante [250], si impone una decisa inversione di rotta.

È noto che la peer review è duramente criticata da un sempre più ampio fronte di abolizionisti [251] che ne mette in risalto i tanti difetti, dalla scarsa qualità e mancanza di accuratezza, alla assenza di adeguati meccanismi di responsabilizzazione, dalla lentezza al rischio di poca trasparenza e opachi conflitti di interessi, fino ai condizionamenti dei tanti bias annidati nella nostra mente (tipicamente il revisore che specializzato in un certo argomento è convinto che chiunque scriva su quel tema non raggiungerà mai i suoi eccelsi livelli scientifici, il classico esempio di narcisismo del ricercatore [252]).

Ed è ormai ricca l’aneddotica di clamorose bocciature di opere rivelatesi fondamentali nel progresso scientifico, così come la pubblicazione di lavori rigorosamente revisionati poi risultati autentici imbrogli.

D’altronde, lo si è già accennato parlando della crisi pandemica, i tradizionali processi di valutazione si devono oggi confrontare con dinamiche che impongono rapidità, apertura e disseminazione pubblica delle conoscenze scientifiche, elementi fondamentali per rispondere ai bisogni (e agli imprevisti) del nostro vivere collettivo. Riprendono, quindi, vigore le idee e le sperimentazioni di una progressiva sostituzione con piattaforme di open access [253] attraverso un vaglio pubblico e collettivo della ricerca, sperimentazioni molto utili [254], ma anche queste non esenti da rischi relativamente a qualità e rigore dei prodotti scientifici [255].

La discussione è destinata a durare, anche perché è inevitabile, come ancora ci ricorda con buon senso Pacchioni, che ogni attività valutativa sia esposta per forza di cose ad errori derivanti dai comportamenti (in perfetta buona fede, o meno) di uomini e donne con i loro caratteri, pregi e difetti [256].

Piuttosto c’è da chiedersi la ragione per la quale un serio e concreto disegno in grado di prevenire e sanare tutte le criticità esistenti stenti a delinearsi.

Manca innanzitutto la consapevolezza che la valutazione tra pari non è affatto tra pari perché la omogeneità di una posizione accademica, o la specializzazione in una certa materia, non garantisce in alcun modo la qualità del risultato. Valutare è una capacità che presuppone apprendimento, coerenza con procedure ben definite e il cui rispetto deve essere verificato ex post, equilibrio, tempo e responsabilità.

Molte sono le proposte in campo (anche se non ne ho trovate in quello dei giuristi): dalla creazione di banche dati di review, che vengono rese pubbliche, alla definizione di protocolli di collaborazione tra associazioni di docenti ed editori che definiscono criteri e modalità e successive verifiche, anche prendendo spunto da quelle utilizzate per i grandi progetti di ricerca, alla elaborazione di puntuali codici di condotta presidiati da panel indipendenti [257].

C’è, poi, sia il fondamentale versante della formazione, con l’assistenza di “mentori” esperti e corsi dedicati, sia quello del necessario e imprescindibile binomio oneri e onori, con il riconoscimento non solo di adeguate e necessarie risorse economiche che professionalizzano [258] e responsabilizzano questa attività, ma anche di progressi accademici in ragione delle qualità dimostrate: un buon referee vale tanto quanto un buonscienziato.

Proposte da approfondire, ma da mettere al centro di una seria agenda di discussione tra tutti gli attori della comunità scientifica, compresi gli editori, il cui ruolo nella valutazione dovrà necessariamente qualificarsi con risorse e investimenti per non perdere definitivamente la ruota nella corsa innestata dal sistema delle piattaforme [259].

Qualsiasi costruzione interdisciplinare per la complessità e diversità dei paradigmi che la qualificano rispetto alle (e differenziano dalle) originarie competenze messe in campo e che ambiscono a integrarsi, è destinata a sgretolarsi rapidamente in mancanza di una coerenza con tutta la filiera della ricerca, una filiera dove una seria e qualificata valutazione diviene uno snodo fondamentale.

Uno snodo, è importante ribadirlo, che non riguarda soltanto l’accesso alle pubblicazioni e l’allocazione dei fondi, ma anche i percorsi di carriera.

Genera amari sorrisi una indagine condotta qualche tempo fa per conto della Commissione Europea dove a fronte di diffuse adesioni a progetti interdisciplinari, i ricercatori intervistati esprimevano grandi timori per il loro futuro accademico e qualcuno parlava senza mezzi termini di “suicidio di carriera” [260]; d’altronde tutti i rapporti che ho potuto consultare indicano questo come uno degli ostacoli più difficili sulla strada del dialogo tra saperi [261]. Se anche su questo terreno non si formano e non si affermano criteri di selezione in grado di guardare oltre l’orizzonte dei singoli compartimenti stagni, sarà molto difficile creare arene accademiche e scientifiche che senza abbattere confini e identità, siano però aperte al superamento del settarismo disciplinare [262].

Per dare un senso conclusivo a queste riflessioni, uno studioso ha usato l’espressione catch as catch can che più o meno può essere tradotta come cogliere qua e là tutte le opportunità che si presentano senza una coerente logica di programmazione e un agire sistematico per affrontare e risolvere tutti i lati di un problema [263]: è questo l’approccio che molte Università hanno seguito ed è questa, forse, la ragione per la quale non possiamo ancora dire che l’inter­disciplinarità sia stata veramente presa sul serio.


15. Conclusioni: tre domande

A questo punto bisognerebbe porsi la domanda finale e cioè quali sono i passi necessari per costruire un’agenda di lavoro per l’interdisciplinarità del futuro? Questo è compito che spetta ai titolari delle scelte di policy, tenendo conto, ovviamente, di un ordinamento universitario dove convivono e si intrecciano diversi livelli decisionali. Alla luce delle riflessioni che ho svolto è forse possibile suddividere la domanda generale in tre sotto domande.

La prima. Nel 2009 Adriano De Maio e Lodovico Festa, un docente universitario già rettore del Politecnico di Milano e un giornalista, pubblicavano un volume a forma di intervista dove si affermava: «se c’è una tragedia centralistica incombente sull’università italiana è quella dei cosiddetti settori scientifici disciplinari» [264]. Dodici anni dopo, nel marzo 2021, un altro volume dove Ferruccio De Bortoli intervista il rettore del Politecnico Ferruccio Resta, sostanzialmente dice le stesse cose sulla rigidità dei settori e su quanto questa possa ostacolare ricerca e formazione adeguate ai bisogni sociali [265]. Perché, in un periodo di dodici anni, a fronte di critiche ripetute sino alla noia (non sono riuscito a trovare un difensore dei settori così come configurati) non è successo niente?

È evidente che intervenire su organizzazione e classificazione dei saperi è il presupposto essenziale per rimuovere gli ostacoli (e come abbiamo visto non sono pochi) sulla strada di una forte interdisciplinartà, concretamente applicata e non solo vuotamente richiamata.

Questa lunga inerzia è ancor più grave alla luce di alcune proposte, mi riferisco al parere n. 22 del 7 maggio 2018 del CUN relativo al «Modello di aggiornamento e razionalizzazione della classificazione dei saperi accademici e del sistema delle classi di studio, anche in funzione della flessibilità e della internazionalizzazione dell’offerta formativa», che pure una strada la indicavano. Il modello come è noto, si basa sulla differenziazione tra raggruppamenti disciplinari e domini di ricerca con «una chiara distinzione dei loro usi e funzioni e senza relazioni gerarchiche fra le due articolazioni» [266]. Un modello che può essere discusso e migliorato, ma che non meritava la caduta nell’ob­lio, rappresentando un punto di partenza per un organico tentativo di revisione delle articolazioni settoriali. Sarebbe sufficiente riprenderlo in mano.

Seconda domanda. Il parere del CUN metteva in evidenza come questa revisione, per realizzare le sue finalità, dovesse ovviamente coinvolgere anche i parametri e i criteri di valutazione della produzione scientifica; anche questo, come abbiamo visto, costituisce un tassello essenziale per la diffusione di ricerche (e carriere) fondate sul dialogo tra saperi e competenze, e che presuppone una profonda modifica del sistema della peer review. Ma oggi chi applica questi parametri?

Renzo Costi, nell’intervista già richiamata, critica duramente il meccanismo del sorteggio previsto per filtrare l’accesso alla carriera universitaria, perché «persone che mai dalla categoria sarebbero state chiamate a far parte di una commissione che ha il compito di selezionare i nuovi membri dell’uni­versità si trovano improvvisamente un potere che mai avrebbero avuto con il consenso della corporazione con il rischio che lo esercitino in modo arbitrario» [267].

Un rischio confermato anche da un altro autorevole studioso, questa volta del diritto amministrativo, Luciano Vandelli, che, purtroppo poco prima di lasciarci, ha scritto un importante contribuito sulla «Democrazia del Sorteggio» [268]. Commissari sorteggiati in base a mediane «che non riflettono l’ec­cellenza, piuttosto uno standard medio … sperando che non sia mediocre», autoreferenziali senza alcuna responsabilità verso la comunità e «dando naturalmente per presupposto che tutti i professori universitari operino esclusivamente nell’interesse della scienza e della didattica», possono cedere alla tentazione di non ispirarsi a questi presupposti.

Allargando la prospettiva, anche nel pacato linguaggio dei citati lavori di catechetica, si osserva «il bilancio culturale di leggi di riforma presentate come innovative che hanno finito per pietrificare ulteriormente ricercatori e docenti – anche nella fase più aperta della loro formazione accademica – in forza di oltraggiosi format concorsuali e una indisponente fedeltà a singoli settori» [269].

Intervenire sui processi di valutazione della ricerca significa coinvolgere una pluralità di aspetti, ma è evidente che la necessaria qualificazione e responsabilizzazione della peer review non può essere affidata alla casualità del sorteggio, dal momento che, lo si ripete, essere un buon scienziato non significa essere automaticamente un valutatore capace.

Molteplici possono essere le direttrici: dalla definizione di criteri guida generali [270] e percorsi formativi per apprendere tali capacità, e qui il ruolo delle comunità scientifiche di riferimento assume tutto il suo spessore, ad un sorteggio effettuato tra un numero di valutatori scelto dalle stesse comunità. Occorre, comunque, aprire un cantiere di confronto per individuare soluzioni, che, tenendo conto delle coordinate della ricerca interdisciplinare, promuovano figure e risorse in grado prima di tutto di conoscerle e decifrarle, per poi verificarne, con attenzione e trasparenza, rigore, metodologie, contenuti, impatto e rilevanza per il progresso scientifico.

Dalla terza e ultima domanda, sicuramente, la più sfidante, dipende il futuro dell’Università, un futuro ricco di opportunità che però bisognerà avere la forza e lungimiranza di cogliere appieno.

Le opportunità sono le ingenti risorse a disposizione nel Piano di Ricostruzione e Resilienza che indubbiamente rappresentano una netta inversione di tendenza rispetto al passato, condizionate però, nello spirito che caratterizza tutto l’intervento comunitario, ad alcune significative misure di riforma. La missione n. 4 su Istruzione e Ricerca prevede percorsi universitari con maggiore flessibilità per permettere una più graduale specializzazione degli studenti. Un contesto che dovrebbe vedere un ampliamento delle conoscenze e soprattutto una rimodulazione dei «crediti formativi da assegnare ai diversi ambiti disciplinari, per consentire la costruzione di ordinamenti didattici che rafforzino le competenze multidisciplinari, sulle tecnologie digitali ed in campo ambientale oltre alla costruzione di soft skills» [271]. La prospettiva è quella di una forte iniezione di interdisciplinarità negli assetti degli studi universitari. Ma come?

Il rischio di confusione in materia è alto e lo stesso linguaggio utilizzato nel piano lo testimonia perché i prefissi, lo si è già detto, contano e contano molto. Le comunità scientifica e le sue diverse espressioni, per non perdere questa opportunità e le relative risorse, sono ora chiamate ad un grande sforzo di pensiero e progettuale che, evitando mere e in fin dei conti sterili discussioni e negoziazioni sui crediti disponibili per ciascun comparto, riconsideri le discipline per rafforzarle nei loro tratti caratterizzanti, liberandole nel contempo dalle rigide gabbie settoriali. E il primo passo è quello di discutere confrontarsi e anche scontrarsi per iniziare la semina di nuovi paradigmi scientifici.

Questo significa, riprendendo gli spunti dell’introduzione, consolidare tradizioni e identità del diritto commerciale, valorizzando però, come insegnano i nostri maestri, la sua vocazione di crocevia sul quale costruire ambiziosi programmi interdisciplinari (evitando la scivolosa confusione del PNRR che parla di multidisciplinarità) da offrire a ragazze e ragazzi che si devono formare e/o che intendono affrontare l’affascinante avventura della ricerca.

Non è un percorso facile perché comporta un impegno di elaborazione e programmazione che richiede tempo, energie e anche coraggio. Si tratta di muoversi, secondo le linee del citato modello “T”, sull’asse verticale di una (ri)definizione del sistema del diritto commerciale e della sua capacità di rispondere a domande di ricerca e formazione.

Anche in questo caso, e solo al limitato fine di segnalare alcuni, del tutto parziali, ma significativi riferimenti, possono essere utili due esempi. Nell’am­bito dell’offerta formativa, un recente position paper di Assonime sulle ormai irrinunciabili riforme della giustizia civile, sottolinea l’esigenza che il diritto commerciale assuma piena cittadinanza come materia per la selezione dei magistrati, che dovrebbero anche allargare l’orizzonte a «profili di ragionamento economico all’interno dello schema di valutazione giuridico» [272]. È evidente, allora, che gli obiettivi professionalizzanti della materia debbono tener conto di un bagaglio conoscitivo del futuro magistrato (ma anche avvocato) che in questa logica si dovrà muovere [273].

Sul piano della ricerca, riprendendo le parole di Vincenzo Buonocore, l’esplorazione di tutte quelle piste che valorizzano «l’ambientazione», oppure secondo altri lo «scenario» [274], e cioè il contesto economico, sociale, tecnologico, cognitivo al cui interno la norma opera e ne viene reciprocamente condizionata, meriterebbe di essere fortemente sostenuta e privilegiata [275].

Uno scenario che può favorire, conservando la propria autonomia, il disegno dell’asse orizzontale del modello attraverso scambio, interlocuzione e integrazione con altre conoscenze originate da (e descritte in) discipline diverse, che ben possono contribuire alla formazione di competenze trasversali. Un asse orizzontale, lo si ribadisce, che non si risolve nella semplice sommatoria di materie aggiuntive, ma che presuppone individuazione di territori da solcare e finalità da raggiungere [276].

Si tratta di avviarsi su una strada che non riguarda solo il diritto commerciale (la ragione per la quale nel titolo lo si è messo tra parentesi) e che indubbiamente rappresenta una scommessa difficile, dagli esiti non affatto certi; ma è un rischio che, per il futuro di tutti, vale la pena di correre senza eccessivi timori.

Un’altra scrittrice molto distante dal retroterra culturale di Chimamanda Ngozi Adichie, ma con sintomatiche coincidenze valoriali, Elif Shafak, nel suo ultimo lavoro pensato durante la pandemia, scrive che «nel momento in cui smettiamo di ascoltare opinioni eterogenee, smettiamo di imparare, perché la verità è che impariamo ben poco dall’identità e dalla monotonia. Di solito impariamo dalle differenze». Il suo libro si intitola, appunto, «Non abbiate paura» [277].


NOTE

[1] C.N. Adichie, Il pericolo di un’unica storia, Torino, Einaudi, 2020, 20.

[2] Teorizzazione di Vivante che ha generato la condivisione nella dottrina commercialistica del metodo «dello studio attento e approfondito dei fatti economici come base essenziale di ogni corretta costruzione giuridica». Cfr. M. Libertini, Diritto civile e diritto commerciale, Il metodo del diritto commerciale in Italia, in questa Rivista, 2015, n. 3, 5.

[3] Cfr. I. Birocchi, Presentazione al volume Non più satellite. Itinerari giuscommercialistici tra Otto e Novecento, Pisa, Ets, 2019, 22.

[4] A. Monti, Angelo Sraffa. Un antiteorico del diritto, Milano, Egea, 2020, 21.

[5] Cfr. V. Buonocore, Le nuove frontiere del diritto commerciale, Napoli, Esi, 2006, 65.

[6] Come sottolinea R. Costi, in Diritto Commerciale. Una conversazione, con L. Enriques e F. Vella, Bologna, Il Mulino, 2019, 23 «non esiste pubblicazione commercialistica, né monografica né manualistica, che non contenga riferimenti alla storia delle istituzioni del diritto commerciale, anche se raramente gli studi raggiungono la completezza e la profondità di quello che ha premesso al suo Trattato Gastone Cottino». Sulla rilevanza della formazione storica nell’ambito delle discipline commercialistiche cfr. A. Monti, La prospettiva storica nel diritto commerciale. Osservazioni in margine di un incontro di studio, in Riv. soc., 2019, 886 ss.

[7] F. Galgano, Diritto ed economia alle soglie del nuovo millennio, in Contr. impr., 2000, 189.

[8] R. Ferrante, Francesco Galgano tra storia del diritto commerciale e lex mercatoria, in Nuova giur. civ. comm., 2019, 390 ss.

[9] M. Stella Richter, Cinque storie Ascarelliane, in Giur. comm., 2020, I, 260 ss. Come è noto l’autore ha dedicato molte energie alla completa e organica ricostruzione della figura di Ascarelli: si veda anche Id., Tullio Ascarelli studente, in Riv. soc., 2009, 1237 ss.; Id., Tullio Ascarelli avvocato, in Riv. soc., 2013, 190 ss., e più di recente, Id., Racconti Ascarelliani, Napoli, Editoriale Scientifica, 2020, 35 ss. La figura di Ascarelli è stata valorizzata anche nel­l’ambito del metodo della comparazione (cfr. V. Cariello, Ascarelli e la comparazione come “attuazione di un progetto ermeneutico”, in Riv. dir. comm., 2020, 20 ss.), ma la comparazione proprio perché presuppone la preliminare e necessaria conoscenza (21) dei problemi per modulare su questi la selezione delle soluzioni non può andare disgiunta da un ampliamento degli strumenti conoscitivi in grado di guardare ai problemi in tutte le loro complesse sfaccettature.

[10] Cfr. M. Grondona, Tullio Ascarelli tra «inerzia giuridica» e «dinamica del diritto», in Riv. soc., 2020, 1239. Sul concetto di transdisciplinarità v. infra.

[11] M. Miola, Il diritto commerciale e della navigazione a Napoli tra la fine Ottocento e Novecento, in La rete dei saperi nelle Università napoletane da Federico II al duemila, a cura di C. De Seta, Napoli, Artem, 2018, 239 ss. e G. Zanarone, M. Cera, Guido Rossi e gli anni pavesi: un giovane “Maestro”, in Riv. soc., 2018, 227.

[12] Cfr. G. Visintini, Università e industria. Quale rapporto?, nel Dibattito a più voci intorno alla crisi dell’Università italiana e al libro di Vincenzo Zeno Zencovich, in Contr. impr., 2012, 325, dove si vedano anche gli interventi di Francesco Galgano e Paolo Grossi.

[13] Cfr. V. Zeno Zencovich, Una diversa idea del corso di laurea in giurisprudenza, in La formazione del giurista. Contributi ad una riflessione, a cura di B. Pasciuta, L. Loschiavo, Roma, Roma TrE-Press, 2018, 181 ss.

[14] N. Bobbio, Dalla Struttura alla funzione. Nuovi studi di teoria del diritto, Bari, Laterza, 2007.

[15] M. Taruffo, Sui confini. Scritti sulla giustizia civile, Bologna, Il Mulino, 2009, 8. Anche S. Cassese, Il mondo nuovo del giurista, Bologna, Il Mulino, 2007, 185 mette in evidenza tutti i deficit formativi delle nostre università dovuti alla frammentazione e all’isolamento degli studiosi.

[16] È opinione di alcuni storici del diritto che l’utilizzo della categoria storica della transizione possa contribuire ad una ri-sistematizzazione disciplinare della materia: L. Lacché, Ripensare la transizione come categoria storica: uno sguardo interdisciplinare, in Ricerche di storia politica, a cura di G. Bernardini, M. Cau, 2018, n. 3, 195.

[17] Ritornano sulla “confluenza” tra diritto amministrativo e civile S. Cassese, L. Torchia, in Diritto ammnistrativo. Una conversazione, Bologna, Il Mulino, 2014, 47.

[18] Quando ad esempio si tratta di analizzare, interpretare e definire le scelte di regolamentazione di fenomeni come la partecipazione dei lavoratori all’impresa. Cfr., per una sintesi, F. Vella, L’impresa e il lavoro: vecchi e nuovi paradigmi della partecipazione, in Giur. comm., 2013, I, 1120 ss. T. Treu, A. Occhino, Diritto del lavoro. Una conversazione, Bologna, Il Mulino, 2021, 18, mettono in evidenza il limite di una visione dell’impresa come luogo estraneo al lavoro e quindi oggetto di minore attenzione da parte dei lavoristi e «affidata solo alle attenzioni del diritto commerciale».

[19] Cfr. la recente pubblicazione degli atti del convegno organizzato da Giurisprudenza Commerciale su L’abuso del diritto in materia tributaria e gli istituti del diritto civile e commerciale, a cura di F. Gallo, G. Scognamiglio, Milano, Giuffrè, 2019, in particolare P. Montalenti, L’abuso del diritto nel diritto commerciale, in Riv. dir. civ., 2018, 115 ss.

[20] Tra gli interventi più recenti cfr. M. Libertini, Appunti sull’autonomia del diritto commerciale dedicati a Pippo Portale, in Riv. dir. comm., 2019, 37 ss.; G.B. Portale, Dal Codice civile del 1942 alle (ri)codificazioni: la ricerca del nuovo diritto commerciale, in Riv. dir. comm., 2019, 79 ss.; C. Angelici, In tema di “ricommercializzazione” del diritto commerciale, in Riv dir. comm., 2019, 7 ss.

[21] Cfr. M. Libertini, (nt. 2), 5. Più di recente dello stesso Autore cfr. Passato e presente del diritto commerciale. A proposito di tre libri recenti, in questa Rivista, 2020, 253 ss. Partendo da una chiave di lettura storica alla luce della recensione di alcuni volumi, come I. Birocchi, (nt. 3), Libertini conclude sottolineando come il punto non sia «quello della rivendicazione di un’autonomia della disciplina: il diritto delle imprese e dei mercati è comunque centrale nella vita contemporanea, ed è buona cosa che se ne occupino, come oggi concretamente avviene, anche cultori di discipline accademiche diverse dal diritto commerciale, come il civile o il costituzionale, o l’amministrativo. Il punto centrale è quello di riuscire a professare in una prospettiva generalista, una continuità di metodi di studio e un impegno costruttivo e riformistico del giurista, pari a quelli che avevano caratterizzato la grande stagione della dottrina giuscommercialistica italiana» (p. 290). Ma proprio con riferimento a quella tradizione un “impegno riformistico” appare oggi difficile, senza aprirsi a metodologie interdisciplinari e muovendosi in prospettive interne esclusivamente al mondo dei giuristi.

[22] Cfr. S. Delle Monache, Commercializzazione del diritto civile (e viceversa), in Riv. dir. civ., 2012, 505.

[23] F. Pulitini, Quante analisi economiche del diritto? Riflessioni su Yale e Chicago, in Merc. conc. reg., 2003, 139.

[24] R. Pardolesi, B. Tassone, I giudici e l’analisi economica del diritto due anni dopo, in Merc. conc. reg., 2005, 598. Su questi temi, più di recente cfr. S. Zorzetto, Is economic analysis of law relevant in Italian case law?, in Law and Economics as Interdisciplinary Exchange, a cura di P. Cserne, M. Malecka, Londra-New York, Routledge, 2020, 158 ss.

[25] P. Ciocca, Un diritto per l’economia, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2002, 889. Specularmente un giurista G. Palmieri, Le grandi riforme del diritto dell’impresa nell’Italia contemporanea, in Banca borsa tit. cred., 2012, I, 251 ss. chiariva la reciprocità del rapporto tar i due campi del sapere senso che «l’economia non può fare a meno del diritto, al fine di garantire effettività ai propri principi di razionalizzazione e di efficienza; il diritto non può prescindere dall’economia se intende compiere la propria missione di strumento funzionale, oltre che alla risoluzione dei conflitti allo sviluppo, e, quindi, al benessere della collettività».

[26] G. Alpa, Il futuro di Law and Economics. Le proposte di Guido Calabresi, in Contr. impr., 2016, 598.

[27] A. Arcuri, R. Pardolesi, voce Analisi economica del diritto, in Enc. giur., agg. VI, 2002.

[28] L.A. Franzoni, Introduzione all’economia del diritto, Bologna, Il Mulino, 2003, 15 richiama l’importanza di questo rapporto quando sottolinea come «l’enfasi sull’efficienza permette al giurista di capire quali siano i costi dei diversi assetti giuridici, in termini di un bene collettivo che rimane come obiettivo ultimo». Già nell’introduzione a R. Cooter, U. Mattei, P.G. Monateri, R. Pardolesi, T. Ulen, Il Mercato delle regole. Analisi economica del diritto civile. I fondamenti, Bologna, Il Mulino, 1999, 16, si richiama il contributo dell’EAL a illuminare «i tanti buchi neri dell’universo giuridico». Più di recente ritorna su questi temi B. Raganelli, Frontiere di diritto pubblico dell’economia, Milano, Cedam, 2019, 3 ss.

[29] K. Pistor, The Code of Capital, Princeton-Oxford, Princeton University Press, 2019, 21 ss.

[30] Cfr. C. Sissoko, Modern legal practice as the engine of inequality: an essay on Katharina Pistor’s The Code of Capital, 8 marzo 2020, sul sito www.ssrn.org.

[31] Cfr. M.R. Ferrarese, Il capitale e il tocco magico del diritto. Storie e attuali protagonisti secondo Katharina Pistor, in Pol. dir., 2019, 559 ss.

[32] Una efficace sintesi la offre A. Guazzarotti in La subordinazione degli Stati al potere dei mercati finanziari attraverso la misurazione competitiva del diritto, in Pol. dir., 2018, 391. «L’analisi economica del diritto alla base di tutte le pratiche nazionali e internazionali di misurazione comparativa è geneticamente programmata per escludere il conflitto dall’orizzonte della programmazione di qualsiasi politica pubblica: distinguendo tra problemi allocativi e distributivi, tale impostazione esclude in radice la possibilità di avere norme efficienti introiettando nella progettazione di queste ultime esigenze di giustizia distributiva».

[33] Cfr. F. Denozza, Mercato, razionalità degli agenti e disciplina dei contratti, in ODCC, 2012, 12.

[34] P. Chiassoni, Modelli economici e scienza del diritto: considerazioni introduttive, in Ars interpretandi, 2013, 154.

[35] A. Arcuri, R. Pardolesi, (nt. 27). Un tentativo di ricostruzione della partecipazione sociale in questa prospettiva è portato avanti da M. Palmieri, La partecipazione esterna alle società di capitali, Milano, Giuffrè, 2015.

[36] Cfr. R. Thaler, Misbehaving, New York-Londra, Norton, 2015, 6.

[37] Come mette in evidenza R. Viale, Oltre il nudge, Bologna, Il Mulino, 2018, 229, sebbene la psicologia già da tempo avesse avuto un ruolo di supporto nell’analisi di molti fenomeni sociali, «non si era però, mai pensato alla psicologia come strumento da affiancare al diritto e all’economia nell’identificazione delle norme, delle regolamentazioni e delle politiche pubbliche».

[38] Cfr. A. Alemanno, Nudge and the European Union, in Handbook of Behavioural Change and Public Policy, a cura di H. Straßheim, S. Beck, London, Edward Elgar, 2019, 139.

[39] Sviluppando le politiche comunemente riassunte con l’espressione nudging, secondo la terminologia coniata appunto da R. Thaler, C. Sunstein, Nudge: la spinta gentile, Milano, Feltrinelli, 2009, 3 ss.

[40] G. Ballotta, S. Gallo, P. Legrenzi, L’economia comportamentale: analisi del caso Unicredit, in Sistemi intelligenti, 2007, 360. E il rapporto tra modelli neoclassici e approcci behavioral è stato di recente tracciato secondo uno schema di asimmetria: «in sum there is an important asymmetry between neoclassical and behavioral economics. Neoclassical economists cannot consistently incorporate behavioral factors into their models, but there is nothing in behavioral economics that make the use of neoclassical theory illegitimate. Any synthesis involving neoclassical theory and behavioral factors, therefore, cannot be neoclassical. It must be behavioral»: E. Angner, We’re all behavioral economists now, in Journal of economic methodology, 2019, 203.

[41] Come sottolinea S.M. Sheffrin, Behavioral Law and Economics Is Not Just a Refinement of Law and Economics, in Oeconomia, 2017, 331 ss., la norma giuridica superando il fondamento del calcolo razionale e quindi negando la stabilità delle scelte degli agenti, si apre ad una prospettiva di mutamento dei comportamenti umani illuminata da politiche sociali e di welfare, come le sue applicazioni pratiche, d’altronde, testimoniano.

[42] G. Calabresi, Il Futuro del Law and Economics, Milano, Giuffrè, 2018, 11.

[43] Cfr. A. Buyalskaya, M. Gallo, C.F. Camerer, The Golden Age of Social Science, 2019, sul sito www.ssrn.com, 5 ss.

[44] M. Grondona, A proposito di storia, critica e dogmatica del diritto civile. Uno sguardo sul ruolo e sulla formazione del giusprivatista (forse non solo), in Aa.Vv. Il presente, il passato, il futuro. Rileggendo il diritto positivo con metodo storico, Pisa, Pacini, 2017, 91.

[45] G. Santini, Il commercio. Saggio di economia e diritto, Bologna, Il Mulino, 1979, 16.

[46] Come si diceva non è questa la sede per soffermarsi su profili al centro di un acceso dibattito ed anche oggetto di una ormai vastissima letteratura. Per una organica sintesi delle varie posizioni cfr. i quattro volumi di Aa.Vv., The economics of Nudge, a cura di C.R. Sunstein, L.A. Reisch, Londra-New York, Routledge, 2017.

[47] Come ad esempio un articolo pubblicato il 13 gennaio 2020 sul sito di Bloomberg, ma ripreso anche da uno dei più importanti portali in materia (www.behavioraleconomics.com) di B. Kochkodin, Behavioral Economics’ Latest Bias: Seeing Bias Wherever It Looks, che, come dice il titolo, accusa gli economisti comportamentali di vedere bias da tutte le parti.

[48] Per riferimenti più completi e richiami anche alla bibliografia in materia, sempre più ricca, si rinvia a U. Morera, F. Vella, Finanza comportamentale. Investitori a razionalità limitata, in Analisi giur. econ., 2012, 3; Aa.Vv., Oltre il soggetto razionale, a cura di G. Rojas Elgueta, N. Vardi, Roma, Roma Tre press, 2014, 11 ss. Più di recente A. Davola, Bias cognitivi e contrattazione standardizzata: quali tutele per i consumatori, in Contr. impr., 2017, 5 ss. Per il richiamo ad una importante esperienza (quella inglese) cfr. C. Halpern, Inside The Nudge Unit, Londra, Penguin, 2015, 6 ss. Per considerazioni di carattere più generale su potenzialità e criticità di queste politiche cfr. più di recente R. Viale, (nt. 37), 9 ss.

[49] C.B. Jaeger, J. Trueblood, Thinking Quantum: A New Perspective on Decision Making in Law, in Florida State University Law Review, 2020, 7.

[50] R. Sacco, Questo nostro diritto (tra la metafisica e la biologia), in ODCC, 2016, 7.

[51] Già all’inizio del decennio appena trascorso a proposito della necessità del dialogo con i giuristi M. Bini, Valutazioni, bilancio e diritto societario verso l’interdisciplinarietà, in Società, 2011, 9, richiamava l’espressione inglese «ad un uomo con il martello i soli problemi che interessano sono quelli cha assomigliano ai chiodi».

[52] Nella ricca letteratura in materia, tra i lavori più recenti emblematici di questo scambio e convergenza si veda P. Bastia, E. Ricciardiello, Gli adeguati assetti organizzativi funzionali alla tempestiva rilevazione e gestione della crisi: tra principi generali e scienza aziendale, in Banca impr. soc., 2020, 359 ss.; oppure i saggi ospitati da Giurisprudenza commerciale di F. Manca, Assetti adeguati e indicatori di crisi nel nuovo codice della crisi d’impresa: la visione dell’aziendalista, in Giur. comm., 2020, I, 629 ss., e di P. Riva, A. Danovi, M. Comoli, A. Garelli, Gli attori della governance coinvolti nelle fasi dell’allerta e gli indici della crisi secondo il nuovo C.C.I.I., in Giur. comm., 2020, I, 594 ss.

[53] P. Zumbansen, Governance: una prospettiva interdisciplinare, in Parole chiave, 2, 2016, 52. Cfr. anche U. Tombari, “Potere” e “interessi” nella grande impresa azionaria, Milano, Giuffrè, 2019, 21, che sottolinea l’esigenza di utilizzare per declinare la corporate governance diversi paradigmi conoscitivi.

[54] Mi permetto di rinviare a F. Vella, Le società, aperte: oltre il TUF. Per una discussione, in Analisi giur. econ., 2019, 449 ss.

[55] Cfr. M.R. Ferrarese, Prima lezione del diritto globale, Bari, Laterza, 2012, 124, che premette: «Il cambiamento verso regole giuridiche modellate da criteri di natura sociale o economica lascia spazio a modalità giuridiche meno connotate politicamente anche se sono in realtà politicamente significative e che assecondano le inclinazioni dei vari soggetti e gruppi sociali così come il protagonismo dei privati e dei loro interessi».

[56] Cfr. J. Murray, T.E. Webb, S. Wheatley, Encountering law’s complexity, in Complexity Theory and Law. Mapping an Emergent Jurisprudence, a cura di J. Murray, T.E. Webb, S. Wheatley, London-New York, Routledge, 2019, 4.

[57] Cfr. L. Enriques, A, Romano, Institutional Investor Voting Behavior: A Network Theory Perspective, ECGI Law Working Paper n. 393, 2018, 3 ss. In una prospettiva più generale per certi versi ispirata a queste categorie anche M. Maugeri, Informazione non finanziaria e interesse sociale, in Riv. soc., 2020, 1025, dove si fa riferimento al rischio di non conformità alle politiche di sostenibilità, come un rischio sistemico operante a livello di mercato, e sarebbe interessante verificare come la rete degli investitori istituzionali si debba far carico di questa specifica declinazione. Ancora ci si è interrogati sulla rilevanza dei network nei comportamenti, degli amministratori di società (cfr. J. McClane, Y. Nili, Social Governance, sul sito www.ssrn.com, 2020, 3 ss.) oppure sulla funzione degli stessi nelle professioni legali (cfr. L.S. Terry, Global networks and The Legal Profession, in Acron Law Review, 2019, 137 ss.).

[58] Più di recente su questi temi, con riferimenti bibliografici, cfr. J.W. Welburn et al., Systemic Risk in the Broad Economy, Rand Corporation, 2020, 5 ss.

[59] Si pensi alla intelaiatura della disciplina dei mercati finanziari. Qui è importante utilizzare le coordinate della complessità organizzativa non solo con riferimento ai singoli intermediari, ma anche alle interconnessioni tra di loro e con altri agenti della rete, altrimenti si finisce con l’avere una visione ristretta e una percezione distorta del rischio e della sua distribuzione (Cfr. F. Vella, Banche che guardano lontano. Regole per la stabilità e regole per la crescita, in Banca impr. soc., 2016, 382). E a testimonianza dell’allargamento di prospettive disciplinari che questo approccio richiede, fa un certo effetto leggere un saggio a più mani appartenenti a economisti, biologi, sociologi, fisici, veterinari, (manca non a caso un giurista) nella autorevole rivista Science. Cfr. S. Battiston, J.D. Framer, A. Flache, D. Garlaschelli, A.G. Haldane, H. Heesterbeek, Complexity Theory and Financial Regulation, in Science, 351, 2016, 818.

[60] A. Hieronymi, Understanding System Science: A Visual and Integrated Approach, in Systems Research and Behavioral Science, 2013, 580 ss.

[61] A. Santos, G. Baars, J. Bair, L. Campling, D. Danielsen, The Role of Law in Global Value Chains: A Research Manifesto, in London Review of International Law, vol. 4(1), 2016, 61 dove «The study of GVC may aid legal scholars in formulating alternatives to traditionally recognised disciplinary boundaries between local and global, law and non-law, public regulation and private ordering, form and substance, rules and norms, firm and contract, and firm and state».

[62] Per completi riferimenti fra le opere più recenti cfr. Aa.Vv., Fintech2, a cura di M.T. Paracampo, Torino, Giappichelli, 2019, e Aa.Vv., Diritto del Fintech, a cura di M. Cian, C. Sandei, Padova, Cedam, 2020, 5 ss.

[63] Cfr. M. Fenwick, J. McCahery, E. Vermeulen, The End of Corporate Governance (Hello «Platform» Governance), ECGI Law Working Paper n. 430, 2018, 3 ss.

[64] Su questi temi, ormai al centro di numerosi approfondimenti, cfr. più di recente M.L. Montagnani, Flussi informativi e doveri degli amministratori di società per azioni ai tempi dell’intelligenza artificiale, in Persona e mercato, 2020, 86 ss.; N. Abriani, G. Schneider, IL diritto societario incontra il diritto dell’informazione. IT, Corporate governance e Corporate Social Responsibility, in Riv. soc., 2020, 1326 ss.; G. Scarchillo, Corporate governance e intelligenza artificiale, in Nuova giur. civ. comm., 2019, 881 ss.; R.M. Agostino, Intelligenza artificiale e processi decisionali. La responsabilità degli amministratori di società, in Merc., conc., reg., 2020, 371 ss.

[65] D. Imbruglia, L’intelligenza artificiale (IA) e le regole. Appunti, in Media laws, 2020, n. 3, 28.

[66] «Per fare questo sono necessarie competenze fortemente interdisciplinari, che sappiano dialogare e lavorare insieme, in modo aperto, a 360 gradi, su tecnologie digitali, scienze sociali, economia, diritto, scienze politiche, cultura e società»: cfr. G.F. Italiano, Le sfide interdisciplinari dell’intelligenza artificiale, in Analisi giur. econ., 2019, 18. Sottolinea l’esigenza di «uscire da una dimensione puramente disciplinare» anche S. Cacciari, Scenari. Etica, antropologia, intelligenza artificiale, in Dir. informaz. informat., 2019, 1178.

[67] Su questi temi, qui appena accennati, si veda di recente A. Morace Pinelli, Il contratto giusto, Riv. dir. civ., 2020, 677 ss.; A.U. Janssen, F.P. Patti, Demistificare gli smart contracts, in ODCC, 2020, 31 ss.; D. Fauceglia, Il problema dell’integrazione dello smart contract, in Contratti, 2020, 591 ss.; G. Gitti, Robotic Transactional Decisions, in ODCC, 2018, 627 ss.; A. Davola, Blockchain e Smart Contract as a service: prospettive di mercato a criticità normative delle prestazioni BaaS e SCaaS alla luce di un’incerta qualificazione giuridica, in Dir. ind., 2020, 147 ss.; L. Parola, P. Merati, G. Garavotti, Blockchain e smart contract: questioni giuridiche aperte, in Contratti, 2018, 681; M. Maugeri, Smart contracts e disciplina dei contratti, in ODCC, 2020, 375 ss.

[68] Sottolinea l’esigenza di cogliere questi profili G. Finocchiaro, Il contratto nell’era dell’intelligenza artificiale, in Riv. trim. dir. civ. proc., 2018, 441 ss.

[69] Cfr. L. Ante, Smart Contracts on the Blockchain – A Bibliometric Analysis and Review, Blockchain Research Lab Working paper series, n. 10, 2020, 5 ss.

[70] Cfr. A. Carrata, Giustizia penale e intelligenza artificiale. Considerazioni in tema di algoritmo predittivo, in Riv. dir. proc., 2020, 607 ss.; per un utile quadro d’insieme Council of Bars and Law Societies of Europe, Ccbe considerations on the legal aspects of artificial intelligence, Brussels, 2020, 6 ss.

[71] E si precisa che con il termine generale “giurista” si fa riferimento a tutte le manifestazioni di questa figura, compresa quella professionale, sulla quale, come è noto, la diffusione dell’AI sta avendo rilevanti conseguenze. Cfr. più di recente il lavoro di J. Armour, R. Parnham, M. Sako, Augmented Lawyering, ECGI Law Working Paper n. 558, 2020, 3 ss.

[72] E. Gabellini, La “comodità nel giudicare”: la decisione robotica, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2019, 1305 ss.; su questi aspetti e sul necessario rapporto con il fattore umano cfr. anche le osservazioni di L. Breggia, Prevedibilità, predittività e umanità nella soluzione dei conflitti, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2019, 385.

[73] Su questi profili, per quanto concerne una indagine alla luce dei parametri delle scienze cognitive e psicologiche rinvio ad Aa.Vv., Errori cognitivi e arbitrato, a cura di S. Azzali, U. Morera, G. Rojas Elgueta, Bologna, Il Mulino, 2018, 3 ss. In relazione, invece, alle ricerche sul terreno delle emozioni il punto di riferimento sono i lavori di T.A. Maroney, Law and Emotion: A Proposed Taxonomy of an Emerging Field Law, in Human Behaviour, 2006, 119 ss. L’autrice ha continuato i suoi studi e più di recente cfr. A Field Evolves: Introduction to the Special Section on Law and Emotion, in Emotion Review, vol. 8, 2016, 3; Empirically Investigating Judicial Emotion, in Oñati Socio-Legal Series, 2019, 799 ss. Si veda anche S. Roach, S. Bergman Blix, K. Mack, Emotion in Courts and the Judiciary: A Tale of Two Projects, in Emotion Review, 2015, 145; S. Bergman Blix, K. Mack, T.A. Maroney, S. Roach, Introducing an Interdisciplinary Frontier to Judging, Emotion and Emotion Work, in Oñati Socio-Legal Series, 2019, 548 ss. Sul rapporto tra diritto e emozioni più in generale G. Calder, Whose Body is This? On the Role of Emotion in Teaching and Learning Law, 2020, 6 ss., sul sito www.ssrn.org. Con specifico riferimento al ruolo dell’empatia nell’educazione del giurista cfr. I. Gallacher, Thinking Like Non-Lawyers: Why Empathy is a Core Lawyering Skill and Why Legal Education Should Change to Reflect Its Importance, 2020, sul sito www.ssrn.org, 3 ss.

[74] Come sottolinea M.R. Ferrarese, nella sua presentazione al noto volume di A. Garapon, J. Lassegue, La giustizia digitale, Bologna, Il Mulino, 2021, 13. Gli autori sono rispettivamente un magistrato e un filosofo ed epistemologo.

[75] Ormai la letteratura in queste materie è ricchissima; si rinvia, per considerazioni di carattere generale a F. Vella, (nt. 54), 465 ss. ove anche i relativi richiami bibliografici. Per quanto riguarda invece i riferimenti successivi cfr. M.V. Zammitti, La responsabilità della capogruppo per la condotta socialmente irresponsabile delle società subordinate, Milano, Giuffrè, 2020, 31 ss.

[76] Sull’ampiezza di questo concetto e la necessità di affrontarlo con matrici interdisciplinari L. Fassanaro, Sviluppo sostenibile in una prospettiva interdisciplinare. David W. Pearce e la Green economy nella storia internazionale, in Ricerche di storia politica, 2020; parlano della sostenibilità come di un «un fenomeno dentro il quale può rientrare tutto e il contrario di tutto» R. Randazzo, G. Taffari, La dimensione giuridica degli SDGs in Cooperative, Enti non Profit, 2019, 32. Per un’indagine del concetto alla luce dei diversi profili attraverso i quali è entrato nell’agenda dei regolatori cfr. V. Rubino, Sviluppo sostenibile ed effettività della governance multilivello, in Federalismi, n. 34, 2020, 1 ss. e M. Siri, S. Zhu, L’integrazione della sostenibilità nel sistema europeo di protezione degli investitori, in Banca, impr., soc., 2020, 12. D’altronde, circa dieci anni fa A. Zolli, A. M. Healy, Resilienza. La scienza di adattarsi ai cambiamenti, Milano, Rizzoli, 2014, 32 mettevano in evidenza la debolezza del concetto di sostenibilità perché «offre poche indicazioni pratiche su come affrontare gli sconvolgimenti, e questo proprio nel momento in cui ci troviamo a viverne di più. Il pensiero della resilienza, d’altro canto, fornisce un insieme di idee, strumenti e approcci, più ampio dinamico e rilevante. Con la volatilità che continua a dominare, la resilienza potrebbe presto venire a integrare o soppiantare tutto il regime della sostenibilità»: un pensiero profetico.

[77] Così con grande efficacia A. Detheridge, “Sostenibilità”, una parola davvero noiosa, in Vita, 2021, n. 1, 11.

[78] Così di recente R. Rolli, L’impatto dei fattori ESG sull’impresa, Bologna, Il Mulino, 2020, ove anche una completa e aggiornata ricostruzione dell’evoluzione della normativa in materia.

[79] Sottolinea il «carattere fortemente interdisciplinare» di queste problematiche G. Bevivino, La responsabilità sociale delle imprese, Napoli, 2018, 11; una dimensione, questa che cercano di valorizzare anche i contributi del l volume curato da D. Caterino, I. Ingravallo, L’impresa sostenibile, Lecce, Euriconv, 2020, 5 ss.; cfr. anche Aa.Vv., La responsabilità sociale d’impresa tra diritto societario e diritto internazionale, a cura di M. Castellaneta, F. Vessia, Napoli, Esi, 2019, 19 ss.

[80] Cfr. P. Montalenti, Il socio della società quotata, in Riv. dir. comm., 2020, 245.

[81] Il riferimento è innanzitutto alla ormai famoso statement della Business Roundtable sul quale questa rivista ha organizzato un approfondito dibattito: cfr. I seminari della Rivista ODC, in questa Rivista, 2019, con interventi di A. Perrone, Lo statement della Business Roundtable. II. Sugli scopi della società. Un dialogo a più voci, 589 ss.; F. Denozza, Lo scopo della società: dall’organizzazione al mercato, 615 ss.; M. Libertini, Un commento al manifesto sulla responsabilità sociale d’impresa della Business Roundtable, 627 ss.; M. Maugeri, «Pluralismo» e «monismo» nello scopo della s.p.a. (glosse a margine del dialogo a più voci sullo statement della Business Roundtable). Cfr. anche P. Marchetti, Dalla Business Roundtable ai lavori della British Accademy, in Riv. soc., 2019, 1303 ss. Più di recente si è aggiunta un’altra dichiarazione, Governance e sostenibilità per la crescita, in Il Sole 24 Ore, 11 marzo 2021.

[82] L’espressione la prendo dal paper altrettanto noto (e fortemente critico) di L.A. Bebchuck, R. Tallarita, The Illusory Promise of Stakeholder Governance, Harvard John M. Olin Center for law, economics and business Discussion Paper n. 1052, 2020, 1 ss. I due autori insieme a K. Kastiel, sono tornati sul tema con un paper, For Whom Corporate Leaders Bargain, 2020, sul sito www.ssrn.com, 2 ss., nel quale alla luce di indagini empiriche, supportano la loro tesi dimostrando come nel corso delle o.p.a. gli apicali delle società abbiano usato i loro poteri di negoziazione favorire gli interessi degli azionisti disinteressandosi degli stakeholder.

[83] Riassume bene le diverse possibili opzioni regolamentari lo studio per il Parlamento Europeo di K. Noti, F.M. Mucciarelli, C. Angelici, V. Dalla Pozza, M. Pillinini, Corporate social responsibility (CSR) and its implementation into EU Company law, Brussels, 2020, 11 ss.; cfr. anche V. Jentsch, Corporate Social Responsibility between Self-Regulation and Government Intervention: Monitoring, Enforcement and Transparency, in European Business Law Review, 2020, 285 ss.; H. Fleischer, Corporate Purpose: A Management Concept and its Implications for Company Law, ECGI Law Working Paper n. 561, 2021, 19 ss., ove anche un completo quadro comparato. Per una analisi nella prospettiva nordamericana dove pure si discute dell’introdu­zione di vincoli normativi cfr. A.M. Rose, A Response to Calls for SEC-Mandatory ESG Disclosure, Vanderbilt University Law School Legal Research Paper Series, 2020, 3 ss.

[84] F. Debenedetti, Fare Profitti, Venezia, Marsilio, 2021, 52.

[85] Cfr. A. Edmans, Grow The Pie, Cambridge, Cambridge University Press,2020, 3 ss. Su una linea simile si muove un altro appello pubblicato sul sito www.ecgi.global e sottoscritto dallo stesso Edmans insieme a P. Davies, L. Enriques ed altri. C’è poi un ulteriore filone, che qui ci si limita solo a richiamare, che cerca di leggere queste problematiche anche guardando alla composizione degli assetti proprietari con particolare riferimento al ruolo degli investitori istituzionali; cfr. L. Enriques, A. Romano, Rewiring Corporate Law for an Interconnected World, ECGI Law Working Paper n. 572, 2021, 3 ss. Cfr. anche S.F. Diamond, The myth of corporate governance, 2021, sul sito www.ssrn.com, 6 ss.

[86] Cfr. il blog sul Post del 31 dicembre 2020 di R. Tallarita, che lo ricorda come uno degli eventi importanti del suo 2020.

[87] Ad esempio M. Gatti, C. Ondersma, Can A Broader Corporate Purpose Redress Inequality. The Stakeholder Approach Chimera, 13 gennaio 2021, sul sito www.ssrn.com, 12 ss. i quali ritengono questo approccio pregiudizievole proprio per gli interessi stakeholder e per la ricerca di migliori equilibri distributivi nelle società.

[88] Così P. Marchetti, Editoriale, in Riv. soc, 2020, 351. E a proposito di norme che concretamente si ineriscono in questa prospettiva cfr. il saggio sulla stessa rivista di C. Frigeni, A. Sciarrone Alibrandi, Emergenza pandemica e restrizioni alle distribuzioni a favore degli azionisti: spunti in tema di corporate purpose, in Riv. soc., 2020, 489 ss. Nello stesso senso in una prospettiva comparata cfr. M. Gelter, J.M. Puaschunder, COVID-19 and Comparative Corporate Governance, ECGI Law Working Paper n. 563, 2021, 2 ss.

[89] V. Calandra Buonaura, L’impatto della regolamentazione sulla governance bancaria, in Banca, impr., soc., 2019, 27 ss. Cfr. anche Id., L’amministrazione della società per azioni nel sistema tradizionale, Torino, Giappichelli, 2019.

[90] A. Grandori, Dieci tesi sull’impresa, Bologna, Il Mulino, 2015, 13.

[91] F. Butera, Può l’impresa essere responsabile rispetto alla sfida del clima, della disuguaglianza, della pandemia? Teoria e pratica dell’“impresa integrale” (prima parte), in Menabò, 142, 2021. L’autore in questo articolo sintetizza le tesi del suo volume Sviluppo di imprese responsabili, o come preferisce chiamarle «imprese integrali: imprese che perseguano e realizzino obiettivi economici e sociali per sé e per la collettività, sulla base della loro constituency, delle loro strategie autonome».

[92] A. Baker et al., Against Hollow Firms Repurposing the Corporation For A More Resilient Economy. A post-Covid 19 report, The Centre for Research on Accounting and Finance in Context, 2021, 3 ss., sul sito www.sheffield.ac.uk/social-sciences.

[93] Cfr. C. Mayer, B. Roche, Putting Purpose Into Practice. The economy of Mutuality, Oxford, 2021, 24 ss. Una impostazione simile la segue, ma con riferimento solo alla partecipazione dei lavoratori, la ricerca della Fondazione Unipolis, La partecipazione dei lavoratori nelle imprese, Bologna, 2017, 8 ss.; si veda anche T. Canal, V. Gualtieri, Pratiche partecipative e risultati d’impresa: quando il datore di lavoro coinvolge, in Economia e lavoro, 2021, 121 ss.

[94] Uno studio illuminante è quello di S. Gadinis, A. Miazard, Corporate Law and Social Risk, in Vanderbilt Law Review, 2020, 1404 ss.

[95] Cfr. G. Quaglia et al., Rischi finanziari legati al clima: una prospettiva sulle misure prudenzali europee, in Dir. banc., febbraio 2021, 4. Si ricorda che la tassonomia «delinea criteri di screening qualitativi per identificare la resilienza di attività economiche, fornendo esempi specifici di attività per classificazione settoriale»: D. Lenzi, La finanza d’impatto e i green e social bonds. Fattispecie e disciplina tra norme speciali e principi generali, in Banca impr. soc., 2021, 115 ss.; si veda anche H. Liang, L. Renneboog, Corporate Social Responsibility and Sustainable Finance: A Review of the Literature, ECGI Working Paper n. 701, 2020, 3 ss.

[96] Per una completa analisi di criteri e metodologie cfr. E. Bernardini, I. Faiella, L. Lavecchia, A. Mistretta, F. Natoli, Banche centrali, rischi climatici e finanza sostenibile, Banca d’Italia. Questioni di economia e finanza, Occasional Paper n. 608, 2012, 49. Per una rapida guida cfr. Asvis, Business Reporting on the SDGs, 2019, 5 ss.; numerose le indicazioni su questa strada. Ad esempio uno dei tanti appelli Corporate Governance for Sustainability Statement, 2020, sul sito www.ssrn.org, sottoscritto da vari accademici tra i quali la già citata Katharina Pistor sottolinea come «The standardisation of non-financial reporting is indispensable for the development of sustainable finance, and for effective monitoring of companies’ implementation of their corporate sustainability strategies, and for enforcement of directors’ duties». Anche vari rapporti come quello dell’European Reporting Lab, How to improve climate-related reporting: summary of good practices from Europe and beyond, 2020, sul sito www.efrag.org. Vanno in analoga direzione anche G. Rusconi, Dai bilanci sociali alla dichiarazione non finanziaria. Alcune riflessioni, in Impresa a Progetto, n. 1/2021, 3 ss.; P. Boiardi, Measuring and managing the impact of sustainable investments – a two axes mapping, Oecd development co-operation working paper 74, 2020, 3 ss.; S. Fiandrino, A. Tonelli, Text-Mining Analysis on the Review of the Non-Financial Reporting Directive: Bringing Value Creation for Stakeholders into Accounting, in Sustainability, 2021, 763. A.S. Gutttermann, Sustainability Standards and Instruments, 2021, 1 ss., sul sito businessexpertpress.com. Per una indagine dei riflessi di queste nuove forme di disclosure cfr. il lavoro di F. Lopez-de-Silanes, J.A. McCahery, P.C. Pudschedl, ESG Performances and Disclosure: A Cross– Country Analysis, ECGI Law Working Paper n. 48, 2019, 8 ss.

[97] Cfr. L.M. Lopucki, Repurposing the Corporation Through Stakeholder Markets, UCLA School of Law. Law and Economics Research Paper n. 21-04, sul sito www.ssrn.com, 8 ss.; cfr. anche J.G. Eruggie, Corporate Purpose in Play: The Role of ESG Investing, novembre 2019, sul sito www.ssrn.com, 15.

[98] Cfr. D. Cash, Can Regulatory Intervention Save the Sustainability Rating Industry?, in Business Law Review, vol. 42, 2021, 13 ss.

[99] S. Cingolani, Perché l’UE non trova la bussola sul bollino della sostenibilità, in Il Foglio, 16 marzo 2021.

[100] Cfr. per un’approfondita opera ricognitiva della letteratura M. Mura, M, Longo, P. Micheli, D. Bolzani, The evolution of Sustainability Measurement Research, in International Journal of Management Review, 2018, 661 ss. e 682; cfr. anche A. Tong, J. Calvo, K.R. Haapala, Integration of Sustainability Indicators and the Viable System Model Towards a Systemic Sustainability Assessment Methodology, in Systems Research and Behavioral Science, 2018, 564 ss.

[101] Asvis, Finanza per lo sviluppo sostenibile. Un tema strategico per l’agenda 2030, position paper, 2020, 34.

[102] È noto che nel contesto appena delineato si è aperto un vivace dibattito sui doveri degli amministratori i (e controllori) alla luce della complessa evoluzione della normativa in materia di sostenibilità, dibattito rilanciato ad alcune recenti proposte in sede comunitaria. Non è ovviamente questa la sede per riprenderlo, ma non vi è dubbio che, soprattutto la disciplina degli obblighi di comunicazione di dati non finanziari abbia «contribuito significativamente alla responsabilizzazione dei consigli di amministrazione sull’adeguata considerazione di tali fattori»: cfr. Assonime, Doveri degli amministratori e sostenibilità, Note e Studi n. 6/2021, 6, ove anche una organica e approfondita ricostruzione della materia. Cfr. anche il report a cura di M.L. Passador del Directors duties and sustainable corporate governance, ECGI workshop, novembre 2020, sul sito www.ecgi.org; M. Ventoruzzo, Troppa responsabilità per l’impresa, sul sito www.lavoce.info, 2 aprile 2021. Sugli specifici doveri degli amministratori cfr. S. Bruno, Cambiamento climatico e organizzazione delle società di capitali a seguito del nuovo testo dell’art. 2086 c.c., in Banca impr. soc., 2020, 56; S. Fortunato, L’informazione non-finanziaria nell’impresa socialmente responsabile, in Giur. comm. 2020, I, 417; D. Lenzi, La gestione del rischio di danno ambientale per le società di capitali, in Impresa e rischio, a cura di S. Cerrato, Torino, Giappichelli, 2019, 263.

[103] Anche qui bisogna limitarsi solo a rapidi cenni, ma più di recente si veda l’intervento di G. Briscese, N, Feltovich, R. Slonim, The hidden costs of corporate social responsibility, sul sito www.vopxeu.org, 3 aprile 2021, di C. Valenti, Il prezzo della sostenibilità, 2 maggio 2021, sul sito www.eticaeconomia.it, utile anche perché riporta i programmi e i progetti di misurazione di impatto in via di elaborazione.

[104] Come ad esempio il mondo del non profit e in particolari delle imprese sociali e delle e grandi ONG internazionali che per la specificità della attività svolta hanno maturato un expertise sul terreno dell’accountability, e soprattutto della valutazione di impatto, di indubbio spessore. In materia esiste ampia letteratura: per alcuni rapidi riferimenti cfr. I. Bengo, D. Caloni, La misurazione di impatto una proposta per un percorso condiviso, 2017, sul sito www.socialimpactagenda; S. Zamagni, P. Venturi, S. Rago, Valutare l’impatto sociale. La questione della misurazione nelle imprese sociali, in Rivista impresa sociale, 2015, 77 ss.; P. Venturi, La valutazione di impatto sociale come pratica “trasformativa”, in Aiccon, Short Paper n. 12, 2019, 3 ss.; M. Bertani, La valutazione dell’impatto sociale negli Enti del Terzo settore. Studio preliminare per un nuovo modello di misurazione, in Working Paper Series of the Department of Economics, Università di Verona, 2019, 3 ss. E, come è noto, esistono, in materia anche rilevanti dati normativi come il decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del 23 luglio 2019 che ha definito per il settore una serie di linee guida. Invece per riferimenti al mondo delle grandi ONG essenziale è la lettura di G.E. Mitchell, H.P. Schmitz, T. Bruno-Van Vijfeijken, Between Power and Irrelevance. The Future of Transnational NGOs, Oxford, Oxford university press, 2020, 3 ss.

[105] EU Commission, Communication from the Commission to the European Parliament, the Council, the European Economic and Social Committee and the Committee of the Regions. EU Taxonomy, Corporate Sustainability Reporting, Sustainability Preferences and Fiduciary Duties: Directing finance towards the European Green Deal, 21 aprile 2021 e la relativa proposta di allegato al Regolamento Delegato.

[106] Su questi aspetti metodologici dell’interdisciplinarità v. infra. È bene anche chiarire che il termine “empatia” non viene usato casualmente: C. Daraio, A. Vaccari, Perché è importante fare una buona valutazione della ricerca. La proposta delle virtù, in Bollettino della società filosofica italiana, 2021, 53, collocano l’empatia nella categoria delle disposizioni virtuose delle pratiche di ricerca.

[107] Secondo percorsi ormai affermatisi in letteratura. Per spunti e riflessioni cfr. tra i tanti S. Schaltegger, M. Beckmann, E. Hansen, Transdisciplinarity in Corporate Sustainability: Mapping the Field, in Business Strategy and the Environment, 2013, 217 ss.; J. Spangenberg, Sustainability science: a review, an analysis and some empirical lessons, in Environmental Conservation, 2011, 277; T. Breitbarth, D. Herold, Closing the academia-practice gap in corporate sustainability management research: Challenges and bridges, in Journal of Enviromental Sustainability, 2018, 54 ss.; P. Shrivastava, S. Silvester, S. Persson, Transdisciplinary Study of Sustainable Enterprise, in Business Strategy and the Environment, 2013, 230 ss.; J.P. Imbrogiano, E. Nichols, How to serve sustainability performance in businesses? An appetizing recipe to link practices to performance in business sustainability research, in Business strategy and the environment, 2020, 10.

[108] D’altronde O. Laasch, D. Moosdmayer, E. Antonacopoulou, S. Schltegger, Constellations of Transdisciplinary Practice: A Map and Research Agenda for the Responsible Mangement Learning Field, in Journal of business ethics, 2020, 735 ss., sottolineano come etica, Csr, sostenibilità ciascuna ha una propria angolazione ma il loro reale valore aggiunto sta nella capacità di integrarsi.

[109] Così G. Alessandrini su www.futuranetwork.eu, 8 febbraio 2021, a commento a Miur, Programma Nazionale per la ricerca 2012-2017, approvato dal CIPE e pubblicato il 23 novembre 2020. Su questi temi, nella prospettiva comunitaria cfr. M. Biggieri, A. Ferrarini, Framing R/I for trasformative change towards sustainable development in the European Union, Commision, Directorate General for Research and Innovation Working Paper, 2020, 5.

[110] T. Greco, L’orizzonte del giurista tra autonomia ed eteronomia, in La formazione del giurista, Contributi a una riflessione, (nt. 13), 66, il quale continua: «Se riteniamo questi Maestri assolutamente credibili e degni di ogni menzione quando affrontiamo i nostri studi di settore, tanto è vero che riserviamo loro le nostre citazioni più importanti, perché non dar loro credito quando ci parlano della loro formazione giuridica?». Considerando poi che «La più grande soddisfazione del maestro è nel veder l’allievo raggiungere mete per lui stesso non raggiunte o addirittura irraggiungibili». Cfr. M. Cartabia, Per l’alto mare aperto. L’Università al tempo della grande incertezza, in Forum di Quaderni Costituzionali. Rassegna, 2021, 16.

[111] Cfr. W. Marquardt, T. Wilhelmy, Cross the border, close the gap. Reinventing the University as an Interdisciplinary Enterprise, in University Experiments in Inter-disciplinarity. Obstacles and Opportunities, a cura di P. Weingarty, B. Padberg, Columbia University, Transcript publishing, 2014, 117.

[112] R. Caso, Rompete le righe, ma senza sconfinare, sul sito www.roars.it, 3 giugno 2014.

[113] M. Ceruti, Il tempo della complessità, Milano, Raffaello Cortina, 2018, 135 e aggiunge (p. 141) che oggi «la frammentazione delle esperienze, delle informazioni e dei saperi è il maggior ostacolo alla formulazione e alla comprensione dei problemi».

[114] R. Scarpa, Humanities e altre scienze. Superare la disciplinarità, Bari, Carrocci 2017.

[115] Cfr. E. Bruno, V. Uva, Avvocati, la crisi parte dal percorso di laurea, in Il Sole 24 Ore, 16 dicembre 2019, dove si richiama il dimezzamento in dieci anni delle matricole di giurisprudenza.

[116] Cfr. Unioncamere, Previsioni dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia a medio termine (2019-2023). Scenari per l’orientamento e la programmazione della formazione, marzo 2019, 3 ss.

[117] Mi riferisco soprattutto ai lavori di G. Pascuzzi, Avvocati formano avvocati, Bologna, 2015, 85; Id., Il problem solving nelle professioni legali, Bologna, 2017, 29. Cfr. anche R. Caso, Il diritto non abita più qui: la crisi degli studi giuridici tra dati e domande, sul sito www.roars.it, 2016.

[118] Richiama l’ampliamento dei confini delle attività professionali anche G. Alpa, L’avvocato, Bologna, Il Mulino, 2005, 289.

[119] Se, come conclude la sua bella riflessione V. Di Cataldo, A cosa serve il diritto, Bologna, Il Mulino, 2017, 158 ss., è necessaria una radicale modifica nell’educazione del giurista che lo aiuti soprattutto a comprendere e comporre le controversie, è evidente l’esigenza di una ampia diversificazione dei curricula di studio. Ed è bene precisare che l’interdisciplinarità come chiave di volta della specializzazione professionale non limita il giurista alla sola «conoscenza e applicazione delle regole tecniche», ma assume rilevanza anche per chi (cfr. M. Vogliotti, La fine del “grande stile” e la ricerca di una nuova identità per la scienza giuridica, in L’identità delle scienze giuridiche in ordinamenti multilivello, a cura di V. Barsotti, Santarcangelo di Romagna, Maggioli, 2014, 169) vede nella figura del giurista non il semplice tecnico del diritto, ma quella di «un uomo di cultura che sappia usare gli attrezzi della ragione giuridica e che sia eticamente impegnato nell’opera di umanizzazione del diritto», opera impossibile se il diritto non è capace di confrontarsi con gli altri campi del sapere.

[120] Cfr. G. Vesperini, Introduzione, in Studiare giurisprudenza, a cura di G. Vesperini, Bologna, Il Mulino, 2011, 39.

[121] Un’esperienza, ricorda R. Costi, in Diritto commerciale. Una conversazione, (nt. 6), 23, che gli ha fatto conservare «un grande rispetto per il pensiero economico: rispetto che mi ha sempre impedito, in seguito, di scimmiottare gli economisti come troppo spesso fanno certi giuristi».

[122] J.H. Aldrich, Interdisciplinarity: Its role in a discipline-based academy, A report by the Task Force of the American Political Science Association, New York, 2014, 255. Questo significa come ben delineato in un’altra ricerca internazionale che «interdisciplinarity should be supported in a proactive fashion non to the detriment of the disciplines but for their own vitality and durability», cfr. Leru, Interdisciplinarity in the 21st century research-intensive university, novembre 2016, 5, sul sito www.leru.org.

[123] A. Fuggetta, Università e competitività del paese, 2019, sul sito www.astrid.it.

[124] Cfr. S. Green, H. Andersen, Systems Science and the Art of Integration, in Systems Research and Behavioral Science, 2019, 736.

[125] M. Singh Rajbhandari, Interdisciplinary Sequences: A Conceptual Commentary, in Journal of Interdisciplinary Science, 2019, vol. 3(1), 2 che mette in risalto la differenza tra error e mistake. Il tema della predisposizione a riconoscere l’errore è antico e sicuramente complesso e meriterebbe ulteriori approfondimenti, ma è da tempo al centro della letteratura anche con utili lavori divulgativi (cfr. Pepin, Il magico potere del fallimento, Milano, Garzanti, 2017, 4 ss.). Riassumendo vi possono essere limiti cognitivi in grado di impedire il riconoscimento dell’errore e il suo superamento. Specifiche indagini (cfr. M. Syed, Black Box Thinking, London, 2015, 8 ss. hanno messo in evidenza come in contesti organizzativi (ad esempio il settore dell’aeronautica) all’interno dei quali l’errore viene processato con spirito di neutralità, senza seguire immediatamente logiche punitive alla ricerca responsabilizzante del colpevole favoriscono l’emergere di comportamenti proattivi volti a capire, risolvere e a prevenire nel futuro l’errore. Sul governo degli errori nelle pratiche di insegnamento interessante il lavoro di R. Santagata, Practices and beliefs in mistake-handling activities: A video study of Italian and US mathematics lessons, in Teaching and Teacher Education, 2005, 401 ss.

[126] Sul valore “punitivo” della disciplina cfr. H. Dedek, Stating Boundaries: The Law, Disciplined, sul sito www.ssrn.org, 2014, 8, che continua: «not unlike military discipline, academic disciplines generate a sense of ‘how things are supposed to be done’, traditions that are mostly adhered to without questioning, forming part of a disciplinary habitus, which in turn creates a strong sense of identity».

[127] S. Cassese, L. Torchia, (nt. 17), 149.

[128] G. Michetti, Oltre l’interdisciplinarità, in AIB Studi, n. 2016, 417 secondo il quale «esiste una tensione fra le strutture tradizionali – che determinano l’avanzamento in carriera, le possibilità di lavoro e l’offerta di corsi per gli studenti – e gli ambienti dinamici dell’inter­disciplinarità, che sicuramente hanno una grande presa sul pubblico degli utenti e meglio interpretano lo spirito della ricerca attuale, ma che giocano un ruolo secondario nei processi di valutazione accademica. Questo aspetto paradossale è di tutta evidenza nel contesto italiano, dove le procedure di abilitazione universitaria sono basate su classi di concorso che sostanzialmente ricalcano categorie tradizionali – seppur accorpate talora in maniera a dir poco curiosa – a discapito di coloro che abbiano seguito percorsi originali attraversando terreni scientifici e classi concorsuali».

[129] Eurodoc, Journal rankings and interdisciplinarity, marzo, 2014, 1 ss., sul sito www.eurodoc.net. Ed in effetti già una ricerca pubblicata nel 2012 (I. Rafols, L. Leydesdorff, A. O’Hare, P. Nightingale, A. Stirling, How Journal Ranking can suppress interdisciplinary research: A comparison between Innovation Studies and Business and Management, in Research Policy, Volume 41, 2012, 1262 ss.) metteva in evidenza le diverse scale di valutazione che penalizzano le pubblicazioni interdisciplinari. Cfr. anche A. Yegros-Yegros, I. Rafols, P. D’Este, Does Interdisciplinary Research Lead to Higher Citation Impact? The Different Effect of Proximal and Distal Interdisciplinarity, in PLoS One, 2015, 1 ss.

[130] A. Ferro, Pensieri di uno psicanalista irriverente, a cura di L. Nicoli, Milano, Raffaello Cortina, 2017, 56.

[131] Anche qui, procedendo per semplici esempi, si veda l’Academic Journal of Interdisciplinary studies che intende favorire la riorganizzazione disciplinare con una varietà di riferimenti dal management alla sociologia, dall’antropologia, all’economia, al diritto e in generale alle scienze sociali. L’Interdisciplinary Science Review aggiunge ingegneria, matematica medicina e tecnologia con lo scopo di rafforzare il «dialogo costruttivo» tra questi campi. L’International Journal of Interdisciplinary Social Sciences pubblica un Annual Review che intende definire un «intellectual frame» in grado di ricomprendere tutte le pratiche interdisciplinari che emergono nel contesto del «mondo reale» interrogandosi sui significati della scienza nel contesto sociale.

[132] Ad esempio oltre al già citato Journal of Interdisciplinary Science, l’International Journal of Interdisciplinary Research Methods.

[133] Limitandosi a qualche spunto nei campi del diritto e dell’economia, il Journal of Interdisciplinary Economics vuole essere un forum per tutti coloro che intendono espandere i confini della ricerca economica evolvendosi verso la definizione di linee più appropriate al contesto attuale, accogliendo soprattutto contributi che cercano di superare i confini disciplinari. Foundations: An Interdisciplinary Journal of Law and Justice intende costituire una piattaforma di scambio e interlocuzione tra il diritto e le altre scienze sociali soprattutto nel campo della giurisprudenza. Lo segnalo anche perché per il 2020 ha organizzato una call of paper proprio in uno dei “nuovi” territori prima richiamati: un numero speciale dedicato a Law and Emotions e cioè su come «law and emotion/ is experienced and communicated in legal processes and how they construct and move between (legal) subjects». Un approccio più generale e più incentrato sulla metodologia sembra avere invece Southern California Interdisciplinary Law Journal.

[134] Anche qui a titolo di mera testimonianza si veda la pubblicazione della già citata Leru (League of European Research University), Social Science, Humanities and Interdisciplinary research. A Show Case of Excellent Research projects from Leru Universities, 2014, sul sito www.leru.org, che presenta tutta una serie di progetti promossi dalla Università affiliate, oppure l’Interdisciplinary Social Science Research Network, sul sito www.thesocialsciences.com, che ogni anno focalizza la sua attività su una serie di tematiche trasversali (per il 2021 comunità, ambiente, studi politici culturali e organizzativi) sulle quali intende creare comunità di scambio di idee e di confronto secondo linguaggi condivisi. Oppure ancora il CIRET, International Center For Transdisciplinarity Research, sul sito www.ciret.transdisciplinary.org, che ha lo scopo, soprattutto nel campo dell’educazione, di promuovere sul piano internazionale la diffusione dell’approccio transdisciplinare, sul quale v. infra.

[135] Come la mappa di orientamento (siamo nel campo delle scienze politiche) per le università americane presentata da J.H. Aldrich, in Interdisciplinarity. Teaching Methodology and Graduate Teaching and Learning, in A report by the Task Force of the American Political Science Association, (nt. 122), 157 ss.

[136] M. Geri, Il campo sociale dei progetti di ricerca europei. Il caso delle SSH, in Studi culturali, 2017, 129.

[137] Cfr. D.P. Pedersen, Integrating social science and humanities in interdisciplinary research, in Palgrave Communications, 2016, 2 ss. Cfr. anche FET Advisory Group, The need to integrate the Social Sciences and Humanities with Science and Engineering in Horizon 2020 and beyond, dicembre, 2016, 3 ss.

[138] Si veda il documento «Il Dialogo», alla Dichiarazione di Catania, che sintetizza i lavori della conferenza di Catania “Progettare insieme in H2020. Scienze socio-economiche e umanistiche (SSH) e Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (STEM)”, tenutasi a Catania il 24/25, ottobre 2017, dove (p. 9) si mette in evidenza come «Uno dei pregiudizi più radicati è quello degli STEM riguardante l’idea del limitato rigore nelle metodologie SSH. Sarebbero utili, ad esempio, workshop ad hoc in cui i ricercatori SSH spiegano agli STEM la propria metodologia, oppure l’inserimento dei corsi STEM o SSH nei corsi di laurea di vocazione opposta. Questo creerebbe anche figure specialistiche di intermediari tar differenti discipline (esempio: ingegneri e fisici che fanno da “ponte” con l’approccio sociologico)».

[139] D.P. Pedersen, (nt. 135), 3.

[140] Secondo il rapporto del 2018 della European Alliance for Social Sciences and Humanities (EASSH) sulla attuazione di Horizon 2020 (sul sito www.eassh.eu) «Also missing are contributions from legal scholars, which seem to have left no trace in the projects awarded. We are concerned that future policy discussion about emerging innovation, which is not co-designed with the legal and ethical frameworks necessary to protect individuals, means that this innovation is doomed to fail».

[141] Cfr. G. Pascuzzi, È davvero una buona idea consentire l’iscrizione contemporanea a più corsi universitari?, sul sito www.roars.it, 27 febbraio 2019.

[142] P. Greco, La crescita dell’interdisciplinarità, sul sito www.roars.it, 27 gennaio 2017.

[143] T.K. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, seconda edizione, 2009, Torino, Einaudi, 111.

[144] G. Pascuzzi, Una storia italiana: i settori scientifico-disciplinari, in Materiali per una storia della giuridica, 2012, che (p. 121) conclude «Una ferrea osservazione degli approcci disciplinari consolidati finisce per ostacolare l’innovazione e quindi in definitiva, il progresso». Sul rapporto tra interdisciplinarità e paradigmi così come individuati e descritti nelle analisi di Kuhn di recente cfr. V. Politi, The interdisciplinary revolution, in Theoria. An International Journal for Theory, History, and Foundations of Science, 2019, 237 ss.

[145] Una rapida sintesi in G. Delanty, The University in the Knowledge Society in Organzation overviews, 2001, 149 ss. Dello stesso autore cfr. Challenging Knowledge, 2001, Buckingham, 3 ss.

[146] Prendo a prestito l’espressione da S. Restuccia, Mappa delle culture e scienze sociali, Introduzione all’edizione italiana di J. Kagan, Le tre culture, Milano 2013, 6 ss. Una rimappatura che rappresenta, come è noto, uno dei tratti caratterizzanti del movimento verso la terza cultura e cioè della definizione di percorsi per un «reale dialogo creativo-costruttivo tra la tante e varie discipline». Cfr. V. Lingiardi, N. Vassallo, Introduzione. È il ponte che crea il passaggio, in Aa.Vv., Terza cultura, a cura di V. Lingiardi, N. Vassallo, Milano, Il Saggiatore, 2011, 19.

[147] G. Mullally, C. Sage, E. Byerne, Context of Transdisciplinarity: Drivers, Discourses and Process, in E. Byrne, E. Mullally, G. Sage, Transdisciplinarity, Perspectives on Transitions to Sustainability, Londra, Routledge, 2016, 6; cfr. anche R.W. Scholz, G. Steiner, The real type and ideal type of transdisciplinary processes: part I – theoretical foundations, in Sustainability science, 2015, 531.

[148] G. Balduzzi, M. Vaira, La terza missione dell’Università; come campo organizzativo e politico. Tre studi di caso di atenei e territori del Nord Italia, in Scuola democratica, 2018, 457.

[149] Una organica ricostruzione in V. Martino, Terza missione e cultura delle università. Note per una sociologia del patrimonio accademico, in Riv. trim. sc. amm., 2018, n. 1, 1 ss. Per un intervento giornalistico cfr. C. Galli, L’Università va a lezione, in La Repubblica, 31 luglio 2020.

[150] Una utile cronistoria di tutti i provvedimenti in materia e le posizioni dell’ANVUR, sul sito www.anvur.it/attivita/temi/.

[151] Così F. Barca, P. Luongo, in Un futuro più giusto, Bologna, Il Mulino, 2020, 161, indicano la strada per una terza missione che sia veramente in grado di misurarsi con «il concetto di giustizia sociale dell’art. 3 della nostra Costituzione». In questo senso, di recente anche R.W. Scholz, Transdisciplinarity: science for and with society in light of the university’s roles and functions, in Sustainability Science, 2020, 1033 ss., che sottolinea ai rischi di una eccessiva “commercializzazione” del modello universitario.

[152] Cfr. Anvur, Documento sulle modalità di valutazione dei casi studio. Gruppo di Esperti della Valutazione Interdisciplinare. Impatto/Terza Missione. GEV Interdisciplinare, 1° febbraio 2021, 11 ss., sul sito www.anvur.it. Per innovative proposte sulla valutazione di impatto della ricerca universitaria si vedano i materiali pubblicati sul sito www.forumdisugua
glianze.org. Bisogna poi aggiungere che molte Università si sono già attrezzate con strutture dedicate su questo terreno. Di recente cfr. E. Perotto, Il manager della Sostenibilità: figura poliedrica per il cambiamento, in Ambiente e sviluppo, 2020, 885.

[153] Cfr. V. Pellegrino, L’Università “collettiva”: l’evoluzione del sapere pubblico in chiave partecipativa, in Politiche sociali, 2018, 407 ss.

[154] Commissione CE, Il ruolo delle Università nell’Europa della conoscenza, Bruxelles, 5 febbraio 2003, 8.

[155] J.H. Bernstein, Transdisciplinarity: A review of its Origins, Development and Current Issues, in Journal of research practice, vol. I, 2015, 3 ss.

[156] Una recente ricostruzione della missione e degli in segnamenti che se ne possono trarre in R. Wiseman, Volere la luna. Raggiungere l’impossibile con la “mentalità Apollo”, Torino, Bollati Boringhieri, 2019.

[157] Oecd, Addressing Societal Challenges Using Transdisciplinary Research, OECD Science, Technology and Industry Policy Paper n. 88, 2020, 22.

[158] C. Rivers et al., Modernizing an Expanding Outbreak Science to Support Better Decision Making During Public Health Crises: Lessons for Covid-19 and Beyond, Johns Hopkins Center for Health Security, 2020, 6, sul sito www.centerforhealthsecurity.org.

[159] Riporto le espressioni dell’appello di luglio 2020 sottoscritto da varie associazioni universitari europee #EUInvestInKnowledge, sul sito www.euinvestinknowledge.eu.

[160] Si veda il position paper della EASSH, Mission Covid-19. Global problems need a research portfolio approach, sul sito www.eassh.eu. Una illustrazione del programma Horizon Europe sul sito https://ec.europa.eu/info/horizon-europe-next-research-and-innovation-framework-programme_en.

[161] Cfr. l’articolo di M. Regini, Emergenza Covid-19: mini lauree e trasversalità, così dovrà cambiare l’università italiana, in Corriere della sera, 4 luglio 2020.

[162] Cfr. M. Banks, A Lesson of the Pandemic: All Prints Should Be Reprints, 29 ottobre 2020, sul sito www.roars.it. Cfr. anche A. Hocquet, Open Science in Times of Cororonavirus: Introducing the Concept of “Real Time” Publication, in Substantia. An International Journal of the History of Chemistry, Suppl. 1, 2020, 1 ss. In sostanza come sottolinea A. Meneganzin, Coronavirius: quando l’emergenza sanitaria promuove una nuova cultura della ricerca, sul blog La mela di Newton-Micromega, 11 marzo 2020, «le pandemie non aspettano la peer review». Su questi temi, sui quali si tornerà più avanti, si è espressa anche la Commissione Europea con il Manifesto for Eu Covid-19 Research indirizzato a rendere disponibili i risultati della ricerca su piattaforme pubbliche.

[163] Cfr. A. Kristian, O. Cveran, The “New Normal” in Academia: What Covid-19 Reveals About (Legal) Publishing and Online Scholarly Communication, in European Journal of Legal Studies, November, 2020, 3 ss.

[164] Cfr. Il documento di The Guild, L’associazione delle università europee di ricerca, The Guild calls on EU institutions to increase investments in fundamental research in Horizon Europe, 11 settembre 2020 sul sito www.theguild.eu.

[165] E. Bontempi, S. Vergalli, F. Squazzoni, Understanding Covid-19 diffusion requires an interdisciplinary, multidimensional approach, in Enviromental Research, 2020, 2. Per alcuni esempi nei vari settori e anche al di fuori della comunità europea cfr. H. Holmes et al., Multidisciplinary research priorities for the Covid pandemic: a call for action for mental health science, Position paper, sul sito www.thelancet.com/psychiatry, vol. 7, 547: B.A. Meisner et al., Interdisciplinary and collaborative Approaches Needed to Determine Impact of COVID-19 on Older Adults and Aging: CAG/ACG and CIA/RCV Joint Statements, in Canadian Journal on Aging, 2020, 1 ss.; D. Al-Taeel et al., Multidisciplinary academic perspectives during the COVID-19 pandemic, in International Journal of Health Plann. Management, 2020, 3 ss.

[166] M. Ceruti, F. Bellusci, Abitare la complessità, Milano, Raffaello Cortina, 2021, 73.

[167] M. Passalacqua, B. Celati, in Stato che innova e stato che ristruttura. Prospettive dell’impresa pubblica dopo la pandemia, in Sistema produttivo e finanziario post COVID-19: dall’efficienza alla sostenibilità, a cura di U. Malvagna, A. Sciarrone Alibrandi, Pisa, Pacini, 2020, si chiedono se questa, soprattutto sul piano comunitario non possa essere l’oc­casione per creare un nuovo diritto «della crisi» che evitando, di fronte ad un fenomeno così complesso interventi eterogenei e disorganici definisca una visione d’insieme che metta insieme le esigenze di un mercato unico con quelle di tutela dei diritti di libertà individuali e sociali. Nell prospettiva del diritto dell’impresa cfr. N. Abriani, Il diritto delle imprese tra emergenza e rilancio della sostenibilità, in Il diritto e l’eccezione, Roma, 2020, 94 ss. Interessante, sotto questo punto di vista il lavoro, alla luce dell’ordinamento nord-americano di H. Hafiz, D. Ring, N. Shnitser, Regulating in Pandemic: Evaluating Economic and Financial Policy Responses to the Coronavirus Crisis, 2020, sul sito www.ssrn.com. Una sorta di work in progress in ragione della continua evoluzione della normativa.

[168] Dove siamo di fronte ad una pluralità di condizioni e obiettivi che possono confliggere tra di loro, cfr. M. Basili, M. Franzini, L’incertezza e le sue insidie: pandemia e decisioni razionali, in Menabò, n. 139/2020, 1 ss.

[169] V. Tan, The Uncertainty Mindset, New York, 2020, 227 ss.

[170] G. Berger, P. Duguet, The University and the Community: The Problems of Changing Relationships, Paris, OECD, 1982.

[171] P. Sven Arvidson, Interdisciplinary Common Ground: Techniques and Attentional Processes, in Issues in Interdisciplinary Studies, 2014, 172, offre della multidisciplinarità l’im­magine del coro di voci che rimangono differenti ma insieme producono una voce non singolarmente raggiungibile.

[172] Sottolinea F. Bilotta, in La terza cultura è (già) l’essenza della scienza giuridica, in Terza Cultura, (nt. 146), 46 come spesso i giuristi si lascino andare all’utilizzo «di un linguaggio volutamente incomprensibile ai più, forma ostentata e esoterica di esercizio del potere».

[173] L’interdisciplinarità è in altri termini solution oriented o inquiry based, presupponendo la previa individuazione dello scopo della ricerca, un terreno comune capace di catturare le interrelazioni disciplinari attraverso rapporti non gerarchici. Per un approfondimento su questi temi cfr. G. Carr, D.P. Loucks, G. Bloshl, Gaining insight into interdisciplinary research and education programmes: A framework for evaluation, in Research Policy, 2018, 35 ss., utile anche per completi richiami alla letteratura in materia.

[174] Come prima si accennava si tratta di forme di collaborazione nelle quali le discipline conservano la propria identità, ma entrano in reciproco dialogo per una “sintesi dialettica”, che presuppone che nessuna disciplina si senta superiore alle altre. Cfr. A.S. CohenMiller, P.E. Pate, A Model for Developing Interdisciplinarity Research Theoretical Frameworks, in The qualitative report, 2019, 1211 ss. Cfr. anche S. Green, H. Anderswen, Systems Science and the Art of Interdisciplinary Integration, in System Research and Behavioral Science, 2019, 219 ss.

[175] Fra i tanti si vedano A. Chettiparamb, Interdisciplinarity: a literature review, University of Southampton, 2007, 9 ss., sul sito www.heacademy.ac.uk/ourwork/networks/itlg; K. Huutoniemi, J. Thompson Klein, H. Bruun, J. Hukkinen, Analyzing interdisciplinarity: Typology and indicators, in Research Policy, vol. 39, 2010, 79 ss.; B.J. Aldrich, Interdisciplinarity, Oxford, Oxford university press, 2014, 26 ss.; R. Akcesne, H. Baktur, E. Steele, Interdisciplinarity, Multidisciplinarity and Transdisciplinarity, in Humanities, Cambridge, Cambridge scholars publishing, 2016, 3 ss.; Aa.Vv., University Experiments in Inter-disciplinarity. Obstacoles and Opportunities, a cura di P. Weingart, B. Padberg, Bielefeld, Transcript, 2014, 7 ss.; R. Froedman, Sustainable Knowledge. A Theory of Interdisciplinarity, Londra, Palgrave Macmillan, 2014, 3 ss.

[176] J. Stephenson et al., The Practice of Interdisciplinarity, in The International Journal of Interdisciplinarity and Social Sciences, 2010, 280.

[177] J. Thompson Klein, A taxonomy of interdisciplinarity, in The Oxford Handbook of interdisciplinarity, Oxford, Oxford University Press, 2010, 18.

[178] Oltre a Oecd, (nt. 157), J.H./B.J. Aldrich, (nt. 122), Leru (nt. 122), cfr. E.S. Hidalgo, Management of a Multidisciplinary Research Project: A Case Study on Adopting Agile Methods, in Journal of Research Practice, 2018, 2 ss., R. Szostak, The State e of The Field: Interdisciplinary Research, in Issues in Interdisciplinary Studies, 2013, 44 ss.

[179] F. Callard, D. Fitzgerald, Rethinking Interdisciplinarity Across the Social Sciences and Neurosciences, Basingstoke, Palgrave Macmillan, 2015, 1 ss.

[180] Di recente K. Okamura, Interdisciplinarity revised: evidence for research impact and dynamism, in Palgrave Communications, 2019, 2 ss., cerca di misurare l’impatto delle metodologie interdisciplinari sulla valutazione dei risultati della ricerca (un impatto che sarebbe superiore del 20% rispetto a lavori monodisciplinari), Secondo, poi, i dati riportati da G. Pacchioni, Scienza quo vadis?, Bologna, Il Mulino, 2018, 48, nel campo delle scienze dure il numero di lavori di coautori internazionali (il che naturalmente è indice di collaborazione ma non necessariamente di interdisciplinarità) oscilla tra il 27% e il 42%: più di recente cfr. L. Leydesdorff, I. Ivanova, The Measurement of “Interdisciplinarity” and “Synergy” in Scientific and Extra-Scientific Collaborations, in Journal of the Association for Information Science and Technology, 2020, 1 ss.; E. Leaheya; S.N. Barringer, Universities’commitment to interdisciplinary research: To what end? in Research Policy, 2020, 1 ss.

[181] K.D. Coonnolly, Elucidating the Elephant, Interdisciplinary Law School Classes, in Washington University Journal of Law and Policy, 2003, 2; cfr. anche M. Langford, Interdisciplinarity and Multimethod research, University of Oslo Faculty of Law Legal Studies Research Paper Series n. 30, 2016, 6 ss.

[182] B. Van Klink, S. Taekema, A dynamic model of interdisciplinarity. Limits and Possibilities of Interdisciplinary Research into Law, Tilburg University Working Paper n. 10/2008, 3 ss.; W. Schrama, How to carry out interdisciplinary legal research. Some experiences with an interdisciplinary research method, in Utrecht Law Review, 2011, Vol 7, 155.

[183] Cfr. J. Kroeze, Legal research methodology and the dream of interdisciplinarity, in Potchefstroom Electronic Law Journal, 2013, 36 ss.

[184] M. Sullivan, Foreword: Interdisciplinarity, in Michigan law review 2002, 1221.

[185] N. Priaulx, M. Weinel, Behaviour on a Beer Mat: law, Interdisciplinarity and Experience, in Journal of law, technology & policy, 2014, 361 ss.

[186] M.M. Siems, The Taxonomy of Interdisciplinary Legal Research: Finding the Way out of the Desert in Journal of Commonwealth Law and Legal Education, 2009, 5 ss.; dello stesso Autore v. anche New Directions in Comparative Law in The Oxford Handbook of Comparative Law2, Oxford, Oxford university press, 2019; cfr. anche E. Taylor Poppe, New Legal Realism Goes to Law School: Integrating Social Science in Law and Legal Education University of California, Irvine School of Law Legal Studies Research Paper Series n. 52, 2020, 11.

[187] Che oltretutto, come accennato, corre il rischio di incappare in filtri i valutativi della ricerca non adeguatamente attrezzati. Sull’argomento v. infra.

[188] Così G. Madhavan, Come pensano gli ingegneri, Milano, Raffaello Cortina, 2015, 22, richiamato in F. Vella, Arbitri e giudici che decidono, in Errori cognitivi e arbitrato, (nt. 73), 73 ss.

[189] G. Resta, Quale formazione per quale giurista, in La formazione del giurista. Contributi a una riflessione, (nt. 12), 146.

[190] EU Commission, Achieving the European Education Area by 2025, Brussels, 2020, 6.

[191] J. Appel, D. Kim-Appel, Toward a transdisciplinary view: innovation in higher educat, in International Journal of Teaching and Education, vo. 2, 2018, 61 ss.; F. Darbellay, From Disciplinarity to Postdisciplinarity: Tourism Studies Dedisciplined; in Tourism Analysis, vol. 21, 2016, 363 ss.

[192] Anche se sorprendentemente lo stesso anno e al di là dell’oceano (e senza aver avuto alcun contatto con gli studiosi di Parigi) uno studente di 28 anni della United States International University presentava una tesi di dottorato dal titolo «Toward transdisciplinarity. Inquiry in the Humane Sciences», come ricorda J. B. Bernstein, Transdsciplinarity: A Review of Its Origins, Development and Current Issues, in Journal of Research Practice, vol. 1, 2015, 2.

[193] Ricostruisce di recente gli interventi a quel convegno V. Moky, International Standard of Transdisciplinarity Education and Transdisciplinarity Competence, in Informing Science: the International Journal of Emerging Transdiscipline, vol. 22, 2019, 77. Cfr. anche J. Hillel Bernstein, Disciplinarity and Transdisciplinarity in the Study of Knowledge, in Informing Science: the International Journal of an Emerging Transdiscipline, vol. 17, 2014, 250.

[194]B. Nicolescu, Transdisciplinarity –past, present and future, in Moving Worldviews – Reshaping sciences, policies and practices for endogenous sustainable development, Holland, 2006, edited by B. Haverkort, C. Reijntjes, pubblicato in italiano dallo stesso autore come Il Manifesto della transdisciplinarità, Messina, Atopon, 2014, 3 ss.

[195] C. Rovelli, Helgoland, Milano, Adelphi, 2020, 14. E come sottolinea l’autore, 127, a sua volta le teorie di Heisenberg trovano un riferimento nel pensiero del filosofo Ernest Mach che «sta a un impressionante crocevia fra scienza politica, filosofia, letteratura. E pensare che oggi qualcuno vede scienze naturali, scienze umane e letteratura come ambiti impermeabili l’uno all’altro». Carlo Rovelli è un esempio di come si possa governare e modificare il linguaggio per rendere accessibili i risultati ai quali si giunge in campi scientifici molto lontani dalla cultura e dalla formazione di lettori e ricercatori che invece da quei campi possono trare (appunto come gli ingegneri) idee e suggestioni. Della vacanza d Helgoland ci parla anche P. Greco, Quanti. La straordinaria storia della meccanica quantistica, Roma, Carrocci, 2020 163. Una spiegazione della teoria Heisenberg anche in T. Rudolph, Quanti, Milano, Adelphi, 2020, 34.

[196] N. Irti, Intorno alla filosofia della scienza giuridica, in Riv. dir. proc., 2020, 641 sottolinea l’utilità di quella geniale intuizione per «quei giuristi ancora smarriti tra le nebbie del diritto naturale e tranquilli della ingenua credenza del diritto come realtà oggettiva, indipendente dalla nostra volontà e dal nostro pensiero».

[197] Una unità della conoscenza che sempre secondo l’Autore (cfr. B. Nicolescu, The need for Transdisciplinarity in Higher Education in a Globalized World, in Trandisciplinarity. Theory and Practice, 2013, 17), trova la sua ragion d’essere nell’aumento esponenziale delle specializzazioni, passate dalle 7 del 13 secolo quando le prime Università furono fondate, alle attuali 8000. In questo modo «un grande esperto di in una certa disciplina è anche totalmente ignorante delle restanti 7999». Pertanto «Le decisioni prese nel nostro mondo ricco di problemi sono basate sull’ignoranza e questo crea inevitabili crisi che si aggraveranno nel futuro». Parole scritte nel 2013 e dal sapore decisamente profetico. D’altronde non bisogna mai dimenticare il richiamo di Primo Levi, riportato da B. Arpaia, Letterati e scienza, in Terza cultura, (nt. 146), 31, e «la distinzione tra arte filosofia e scienza non la conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani di oggi, né i fisici esitanti sull’orlo del conoscibile».

[198] Nella letteratura italiana F. Marzocca, Il nuovo approccio scientifico verso la transdisciplinarità, in Quaderni Mytos, 2014, 13, mette in rilievo le implicazioni di questa immagine «attraverso le metafore generate in tale spazio intellettuale, le questioni possono essere ripensate, le alternative possono essere riconsiderate, le interrelazioni possono essere rivelate. Una vasta gamma di cause può essere delineata e valutata con modalità nuove e insolite». Una storia dell’evoluzione di questo concetto anche in M. Bianco, Riflessioni transdisciplinari per una conoscenza incarnata del/sull’umano, in Temi dibattuti in pedagogia ed educazione, 2018, 15 ss.

[199] La Carta della transdisciplinarità si può trovare sul sito del CIRET, Centre International de Recherches et études Transdisciplinaires fondato nel 1987 dallo stesso Nicolescu.

[200] J. H. Bernstein, Disciplinarity and Transdisciplinarity in the Study of Knowledge, in Informing Science: the International Journal of an Emerging Transdiscipline, vol. 17, 2014, ricorda (p. 250) come nello stesso anno nel quale vedeva la luce la Carta della Transdisciplinarità veniva pubblicato il lavoro di di M. Gibbons et al., The New Production of Knowledge, che introduceva una nuova definizione come «knowledge which emerges from a particular context of application with its own distinct theoretical structures, research methods, and modes of practice but which may not be locatable on the prevailing disciplinary map». Mette in evidenza al termine della sua indagine la stretta interconnessione tra profili teorici e pratici D. Mittelstrass, The Order of Knowledge: From Disciplinarity to Transdisciplinarity and Back, in European Review, vol. 26, 2018, 72.

[201] Cfr. R.E. Sholz, G. Steine, The Reality of Transdisciplinary Processes. The real type and ideal type of transdisciplinary processes: part I—theoretical foundations, in Sustainable science, 2015, 528. La definizione “Zurigo 2000”, elaborata nel corso di un altro convegno «aspires to the efficient use of knowledge by relating different epistemics (i.e., ways of knowing) when dealing with a complex, societally relevant real-world problem). This is done by launching mutual learning among science and key stakeholders from society “including local knowledge, scientific knowledge, and the knowledge of concerned industries, businesses, and non-governmental organizations”. A transdisciplinary process calls for relating both knowledge and values from practice in science as well as for developing and utilizing science knowledge in and for practice. The goal is the production of “socially robust knowledge”». Sulla Zurich School cfr. anche J. Appel, D. Kim-Appel, Towards a transdisciplinary view: innovations in higher education, in International Journal of Teaching and Education, 2018, 63. Un’efficace sintesi della evoluzione del dibattito e alle prospettive di altre scuole come quella russa in G. Rimondi, M. Veronese, Defining the dialogue between sciences: a view on transdisciplinary perspective in the human sciences, in Informing science. The international journal of an emerging transdiscipline, 2018, 256 ss.

[202] Anche in questo caso la letteratura è molto ricca. Più di recente però un punto di riferimento è l’articolo di R.W. Scholz, Transdisciplinarity: science for and with society in light of the university’s roles and functions, (nt. 151), 1033 ss.

[203] In letteratura esistono anche utili tavole sinottiche che cercano di sintetizzare tutti questi discorsi elementi ad esempio S. Ming Khoo, J. Haapakoski, M. Hellstén, M. Malone, Moving from interdisciplinary research to transdisciplinary educational ethics: Bridging epistemological differences in researching higher education internationalization(s), in European Educational Research Journal, 2018, 186. Sulla evoluzione dei (e complementarietà tra i) diversi modelli cfr. J.T. Klein, A Platform for a Shared Discourse of Interdisciplinary Education, in Wayne State University, English Faculty Research Publications paper n. 3, 2006, 3 ss.; cfr. anche con alcuni interessanti case studies, Joanna Blake, Stephen Sterling and Fumiyo Kagawa, Getting it together. Interdisciplinarity and Sustainability in the Higher Education Institution, in Pedagogic Research Institute and Observatory (PedRIO), Plymouth University working paper, n. 4, 2013, 7 ss.

[204] Francesco, Veritatis gaudium, Costituzione Apostolica circa le Università e le Facoltà ecclesiastiche, gennaio 2018, 29.

[205] «La transdisciplinarità diventa così l’ambito ideale grazie al quale cogliere l’inscindibile rapporto tra verità, arte e scienza, nella linea di un pensiero individuale e indipendente – sempre in ogni caso necessario – che poi diventa via via esperienza di un “pensare insieme”, in prospettiva relazionale»: M. Mantovani, Interdisciplinarità e transdisciplinarità, per una «ricerca condivisa e convergente», introduzione al numero speciale di Catechetica ed Educazione, Interdisciplinarità e transdisciplinarità, 2020, n. 1, 15. Il numero contiene numerosi interventi che offrono diverse chiavi di lettura sul presupposto che come segnala M.T. Moscato, Difficili multidisciplinarità: una prospettiva pedagogica, 37, il testo del Proemio offre «una serie di stimolazioni importanti, nella forma di criteri generali, o di principi di metodo, per la ridefinizione e riorganizzazione del vasto e pluriforme sistema degli studi ecclesiastici. Il testo introduce alcune parole chiave per questa complessa operazione: parole come fedele e creativa revisione, oppure attento studio e sapiente sperimentazione, o ancora, la proposta di imprimere agli studi ecclesiastici quel rinnovamento sapiente e coraggioso che è richiesto dalla trasformazione missionaria di una chiesa “in uscita”». A. Escudero, in I passi decisivi e graduali per una prassi transdisciplinare in teologia, in Catechetica ed educazione, 2020, 108, individua la relazione di queste impostazioni e le altre della transdisciplinarità: «Il “sacro” nella sua condizione costitutiva di non sottomettersi alle ristrettezze di una razionalizzazione esclusivistica viene ad occupare un posto fondamentale nella visione della transdisciplinarità, poiché il “sacro” postula l’esistenza di diversi livelli di realtà e ancora giustifica lo spazio aperto, chiamato da Nicolescu zona di non-resistenza, alla pluralità delle rappresentazioni. Con il suo modo singolare di rapportare l’oggettività e la soggettività il “sacro” è la realtà che sfugge all’impero delle letture oggettivistiche e soggettivistiche situandosi nell’ambito che integra i dati che attingono alle cose e alle persone, proprio perché il “sacro” si confronta con l’espe­rienza vissuta».

[206] Cfr. I. Isemonger, Digital Humanities and Transdisciplinary Practice: Towards a Rigorous Conversation, in Transdisciplinary Journal of Engineering & Science, 2018, 118; D. Alvargonza, Multidisciplinarity, Interdisciplinarity, Transdisciplinarity and the Sciences, in International Studies in the Philosophy of Science, vol. 25(4), 2011, 387 ss.; V. Polit, The interdisciplinarity revolution, in Theoria, 2019, 237 ss.; A. Barry, G. Born, Interdisciplinarity. Reconfigurations of the Social and Natural Sciences, London, Routledge, 2014, 1 ss.; J. Colpaert, Transidiciplinarity revisited, in Computer assisted language learning, 2018, 483; Aa.Vv., Transdisciplinary. Professional Learning and Practice, a cura di P. Gibbs, New York, Springer, 2015.

[207] Più di recente sul tema cfr. J. Orozco-Messina, E. de La Poza Plaza, R. Calabuig Moreno, Experiences in Transdisciplinary Education for the Sustainable Development of the Built Environment, the ISAlab Workshop, in Sustainability, 2020, 1143 ss.

[208] H.W.J. Rittel, M.M. Webber, Dilemmas in a general theory of planning, in Policy Science, 1973, 155 ss., secondo i quali: «1. No definite formulation of the problem; 2. They have no stopping rule; 3. Solutions are not true-or-false but good-or-bad, 4. There is no immediate and no ultimate test of a solution; 5. Every solution is a “one-shot operation”; there is no opportunity to learn by trial-and-error; every attempt counts significantly; 6. They do not have an enumerable set of potential solutions, nor is there a well-described set of permissible operations; 7. They are essentially unique; 8. They can be considered to be a symptom of another problem; 9. The choice of explanation determines the nature of the problem’s resolution. 10. The planner has no right to be wrong». Gli autori hanno elaborato il loro decalogo pensando al campo del design (cfr. P. Boradkar, Taming Wickedness by interdisciplinary design, in The Oxford Handbook of interdisciplinarity, Oxford, Oxford University Press, 2017, 464), ma sono diventati il più generale punto di riferimento per la individuazione e decifrazione di questa categoria di problematiche.

[209] M. Arnold, Transdisciplinary Research, in Encyclopedia of Creativity, Invention, Innovation and Entrepreneurship, a cura di E.G. Carayannis, London, Springer, 2013, 1822.

[210] J.A. Termeer, A. Dewulf, R. Biesbroek, A critical assessment of the wicked problem concept: relevance and usefulness for policy science and practice, in Policy and society, 2019, 13 ss.; B. Head, J. Alford, Wicked Problems: The Implications for Public Management, in Admistration and society, 2015, 711 ss.

[211] R. Capovin, Chi lo sa? Scienza e intellettuali alla prova del Covid-19, in Rivista di antropologia contemporanea, 2020, 174. Cfr. anche J. Pourdehnad, L.M. Starr, V.S. Koerver, H. McCloskey, Our Wicked Problem, School of Continuing and Professional Studies Coronavirus Papers no. 1, 1 ss.; B.K. Klasche, After COVID-19: What Can We Learn about Wicked Problem Governance?, sul sito www.ssrn.org, giugno 2020, 3 ss.; S. Per Morten, The Corona crisis: a wicked problem, in Scandinavian Journal of Public Health, 2021, 5 ss.; una recente e completa trattazione sull’emergere di nuove modalità di pensiero e ricerca in presenza dei Wicked Problem in S. Sediri, M. Trommetter, N.F. Lacoste, J.F. Manjarres, Trasformability as a Wicked Problem: A Cautionary Tale?, in Sustainability, vol. 12, 2020, 2 ss.

[212] J.E. Rogers, #CriticalReading #WickedProblem, in Southern Illinois University Law Journal, 2020, 179 ss. Secondo l’autore le capacità di lettura critica degli studenti di giurisprudenza (problema qualificato appunto come “wicked”) non può essere risolto affidandolo ai soli giuristi e necessita di competenze transdisciplinari.

[213] Cfr. C. Serkin, The wicked problem of Zoning, in Vanderbilt Law Review, 2020, 1879 ss. Il riferimento è in particolare alle politiche di programmazione di unità abitative; B. Hudson, Land Development: A Super-Wicked Environmental Problem, in Arizona State Law Journal, 61, 1123 ss.

[214] A. Gutman, K. Moran-McCabe, S. Burris, Health, Housing and the Law, in Northwestern Law Review, 2019, 251 ss.

[215] R. Lazarus, Super wicked problems and climate change: restraining the present to liberate the future, in Cornell Law Review, 2009, 1154; A. Marshall, S.M. Sterett, Legal Mobilization and Climate Change: The Role of Law in Wicked Problems, in Oñati Socio-legal Series, 2019, 267 ss.

[216] G. Guerra, An Interdisciplinary Approach for Comparative Lawyers: Insight from the Fast Moving of Law and Technology, in German Law Journal, 2018, 612.

[217] Anche in questo caso ci si limita solo ad un rapido accenno tra gli innumerevoli spunti offerti da una sempre più ampia letteratura. Cfr. ad esempio J.H. Spangenberg, Sustainability science: a review, an analysis and some empirical lessons, in Environmental Conservation, 2011, 275; M. Schaltegger, E.G. Beckmann, G. Hansen, Corporate Sustainability Meets Transdisciplinarity, in Business Strategy and the Environment, 2013, 217 ss.; J. Segalas, G. Tejedor, G. Cebriàn, (Re)Shaping knowledge: the contribution of Sustainability Science, in The Global engineer in sustainable human development, edited by Global Dimension in Engineering Education, Barcellona, 2014, 1 ss.; più di recente M. Keitsch, W. Vermeulen, Transdisciplinarity For Sustainability. Aligning Diverse Practices, New York, 2021, 6 ss. In questa prospettiva è stato molto utile per me iscriversi gratuitamente alla rivista on line Sustainability, che offre contributi volti a leggere con una molteplicità di chiavi interpretative il tema della sostenibilità.

[218] Cfr. B. Nicolescu, Preface. What is future, in Transdisciplinarity and sustainability, edited by B. Nicolescu, Lubbock TX, 2012, VIII.

[219] J.B. Ruhl, J. Salzman, Symposium: Governing Wicked Problems. Introduction, in Vanderbilt Law Review, 2020, 1561 ss.

[220] Shape-Id, Shaping Interdisciplinary Practices in Europe. Final Report on Understandings of Interdisciplinary and Transdisciplinary Research and Factors of Success and Failure, 31 marzo 2020, sul sito www.shapeid.eu. Cfr. anche, con ulteriori richiami alla letteratura in materia, O. Laasch, D. Moosmayer, E. Antonacopoulou, S. Schaltegger, Constellations of Transdisciplinary Practices: A Map and Research Agenda for the Responsible Management Learning Field, in Journal of Business Ethics, 2020, 735 ss.

[221] J. Thompson Klein, Interdisciplinarity and Complexity: An Evolving Relationship, in E:CO, special double issue, vol. 6, 2004, 1 ss.

[222] Cfr. Oecd, (nt. 157): «in brief, TDR is required when other approaches are intrinsically unable to generate the needed insights and/or when the involvement of non-academic stakeholders is essential to successful implementation. Where problems fundamentally involve the intersection of academic/technological and non-academic/societal domains».

[223] Cfr. T. Bennich, G. Maneas, S.A. Maniatakou, C. Österlin, L. Piemontese, C. Schaffer, M. Schellens, Transdisciplinary research for sustainability: scoping for project potential, in International Social Science Journal, 2020, 3 ss.

[224] Per alcune riflessioni su questi temi alla luce di un’indagine sul campo cfr. J. Razzaq, T. Townsend, J. Pisapia, Towards an Understanding of Interdisciplinarity: The Case of a British University, in Issues in Interdisciplinary Studies, 2013, 166 ss.

[225] Cfr. T. Wilhagen, E. Aarts, P. Valcke, A Time for Interdisciplinarity. An essay on the added value of collaboration for science, university, and society, Tilburg University, novembre 2018, 44. In realtà alcuni sostengono anche questa proposta che però non appare di facile realizzazione almeno in tempi brevi.

[226] C. Barbati, Il riordino degli studi giuridici, in Giorn. dir. amm., 2016, 137 ss.

[227] Cfr. Leru, (nt. 122), 21 dove si fa anche riferimento alla possibilità di creare apposite commissioni consultive con questi compiti, alla necessità di dedicare specifici budget, supporti finanziari, premi ai migliori progetti, piattaforme per presentare le possibilità di partnership.

[228] Cfr. Leru (nt. 122), 24.

[229] Cfr. M. Baker, J. Pollard, Collaborative Team-Teaching to Promote Interdisciplinary Learning in the Undertgraduate Classroom: a Qualitative Study of Student Experiences, in Open Journals of Education, 2020, 33 ss. Descrive una sua interessante esperienza N. NicGrabhann, Public Humanities and interdisciplinarity – laying the groundwork in the classroom, 31 agosto 2020, sul sito www. shapeid.eu.

[230] Si è già accennato alle nuove esigenze formative per gli studenti esigenze che adesso dovranno guardare anche alle frontiere che si aprono dopo le crisi che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Come mette bene in evidenza S. Soresi, Che ne sarà dell’orientamento nel Recovery Fund?, sul sito www.roars.it del 20 gennaio 2021 l’orientamento professionale non avverrà più secondo logiche lineari e riduttivistiche, e non si chiederà più «cosa vuoi fare da grande», «Di quali emergenza intendi preoccuparti? Verso quali valori nutri passioni ed interessi? Di quali problemi intendi occuparti?».

[231] È questo un tema notoriamente rilanciato dall’emergenza sanitaria che ha dirottato la maggior parte della didattica su piattaforme telematiche. È così ripreso il dibattito su potenzialità e limiti della didattica a distanza già da tempo avviato (tra i tanti cfr. J. Shaw, Can MOOCs Predict the Future of Online Education?, sul sito www.harvardmagazine.com, 1 ottobre 2019; S. McCarty, Online Education as a Discipline, in Academia Letters, marzo 2021, 5 che configura un vero e proprio paradigma disciplinare per questa specifica modalità didattica). Senza voler riportare i temi di questo ampio e vivace dibattito, è però importante sottolineare come nella prospettiva di insegnamenti interdisciplinari, oggettivamente più complessi e difficili, la trasmissione di conoscenze tramite supporti digitali ha un ruolo di grande rilievo, ma complementare al necessario coinvolgimento personale di studenti e docenti.

[232] Passaggio delicato e molto importante per ogni attività di ricerca già al centro dell’ul­timo capitolo ormai famoso libro di M. Berg, B.K. Seeber, The Slow Professor, Toronto, 2016, dedicato alla mancanza di collegialità e senso di comunità nelle accademie. Dal punto di vista pratico una lettura utile rimane il manuale agile ma profondo di D. Malaguti, Fare squadra, Bologna, Il Mulino, 2018. Un lavoro generale sulla psicologia dei gruppi ma con spunti ai quali riferirsi, ad esempio (74 ss.) quando si tratta di gestire i conflitti interni ai gruppi.

[233] Anche questo termine non vien qui utilizzato in modo casuale: il rapporto di Shape-ID, Preliminary Report of Literature Review on Understanding of Interdisciplinary and Transdisciplinary Research, 31 ottobre 2019, sul sito www.shapeid.eu, colloca il tribalismo accademico tra i fattori di ostacolo ai percorsi interdisciplinari maggiormente richiamati dalla letteratura in materia (p. 7).

[234] Ad esempio S. Misra, G. Lotrecchiano, Transdisciplinary Communication: Introduction to the Special Series, in Informing Sciences. The International Journal of Emerging Transdisciplinary, vol. 21, 2018, 41 ss.; M.H. Guimarãesa, C. Pohlb, O. Binacd, M. Varandae, Who is doing inter- and transdisciplinary research, and why? An empirical study of motivations, attitudes, skills, and behaviours, in Futures, Volume 112, September 2019, ove anche una tavola sinottica delle abilità cognitive richieste (p. 4); M. P. Goddisken, The Theory of interdisciplinarity: an introduction for educators, UCPH, Copenhagen, 2017, 10 ss; C. Gombrich, M. Hogan, Interdisciplinarity and the Student Voice, in The Oxford Handbook of Interdisciplinarity2, 2017, 210 ss.; M. MacLeod, What makes interdisciplinarity difficult? Some consequences of domain specificity in interdisciplinarity, in Synthese, 2016, 1 ss. Per un recente studio di caso L. Deutsch et al., Leading inter- and transdisciplinary Research: lesson from applying theories of change to a strategic research program, in Environmental Science and Policy, 2021, 29 ss.

[235] P. Govoni, Oltre i confini. Il genere in laboratorio, la storia della scienza e gli STS, in Rassegna italiana di sociologia, 2020, 833.

[236] Non è qui possibile soffermarsi con i dovuti approfondimenti sulla struttura di queste modalità di produzione e comunicazione scientifica. Cfr. S. Dodson, The Short Paper, in Journal of Legal Education, vol. 63, 2014, 667; A.J. Kerr, Writing the Short paper, in Journal of Legal Education, vol. 66, 2016, 11 ss. È una modalità di produzione esattamente contraria a quella di questo lavoro, in assoluto l’articolo più lungo che abbia mai scritto, di qui il mio impegno a sintetizzarne in futuro il contenuto in forme più commestibili.

[237] Qui si pone un altro problema che anch’io ho dovuto affrontare in questo articolo e cioè se e in che misura nella comunicazione si debbano sintetizzare anche tematiche già affrontate dallo stesso autore evitando il rischio del “riciclo” o self-plagiarism. È tema non nuovo (fra i tanti in svariati settori cfr. S. Horbach, W. Halffmann, The extent and cause of academic text recycling or “self-plagiarism”, in Research Policy, 2017, 1 ss.; L. Andreescu, Self-Plagiarism in Academic Publishing: The Anatomy of a Misnomer, in Science and Engineering Ethics, vol. 19, 2013, 775 ss.; R. Miguel, Plagiarism and self-plagiarism: What every author should know, in Biochemia Medica, 2010, 295 ss.; L.K. Burdine et al., Text recycling: Self plagiarism in scientific writing, in International Journal of Women’s Dermatology, 2019, 134 ss.) e che, alla luce di una sua esperienza personale, ha affrontato anche un giurista (cfr. J. Blackman, Self-Plagiarism, in Florida State University Law Review, vol. 43, 2018, 642 ss.). Si tratta, in sostanza di trovare un equilibrio tra l’esigenza di non ripetersi pedissequamente, e di trasmettere le proprie idee riprendendo anche pezzi (un po’ di quello che viene chiamato salami slicing) di lavori precedenti. ma in contesti diversi da quelli originari e che prendono autonome e ben definite traiettorie. Spero di esserci riuscito.

[238] Si rinvia all’utile lavoro di W. Store, La scienza dello storytelling. Come le storie incantano il cervello, Torino, Bollati Boringhieri, 2020, 72 ss.

[239] Come sottolinea A. Aneas, Transdisciplinary technology education: a characterisation and some ideas for implementation in the university, in Studies in Higher Education, 2014, 39 ss. è l’umiltà che modera the «presumption of competence with the recognition that reality is always somewhat ambiguous, contradictory, and paradoxical».

[240] C. Daraio, A. Vaccari, (nt. 106), 53. Si è consapevoli che il concetto di empatia merita ulteriore specificazione. Come mette ben in evidenza L. Boella, Empatie. L’esperienza empatica nella società del conflitto, Milano, Raffaello Cortina, 2018, 63: «l’empatia non è un soft skill da esercitare con tecniche apposite, bensì è un’esperienza complessa e pluristratificata che deve essere precisata dal punto di vista concettuale». Delinea molto bene le caratteristiche del ricercatore interdisciplinare il rapporto Shape-ID, Shaping interdisciplinarity practices in Europe. Learning case Workshops Intermediate Working Paper, 2020, 53, che deve «elaborare, monitorare, vedere l’impatto senza perdersi nei dettagli disciplinari e sintetizzare».

[241] Cfr. F. Darbellay, Z. Moody, A. Sedooka, G. Steffe, Interdisciplinaery Research, Boosted by Serendipidy, in Creative Research Journal, 2014, 5 ss.

[242] Il riferimento è a M. Syed, Rebel ideas. The power of diverse thinking, London, John Murray, 2019, 141, volume nel quale l’autore sviluppa le riflessioni di un altro grande successo editoriale Id., Black Box Thinking, London, 2015, John Murray, 8 e ss. nel solco del pensiero non lineare e della utilità di imparare a fallire e processare i fallimenti senza stigma e responsabilizzazione. Tema questo di estrema rilevanza per ricercatori interdisciplinari che sono veri e propri Risk takers e per i quali vale la granitica affermazione di un pensatore “scomodo”, N.N. Taleb, quello del Cigno Nero, che in Rischiare grosso, Milano, Il saggiatore, 2018, 50, conclude che «se non corri rischi per le tue opinioni non esisti».

[243] C. Busch, The Serendipity Mindset. The Art and Science of Creating Good Luck, 2020, 3 ss. Sulla Serendipity lo studio di base, pubblicato molti anni dopo dalla sua stesura è quello di R.K. Merton, E.G. Barber, Viaggi e avventure della Serendipity, Bologna, Il Mulino, 2002, 7 ss.

[244] Cfr. Miur, Programma nazionale per la ricerca, (nt. 109), 23 e 33.

[245] Anche perché come mettono in evidenza due autori che hanno scritto un altro ormai famoso “manifesto”, questa volta destinato agli storici, (D. Armitage, J. Guldi, Manifesto per la storia, Milano, Donzelli, 2016, 3 ss.) lo sviluppo della professionalizzazione comporta il rischio di sapere sempre di più su sempre meno cose.

[246] Cfr. C.F. Fitzgerald, Rethinking Interdisciplinarity across Social Sciences and Neurosciences, London, Palgrave McMillan, 20015, 110.

[247] J. Stephenson, R. Lawson, G. Carrington, P. Barton, The Practice of Interdisciplinarity, in The International Journal of Interdisciplinary Social Sciences, 2010, 277; T.G. Gill, What is research rigor? Lessons for a Transdiscipline, in Informing Science: The Internatioonal Journal of Emerging Transdiscipline, 2020, 49. D.E. Esser, J.H. Mittelman, Transdisciplinarity, in School of International Service American University Paper n. 3, 2017, 13.

[248] G. Pacchioni, (nt. 180), 2018, 48; recentemente M. Hudson, Sapere Insieme, in Internazionale, 23 aprile 2021, 66, ricorda che il numero medio di autori di un articolo scientifico è passato dai 3,2 del 1990, ai 5,6 del 2010.

[249] Per un riferimento pratico cfr. Il rapporto Shape-ID, Final Report on Understanding of Interdisciplinarity and Transdisciplinary Research and Factors of Success and Failure, marzo 2020, sul sito www.shapeid.eu, ove viene fornita (79) una griglia di criteri valutativi per le ricerche interdisciplinari.

[250] E tralascio qui ogni ulteriore considerazione sul se e come coniugare le peer review con l’utilizzo di parametri bibliometrici, sul quale già si soffermava nel suo volume A. Baccini, Valutare la ricerca scientifica, Bologna, Il Mulino, 2010, 201.

[251] Come ad esempio, solo per richiamare alcuni degli interventi più recenti M. Bal, Aboliamo il sistema peer review, articolo tradotto in italiano sul sito www. lavoroculturale.org, 4 dicembre 2019. Per un commento a queste posizioni, anche con condivisibili rilevazioni critiche, cfr. M. Viola, Perché abolire la peer review (e come sostituirla), sul sito www.roars.it, 24 gennaio 2020.

[252] C. Debernardi, E. Priori, M. Viola, Reclutamento accademico: come tutelare il pluralismo epistemico, in Sistemi intelligenti, 2021, 198.

[253] Anche qui, solo a titolo di esempio cfr. V. Tucci, Meritocrazia: alla ricerca di un nuovo “modello” per valutare la ricerca scientifica, sul sito www.micromega.it, 29 giugno 2020. Sullo stesso sito anche A. Menegazin Coronavirus: quando l’emergenza sanitaria promuove una nuova cultura della ricerca, 11 marzo 2020.

[254] Interessanti quegli studi che cercano di comparare i report relativi alle due metodologie di ricerca, come quello di C.D. Carneiro et al., Comparing quality of reporting between preprints and peer reviewer articles in the biomedical literature, in Research Intergrity and Peer Review, 2020, 3 ss.

[255] Un recente e interessante quadro d’insieme anche con suggerimenti e proposte per migliorare le procedure di peer review in T. Liao, Peer Review, in The Production of Knowledge: Enhancing Progress in Social Science, a cura di C. Elman, J. Gerring, J. Mahoney, Cambridge, Cambridge University Press, 2020, 73 ss. Per quanto riguarda nello specifico le pubblicazioni giuridiche cfr. A. Krisztián, O. Ceran, The “New Normal” in Academia: What Covid-19 Reveals About (Legal) Publishing and Online Scholarly Communication, in European Journal of Legal Studies, vol. 12(2), 2020, 1 ss.

[256] G. Pacchioni, (nt. 180), 64. Ma cfr. anche le osservazioni di L. Paccagnella, Open Access, Bologna, Il Mulino, 2010, 13.

[257] Cfr. J. Gerring, D. Pemstein, A Political Science Peer Review and Publication Consortium, 10 luglio 2020, sul sito www.ssrn.org; J.A. Garcia, R. Rodriguez-Sanchez, F.J. Fedez-Valdivuia, Benefits of cooperative peer review, 9 aprile 2021, sul sito www.ssrn.com; R. Bagchi, L. Block, R. Hamilton, J.L. Ozanne, A Field Guide for the Review Process: Writing and Responding to Peer Reviews, in Journal of Consumer Research, 2017, 860 ss.; T.G. Gerwing et al., Re-evaluation of solutions to the problem of unprofessionalism in peer review, in Research Integrity and Peer Review, vol. 6, 2021, 3 ss.; L. Merry, J.K., Jarvis, K. Kupoluyi, J. Jomama, Lual, Doing Peer Review: Reflections From an International Group of Postdoctoral Fellows, in Journal of Research Practice, vol. 13(2), 2017, 3 ss.

[258] Il tema della adeguata professionalizzazione e qualità della peer review è oggetto di attenta analisi in letteratura; cfr. T. Gerwing et al., Re-evaluation of solutions to problem of unprofessionalism in peer review, in Research Integrity and Peer Review, 2021, 3 ss.

[259] Una discussione in parte già avviata con gli interventi di A. Angiolini, Ricerca, i rischi ignorati da chi valuta la qualità dei lavori, in Il Sole 24 Ore, 20 novembre 2019 e P. Miccoli, D. Checchi, La Ricerca? Deve diventare più accessibile, in Il Sole 24 Ore, 29 novembre 2019. Gli editori mantengono un ruolo essenziale nella filiera della produzione scientifica, ma una visione innovativa dovrebbe vedere un loro ruolo più attivo nei sistemi di valutazione (qualche accenno in S. Serpa, M.J. Santos, C.M. Ferreira, Challenges for the Academic Editor in the Scientific Publication, in Academic Journal of Interdisciplinary Studies, n. 3, 2020, 12 ss.), con investimenti e interventi, in coordinamento con la comunità scientifica, volti a garantirne il controllo della qualità della valutazione spesso affidata solo alla autonomia delle singole riviste.

[260] Cfr. EU Commission, Building Bridges, Breaking Barriers. The Smart Approach to Distance Between Disciplines in Research Projects, Final Report, 2014, 11.

[261] Tema questo ripreso da ultimo anche dal Miur, Programma nazionale per la ricerca, (nt. 109), 24. Cfr. anche Shape-ID, (nt. 232), 31.

[262] H. Aldrich, The Pitfalls and Promises of Creating Interdisciplinary Research Organizations on Campus, in J.H. Aldrich, (nt. 122), 193 parla con espressione a effetto di «babelizzazione» dei saperi.

[263] D. Rhoten, Intersdisciplinary Research: Trend or Transition, in Items Issues, vol. 5, 2004, 6.

[264] A. De Maio, L. Festa, Sotto le ceneri dell’università, Milano, BE Editore, 2009, 101.

[265] F. Resta, Ripartire dalla conoscenza, Torino, Bollati Boringhieri 2021, 11, 130.

[266] Cfr. Cun, Parere generale, n. 22 del 7 maggio 2018. Riassumendo il raggruppamento disciplinare rappresenta l’unità elementare per definire gli ambiti disciplinari e viene descritto da una declaratoria che indica gli aspetti qualificanti della didattica e della ricerca. I raggruppamenti possono a loro volta essere articolati in prolifiche non fanno parte dei parametri di inquadramento disciplinare e che riflettono gli indirizzi scelti da ciascun docente. Accanto a questa articolazione si collocano i domini di ricerca. Il CUN poi auspica un confronto con la comunità scientifica e gli attori istituzionale per la definizione di una tassonomia dei profili. L’invito cioè è quello, di studiare ed elaborare ambiti di ricerca dove le dorsali interdisciplinari potrebbero trovare adeguata e solida collocazione.

[267] Cfr. R. Costi, (nt 6), 42 che continua: «anche episodi recenti hanno dimostrato che persone di modestissima qualità hanno avuto il potere di esprimere valutazioni sul metodo della ricerca scientifica; valutazioni alle quali non sarebbero mai stati chiamati dalla categoria. E sulla base di queste valutazioni hanno deciso di consentire o di negare ad un ricercatore l’ac­cesso all’università».

[268] Cfr. N. Urbinati, L. Vandelli, La democrazia del sorteggio, Torino, Einaudi, 2020, 164.

[269] M. Morcellini, Coabitare i confini per attraversare i saperi: la frontiera pragmatico-comunicativa in Catechetica ed Educazione, Interdisciplinarità e transdisciplinarità, (nt. 203), 87.

[270] A titolo di mero esempio richiamo il documento del Dipartimento Economia e Management dell’Università di Ferrara del 10 settembre 2018, peraltro fortemente critico nei confronti dei criteri ANVUR che definisce alcune direttrici al quali ispira le proprie procedure di valutazione dell’area. Il documento, esplicitamente lett. d) punto 59, valorizza l’interdisci­plinarità. Lo richiamo anche perché confesso di averlo scoperto casualmente durante una ricerca per altri motivi sulla rete (la serendipity, appunto) e forse potrebbe essere utile una raccolta anche informativa di esperienze e prassi in questa materia.

[271] Piano nazionale di ripresa e resilienza, Missione n. 4 Istruzione e Ricerca, 2021, 183.

[272] Assonime, Misure per migliorare il funzionamento della Giustizia Civile, Note e Studi n. 7/2021, 20.

[273] E ci si deve quindi chiedere, sempre a titolo di esempio, fino a che punto non sia necessario introdurre nei corsi istituzionali quegli elementi di analisi economica del diritto o di economia comportamentale ai quali si è fatto cenno.

[274] Utilizzando, in questo caso, le parole di G. Terranova, I principi e il diritto commerciale, in Riv. dir. comm, 2015, I, 183 ss., che sottolinea la necessita di «ricostruire lo scenario, per il quale la norma era stata pensata, o nel quale deve essere applicata (e da qui la ben nota dialettica tra un’interpretazione storica, o soggettiva, e un’interpretazione sistematica, attualizzante).

[275] Così le ricerche che oltre al più tradizionale sviluppo del dato storico e comparatistico si confrontano costantemente con il dato empirico, oppure utilizzano canoni e paradigmi provenienti da altri campi del sapere.

[276] Per scendere sul concreto si prenda l’esempio, tra quelli fatti e non certo esaustivi, della sostenibilità. La costruzione di un percorso formativo e di ricerca presuppone di ben comprendere come e in che misura le diverse competenze si possono integrare, quali sono gli obiettivi culturali che si intendono raggiungere e infine quali diversi ambiti disciplinari coinvolgere.

[277] E. Shafak, Non abbiate paura, Milano, Rizzoli, 2020, 21.