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Il pericolo di un´unica storia: il diritto (commerciale) e le nuove frontiere dell´interdisciplinarità

Francesco Vella, Professore ordinario di diritto commerciale, Università degli Studi di Bologna

L’articolo si concentra sul concetto di interdisciplinarità, tentando di identificare gli ostacoli istituzionali che ancora impediscono il pieno dispiegarsi di un reale dialogo tra le diverse discipline giuridiche, con particolare riferimento al diritto commerciale.

The danger of a single story, (commercial) law and the new frontiers of interdisciplinarity

The article focuses on the concept of interdisciplinarity in company and commercial law. The aim is to identify the institutional obstacles that discourage or hamper interdisciplinary work and to propose a new strategy to remove the barriers across disciplinary boundaries.

Keywords: company and commercial law; interdisciplinarity; peer review

Sommario:

1. Introduzione. - 2. Dialoghi. - 3. Dalla governance all’intelligenza artificiale: vecchi e nuovi territori. - 4. Sostenibilità senza interdisciplinarità. - 5. Il rischio del “nulla dietro”. - 6. L’anguilla - 7. Paradigmi, pandemie e grandi cuochi - 8. Alla ricerca del prefisso giusto - 9. Giuristi e ingegneri. - 10. Da Heisenberg a Papa Francesco: verso la transdisciplinarità. - 11. Problemi difficili, anzi impossibili. - 12. Abitare la inter- e la transdisciplinarità. - 13. Bazzicare tra saperi alla ricerca dell’ignoto - 14. Imparare a valutare - 15. Conclusioni: tre domande - NOTE


1. Introduzione.

Chimamanda Ngozi Adichie è una giovane scrittrice nigeriana con alle spalle vari e premiati romanzi, ma che deve la sua notorietà soprattutto ad una celebre conferenza tenuta sulla piattaforma TED sul «pericolo di un’unica storia» [1]. Riassumendo, secondo Chimamanda quando si trasforma il racconto in un’unica storia senza guardare alle diversità si finisce sudditi degli stereotipi; al contrario «quando rifiutiamo l’unica storia, quando ci rendiamo conto che non c’è mai un’unica storia per nessun luogo, riconquistiamo una sorta di paradiso», un paradiso che un altro scrittore nigeriano Chinua Achebe definisce un «equilibrio di storie». Parafrasando Chimamanda Ngozi ci si può chiedere se oggi il diritto commerciale (ma questa è una dinamica che investe tutto il diritto) sia in grado di realizzare un «equilibrio di storie», sia cioè capace di riflettere e raccontare realtà sempre più complesse e ricche di sfaccettature pur rimanendo ancorato ai suoi rigidi confini disciplinari, o se invece sia necessario immaginare nuovi perimetri e nuovi confini, interrogandosi sul se e come interloquire con altri campi del sapere. Non si tratta certo di una domanda nuova: abbiamo alle spalle una lunga e appassionante storia di idee che hanno segnato vivaci dibattiti e confronti su questi temi. Potremmo prendere come primo, ideale punto di riferimento le parole di Cesare Vivante nel suo trattato di diritto commerciale del 1893, quando chiedeva di guardare alla ormai famosa «natura delle cose» e di studiare la «pratica mercantile, dominata com’è da grandi leggi economiche» [2]. D’altronde, come testimoniano recenti ricerche, quello era un periodo ricco di «contributi variegati e stimolanti, competenze diverse, nell’insieme espressione di studiosi impegnati a riflettere sui nuovi problemi del mondo economico, dell’organizzazione del lavoro, del rapporto tra discipline, nella crisi ormai irreversibile dello Stato liberale» [3]. Lo stesso Vivante, secondo la bella biografia di Angelo Sraffa curata da Annamaria Monti, nell’ambito di una severa valutazione nel concorso per la promozione a ordinario valorizzava in Sraffa «la pregevole attitudine a studiare i fatti giuridici nell’ambiente economico e sociale» [4]. Prendendo a [continua ..]

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2. Dialoghi.

Un’altra traiettoria, altrettanto nota e meritevole di un rapido richiamo per il rilievo assunto nel campo del diritto commerciale e per le prospettive che le sue diverse e molteplici curvature aprono, riguarda l’interdisciplinarità che potremmo adesso definire “esterna” e cioè al di fuori delle articolazioni disciplinari. Qui il riferimento è alla maturazione del dialogo con l’apparato analitico delle scienze economiche e alla grande diffusione anche nel nostro panorama dell’analisi economica del diritto. Una diffusione ricca di molteplici sfaccettature e dal percorso non sempre lineare, tanto che qualcuno guardando a questo percorso, ha preferito usare non il singolare, ma il plurale, in un contesto dove «molti degli scritti in materia continuano, chi sa se opportunamente o meno, a sforzarsi di definire cosa debba o possa stare dentro i recipienti etichettati nel suddetto modo» [23]. In uno sforzo di sintesi, possiamo individuare un filo conduttore nello scrutinio con la lente dell’economista delle conseguenze delle scelte normative sugli individui e della misurazione del grado di efficienza di queste nei diversi teatri nei quali operano. Non si può non sottolineare come questi paradigmi abbiano messo in moto molte energie non solo in campo accademico, ma anche sul terreno della giurisdizione e della elaborazione delle norme. È ricca l’offerta formativa su queste materie (in verità più nelle facoltà di economia), e non mancano le indagini sul grado di penetrazione nei canoni interpretativi di giudice e interprete «capace di guardare alla fattispecie concreta con una visuale più ampia propiziata, appunto, dal dialogo con una impostazione che nulla concede ai luoghi comuni della sua educazione e costringe, ad ogni piè sospinto a rimetterli in discussione» [24]. D’altronde, nella stagione delle grandi riforme che hanno investito a cavallo dei due secoli le regole dei mercati finanziari e il diritto societario, vi sono stati alcuni rilevanti provvedimenti all’interno dei quali il singolo disegno legislativo era direttamente funzionalizzato al raggiungimento di determinate performance, e per questo motivo al centro di un’intensa comunicazione, se non proprio sintonia, tra giuristi ed economisti, sfociata nella nascita di luoghi di scambio e produzione di idee che hanno partorito ambiziosi [continua ..]

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3. Dalla governance all’intelligenza artificiale: vecchi e nuovi territori.

Le dinamiche appena descritte impongono al giurista, e non solo ovviamente nel diritto commerciale, la ricerca di un nuovo bagaglio concettuale per confrontarsi con orizzonti e prospettive inimmaginabili fino a qualche tempo fa. Recentemente un importante studio proprio per consolidare la tenuta della behavioral law and economics, accusata di fondarsi su una lista di anomalie di comportamenti irrazionali non riconducibili ad un unico e coerente impianto teorico, ha richiamato i principi della teoria dei quanti sul presupposto che «both human decision and particle measurements are influenced by forms of path dependency» [49]. Semplici spunti di riflessione, ma che comunque segnano una direzione: Rodolfo Sacco nel presentare la sua opera, Il diritto muto, ringraziava gli studiosi dell’uomo vivente: «Grazie etologi, grazie genetisti, grazie neuroscienziati. Per ora vi ringrazio a nome degli antropologi del diritto. Spero che un giorno qualcuno vi ringrazi a nome di tutti i giuristi allorché questi ultimi avranno inteso quale debba essere la loro formazione e avranno così scoperto a chi sono debitori» [50]. Essere debitori non significa naturalmente, un’accettazione incondizionata di queste suggestioni, anzi il contrario, e cioè accogliere in senso critico e costruttivo gli apporti delle altre branche del sapere, necessari per comprendere fenomeni sempre più complessi e multiformi. Numerose le direttrici lungo questa strada, alcune già abbondantemente sperimentate, altre ancora ricche di grandi potenzialità. Tra le prime si possono sicuramente annoverare le continue interazioni tra il diritto e le scienze aziendali e contabili [51]. Queste interazioni sono state rafforzate e valorizzate da recenti politiche legislative, ed il riferimento è soprattutto al codice sulla crisi d’impresa, la cui elaborazione interpretazione e concreta applicazione richiede non solo dialogo, ma lavoro comune [52]. Si pensi, poi, allo studio delle diverse articolazioni della governance, nelle sue sfaccettature, pubbliche e private, tra loro connesse e con il giurista che deve considerare anche gli esiti di analisi sociologiche e financo comportamentali (in fin dei conti gli organi di governo sono sempre gruppi di donne e uomini che decidono). Un concetto, sottolineano gli studiosi più sensibili a questi temi, trasversale che ormai «fa da [continua ..]

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4. Sostenibilità senza interdisciplinarità.

Parlando di territori dove troviamo sempre diffusi esercizi di interdisciplinarità, è necessario il riferimento ad una direttrice di ricerca che origina in antichi e mai conclusi dibattiti sulla natura dell’impresa e il perimetro dell’in­teresse sociale. Questa direttrice si è diversificata e arricchita di importanti filoni di studio coniugati con l’evoluzione degli ordinamenti attraverso i difficili passaggi delle crisi (quella finanziaria di inizio secolo e quella che stiamo vivendo). Una discussione che sta richiamando energie di studiosi e operatori e che ha avuto rilevanti conseguenze, sia negli assetti normativi in sistemi profondamente diversi tra di loro (a testimonianza che la path dependence conta, ma fino ad un certo punto), sia in molteplici prassi di self-regulation. Il giurista deve ora confrontarsi con grandi aree tematiche prepotentemente entrate nell’agenda dei regolatori, come la tutela delle diverse constituencies coinvolte nell’attività di impresa a fronte di quella che è stata definita con diffidenza l’idolatria dello shareholder value, oppure la valorizzazione di orizzonti di lungo periodo nell’investimento azionario e nelle gestioni imprenditoriali a sua volta coniugate con sempre più ricchi presidi di responsabilità sociale; e tutto questo in una geografia dove, attraverso forme di contaminazione e ibridazione, i continenti del profit e del non profit non sono più così distanti come una volta [75]. In definitiva tutti, dalle istituzioni agli attori economici, dalle istanze politiche a quelle sociali, sono alla ricerca di nuovi equilibri nei rapporti con gli stakeholder, e questo avviene sotto il grande ombrello della sostenibilità, concetto che ambisce a essere onnicomprensivo, ma che rappresenta ancora territorio dai confini molto mobili e spesso ambigui [76], una sorta di «cloud o concetto nuvola che tutto promette» e che rischia di annoiare [77]. Un caleidoscopio in continuo mutamento [78] nel quale non è certo facile orientarsi ma che, ed è questo che qui interessa, non si riuscirà mai a catturare, interpretare, decifrare e ordinare, senza comprenderne le molteplici sfaccettature grazie alle chiavi di lettura offerte da altri saperi [79]. Emblematico, sotto questo profilo, il tormentato, nel senso di ampiezza di contributi, ma difficoltà a [continua ..]

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5. Il rischio del “nulla dietro”.

Il rapido e sicuramente non esaustivo sguardo su un percorso che, radicato in profonde radici storiche, arriva fino ai nostri giorni non può non concludersi con la domanda banale, ma cruciale, che si è posto Tommaso Greco: «se i grandi Maestri del diritto – ai quali guardano con ammirazione i giuristi contemporanei (quelli cioè che formano oggi i giuristi di domani), non solo sottolineano tutti, indistintamente, qualunque sia la loro appartenenza disciplinare e scientifica, l’importanza per il giurista di una visione ampia, interdisciplinare, culturalmente fondata e consapevole, per quale motivo non dovremmo prenderli sul serio?» [110]. E, si può aggiungere, cosa significa prendere sul serio l’interdisciplinarità? Sono domande più che giustificate, perché se da un lato è emersa con forza la consapevolezza dell’importanza di una apertura verso l’acquisizione dei contributi provenienti da altri campi del sapere, dall’altro vi è l’esigenza di individuare con precisione il perimetro entro il quale l’interdisciplinarità si deve estendere, e soprattutto quali ne possano essere sul piano di metodi e contenuti, le declinazioni, per renderla realmente operativa nella attività di ricerca e in quella didattica. Questo perché spesso si ha la sensazione di un’espressione decisamente inflazionata, o per dirla con la frase a effetto di un’indagine internazionale [111], di una signora molto sexy e attraente, ma di scarsa reputazione quando si tratta concretamente di farla entrare nel panorama accademico. Guardando a casa nostra, Roberto Caso in un articolo pubblicato sul sito Roars nel 2014, analizzando numerosi provvedimenti (compresi 9 statuti di Università) ha parlato di una interdisciplinarità tanto frequentemente proclamata come principio ispiratore di ricerca e formazione, quanto nei fatti del tutto disattesa se non ostacolata [112]. E partendo proprio dall’angolo visuale prima richiamato dello studio dei sistemi complessi, uno dei pionieri di questa materia, Mauro Ceruti, ha dovuto constatare come a fronte della imprescindibile esigenza di approcci integrati, manchino del tutto territori non recintati dove l’interazione tra saperi possa realizzarsi [113]. È difficile non concordare con le parole di Raffaella Scarpa in un interessante volume [114] [continua ..]

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6. L’anguilla

Ritornando alla metafora, una simile opera di aratura è ovviamente incompatibile con la dimensione di un saggio, ma si può forse disegnare una prima trama per aprire alcune aree di riflessione, indicando quanto meno le possibili linee di policy in grado di affrontare concretamente le sfide dell’interdisci­plinarità. In sostanza, si guarda al paesaggio con qualche inevitabile sacrificio delle esigenze di focalizzazione su alcuni pur importanti passaggi: è una scelta sicuramente parziale, ma obbligata. Una banale ricerca sulle banche dati è scoraggiante per la sconfinata e ricchissima letteratura in materia, che ricomprende più meno tutti i campi del sapere e che rende ardua qualsiasi pretesa di organicità. Analisi teoriche, ricerche metodologiche, descrizioni di esperienze sul campo, rilevazioni empiriche, incroci e interlocuzioni nelle scienze (e con questa espressione si ricomprendono sia quelle umanistiche sia le c.d. scienze “dure”) al cui interno è veramente difficile trovare un filo conduttore. Se soltanto si prende come riferimento la grande produzione di riviste (in realtà per quanto riguarda le scienze sociali prevalentemente nel mondo anglosassone e incomparabile con quella nostrana) ci si trova di fronte all’obiettivo comune di una riorganizzazione delle discipline [131], ma con molteplici diramazioni, tra chi lo realizza aprendosi a contributi provenienti dai più svariati settori, a chi invece si concentra sulle metodologie di ricerca [132], a chi infine segue traiettorie interne a singole articolazioni scientifiche, compreso, naturalmente, il diritto [133]. E una analoga verifica sulla rete mette in evidenza un fitto tessuto di università e centri di ricerca organizzati anche in forma di network di coordinamento [134], con un’offerta formativa estesa alle attività post-laurea (diffusa anche nel nostro sistema) ricca e variegata, dove l’interdisciplinarità rappresenta sempre lo specifico valore aggiunto. Un panorama, quindi, molto ampio e dai confini estesi, tanto che si sente l’esigenza di una mappatura che aiuti a orientarsi [135], ma un panorama che nasconde l’insidia di una scarsa attenzione a come la dimensione interdisciplinare si realizza nelle sue diverse e concrete applicazioni, evitando che rappresenti il classico ingrediente utile solo per insaporire il piatto. Anche [continua ..]

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7. Paradigmi, pandemie e grandi cuochi

Un chiarimento che parte dalle linee indicate nelle classiche ma ancora attualissime analisi di Thomas Kuhn, quando, alla luce della sua teoria fondata sul concetto di paradigma come asse portante delle identità disciplinari nella scienza, metteva in evidenza come le innovazioni avvengono non attraverso un processo cumulativo che si manifesta con ulteriori ampliamenti dei confini del paradigma, ma con l’edificazione di un nuovo campo che ne modifica radicalmente impostazioni teoriche e metodologie applicative [143]. Lo sviluppo della scienza presuppone radicali innovazioni in grado di mettere «in discussione tassonomie, metodi e modi di pensare delle discipline tradizionali» [144], poiché la frammentazione si dimostra inadeguata a confrontarsi con problemi e bisogni economici e sociali sempre più complessi. Temi oggetto da tempo di studi e ricerche sulla evoluzione delle università come organizzazioni di produzione e trasformazione della conoscenza [145], secondo una linea evolutiva che si articola, in analogia con il modello a tripla elica del DNA, su tre pilastri: università, governi e imprese, che connotano tutti i mutamenti di un sistema di ricerca in grado di rispondere ai bisogni di innovazione attraverso quella che potremmo definire una «rimappatura delle culture e dei saperi» [146]. Questo modello nel corso del tempo ha subito una ulteriore maturazione verso un assetto a cinque eliche con l’aggiunta dei pilastri sociali ed ecologici che connotano la transizione delle economie verso il ventunesimo secolo. Le università si stanno indirizzando verso «more socially accountable research entities encompassing actors from inside and outside universities and different disciplinary backgrounds» [147]. Assumono, in altri termini, un più spiccato ruolo nel generare conoscenze e apprendimento utili a rispondere ai bisogni sociali provenienti dal mondo esterno, ruolo generalmente ricondotto nell’alveo della c.d. terza missione [148]. In realtà ancora si discute sul perimetro e le ricadute pratiche di questa funzione [149], ma è innegabile ormai che l’istituzionalizzazione dell’apertura e del trasferimento delle conoscenze, includendo non solo attività di valorizzazione economica della ricerca, ma anche iniziative con caratteristiche sociali culturali ed educative (utilizzo la descrizione [continua ..]

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8. Alla ricerca del prefisso giusto

L’insieme di tutte queste circostanze ci mette di fronte a sfide sicuramente ambiziose, ma che mai come in questo momento meritano di essere colte per evitare, su un terreno così fecondo per lo sviluppo della ricerca, di allungare la lista, come è noto decisamente nutrita, delle occasioni mancate nella storia del nostro paese. È però necessario un altro chiarimento. Infatti, nel linguaggio comune, la parola disciplina è arricchita da vari prefissi: pluri, multi, inter, cross (nel mondo anglosassone), trans, post, attribuendo spesso significati simili a espressioni che riflettono metodologie non sempre del tutto assimilabili. Anche in questo caso una ricca letteratura scientifica si è a lungo esercitata nel tentativo di mappare le aree di dialogo tra discipline, ma gli esiti, sia sul piano teorico che su quello delle verifiche empiriche, non sono ancora del tutto consolidati. Esistono sicuramente tratti caratterizzanti le diverse forme di integrazione, ma esistono anche confini mobili; la rappresentazione può essere quella di una linea evolutiva ascendente con alla base le modalità di semplice dialogo, reciproca conoscenza e fertilizzazione e all’apice i paradigmi più evoluti, dove, come vedremo, la trasgressione rispetto ai tradizionali comparti settoriali è più intensa. Un’altra rappresentazione potrebbe essere quella di un grande ombrello, quello appunto dell’interdisciplinarità, sotto il quale prendono vita diverse modalità di sperimentazione tra loro complementari. Una rigida catalogazione corre quindi il rischio di semplificare troppo realtà complesse e in continuo movimento, ma è comunque necessaria per delimitare il terreno e successivamente discutere, come dicevamo prima, degli attrezzi per dissodarlo. Alla base della traiettoria ascendente si collocano le più tradizionali forme di pluri- o multidisciplinarità, tradizionali perché più diffuse nella prassi. In questi casi l’approccio è quello di un oggetto di ricerca osservato da angolazioni e competenze che si muovono in parallelo. Si realizzano certo importanti scambi di idee e orientamenti, si apprendono teorie, concetti e metodologie di lavoro di altre specializzazioni, ma alla fine, tornando alla definizione di Kuhn, il paradigma non cambia, nel senso che si rimane comunque asserragliati all’interno dei propri [continua ..]

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9. Giuristi e ingegneri.

È bene subito precisare che i tratti appena richiamati sono volutamente riassuntivi, ma qui veramente la sintesi si impone perché dalla mole di contributi in materia [175] emerge una varietà di definizioni del metodo interdisciplinare impossibile da rappresentare nella sua interezza. C’è solo l’imbarazzo della scelta ed io, con tutti i rischi di parzialità che questo comporta, ne ho scelta una tra le tante che descrive il metodo come qualcosa in più del semplice leggersi qualche libro di altre materie o lavorare insieme ai colleghi che le studiano. Comporta avere attenzione a come si pensa, a come ci si rapporta agli altri, al linguaggio che usiamo, a come comunichiamo e co-creiamo conoscenza. Richiede persone abituate e propense a lavorare fuori dalle conoscenze di base del proprio settore e che «sono contente e felici di rischiare» (ma devono essere in grado di poterlo fare, aggiungo): «il compenso è nuova illuminazione su vecchi problemi» [176]. Naturalmente una mappatura del fenomeno, per non rimanere troppo in superficie, non può fermarsi ai soli aspetti definitori. Nella tassonomia dell’inter­disciplinarità si distingue tra “Narrow ID”, quando si è in presenza di contenuti di ricerca, metodologie e paradigmi con una maggiore contiguità (si fa l’e­sempio della storia e della letteratura) e “Wide ID” dove dialogano forme di conoscenza più distanti (scienze esatte e umanistiche) [177] e in questo secondo caso, lo abbiamo visto a proposito di Horizon 2020, percorsi e processi sono decisamente più complessi e accidentati. Inoltre, non si può ovviamente prescindere da censimenti e analisi delle esperienze maturate in ambiti universitari ed extra universitari (ad esempio nei grandi think thank), perché al di là dei pur importanti tentativi di definire un apparato concettuale che possa costituire una sorta di framework di riferimento, è importante comprendere come nelle prassi si manifestano potenzialità e criticità della interdisciplinarità. È infatti sempre più frequente rintracciare studi nei quali riflessioni di carattere generale sono seguite da evidenze empiriche e case studies [178]. Sono evidenze spesso difficili da ricondurre a unità, perché maturate in contesti e sistemi molto [continua ..]

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10. Da Heisenberg a Papa Francesco: verso la transdisciplinarità.

Decisamente più difficile è invece la celebrazione del compleanno di una cinquantenne da tutti desiderata, ma ancora in parte sfuggente. Fuor di metafora è raro trovare articoli, analisi, volumi, position paper, documenti ufficiali fino all’ultima comunicazione della Commissione CE sulla creazione del­l’Area Europea dell’Educazione entro il 2025 [190], che non invochino quello che ormai è divenuto il vero obiettivo cui aspirare, un autentico mantra, l’ul­timo prefisso: la trans-disciplinarità. Non si tratta in questo caso di una semplice intersezione tra più discipline che dialogano, ma alla fine rimangono pur sempre esistenti e distinte, ma di un diverso sistema teso a riconfigurare teorie e metodi che abbattono completamente, senza più tornare indietro, confini e barriere (tant’è che qualcuno lo sostituisce con il prefisso post) [191]; di qui le difficoltà, al di là dei richiami retorici, nel declinarne tutte le implicazioni pratiche. Nel settembre del 1970, appunto esattamente cinquant’anni fa, si teneva in Francia un convegno organizzato dall’OECD dove Jean Piaget coniava il nuovo termine [192], chiedendosi se avesse ancora senso conservare un prefisso che indica una semplice relazione o se non ci si dovesse evolvere verso uno stadio superiore che quella relazione la trascende completamente, attraverso la creazione di un nuovo corpus di conoscenze [193]. Una sfida decisamente ambiziosa sulla quale, nel corso di mezzo secolo, si sono confrontati studiosi delle più svariate provenienze, un confronto accompagnato da sperimentazioni in sedi universitarie, in centri transdisciplinari appositamente creati, in altre strutture di ricerca. Quello che forse può essere considerato uno dei padri di questo movimento Basarab Nicolescu, si è mosso nel solco degli esiti della fisica quantistica e del noto principio del superamento della divisione tra soggetto che osserva e realtà osservata (che quindi viene rifiutata nella sua oggettività), con una chiave di lettura secondo la quale oltre le discipline «precisely signifies the Subject, more precisely the Subject-Object interaction. The transcendence, inherent in transdisciplinarity, is the transcendence of the Subject. The Subject cannot be captured in a disciplinary camp» [194]. Una linea di pensiero che, lo dice lo dice [continua ..]

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11. Problemi difficili, anzi impossibili.

L’esempio appena riportato è sintomatico di tutte le difficoltà che l’approc­cio allo studio di questa materia comporta; si aprono sempre territori da esplorare prima sconosciuti (appunto, come nell’Universo descritto da Nicolescu) e si ha la classica impressione di grattare solo in superficie e non riuscire mai a “tirare la riga” per non lasciare indietro chiavi di lettura, impostazioni teoriche e progetti sperimentali che la sterminata letteratura offre. Rassegnandosi a convivere con questi limiti, si può comunque delineare una prima bussola di orientamento per praticare l’interdisciplinarità nella sua forma forte, secondo le indicazioni del Pontefice. Come già accennato il primo passaggio riguarda la definizione del perimetro di indagine in grado di promuovere nuovi paradigmi di ricerca [206] seguendo il tipico approccio problem solving [207]; la scelta transdisciplinare è ritenuta ormai necessaria e imprescindibile per affrontare quelli che la dottrina anglosassone definisce wicked problem. È difficile tradurne il significato (c’è chi parla di problemi contorti o scellerati) ed identificarne con precisione i contorni, ma paradossalmente è proprio questa la loro caratteristica, così come decritta nel famoso decalogo di Horst Rittel e Melvin Webber che, per primi, nel 1973 [208] formularono il concetto e che tuttora rappresentano il punto di riferimento obbligato in materia. In sostanza, siamo in un contesto dove la complessità raggiunge la sua massima espressione con una molteplicità di interessi in gioco tra loro spesso in contraddizione, un elevato grado di incertezza, la conclamata assenza di vie di uscita rapide e semplificatrici (infatti l’opposto dei wicked sono i tame problems, più facilmente addomesticabili, magari con un algoritmo), la mancanza di punti di riferimento derivanti da pregresse esperienze, l’intrecciarsi di innumerevoli variabili tali per cui, secondo il n. 2 del decalogo di Rittel e Webber, «they have no stopping rule». Problemi pieni di sfaccettature non illuminabili con un solo fascio di luce, in un coacervo di informazioni che rendono difficile orientarsi semplicemente accogliendo gli input di diverse discipline [209], ma presuppongono l’integrazio­ne tipica, appunto, della transdisciplinarità; non un coordinamento ma un fare [continua ..]

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12. Abitare la inter- e la transdisciplinarità.

Una cassetta che si arricchisce costantemente insieme alla diffusione di analisi teoriche e applicative; vi sono tuttavia alcuni attrezzi che meritano un richiamo perché come qualcuno ha detto sono assolutamente necessari per “abitare” la transdisciplinarità (o l’interdisciplinarità forte), e recentemente alcuni utili e autorevoli rapporti, come quello di Shape-ID [220] ne offrono un sintetico catalogo. In primo luogo, proprio in ragione della particolare complessità dei problemi oggetto della ricerca, questa non può essere che “partecipativa”, con un coinvolgimento degli stakeholder [221] in grado di integrare conoscenza scientifica e non scientifica; una sorta di apprendimento reciproco tra scienza e società [222]. Questo, dal punto di vista pratico, significa che oltre ai tradizionali passaggi iniziali, identificazione del problema e ricognizione delle discipline impegnate, condivisione della griglia di dati da acquisire e delle conoscenze da condividere, nell’approccio transdisciplinare non può mancare, secondo orientamenti condivisi dalla letteratura in materia [223], un processo di individuazione e successivo coinvolgimento degli attori sociali, in vista poi di una verifica di impatto, sui contesti nei quali operano, dei risultati della ricerca. In findei conti le già richiamate ultime linee di valutazione ANVUR sulla terza missione sembrano andare in questo senso. Sono passaggi non certo semplici, che presuppongono, altro fondamentale ingrediente della cassetta degli attrezzi, la creazione di ambienti e strutture che agevolino lo scambio transdisciplinare [224]. Questo criterio generale si dirama in molteplici direttrici, che attraversano innanzitutto l’organizzazione universitaria. Non si tratta, tanto di “demolire i dipartimenti” [225], quanto di generare spazi che consentano, anche qui utilizzo un’espressione riassuntiva che mi è parsa efficace, di “tirare ponti” tra discipline. Le esperienze sono diffuse, da quelle più conosciute e tradizionali come i centri interdipartimentali, a quelle più avanzate come la francese Science Po, modello al quale si è fatto riferimento per delineare nuovi percorsi per gli studi giuridici [226]. Non è però sufficiente una piattaforma organizzativa, che può anche sfruttare le potenzialità [continua ..]

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13. Bazzicare tra saperi alla ricerca dell’ignoto

Sono, questi, passaggi necessari per creare luoghi e spazi dove possano affermarsi ricercatori (e studenti) in grado di relazionarsi a culture diverse da quelle di provenienza, imparare a comunicare e a sintetizzare con una lingua franca che concili lessici spesso molto lontani, e soprattutto dotarsi di skill cognitivi, come modestia, tolleranza, curiosità, capacità di guardare a tutte le interconnessioni, per cogliere e sviluppare nuove idee e stimoli creativi. Abituarsi allo stare e pensare insieme (il critical e il collective thinking) [232] presuppone queste abilità senza le quali il superamento delle tradizioni del tribalismo accademico [233] sarà difficile. Non è un caso che una parte significativa della ricerca sui metodi interdisciplinari dedichi ampio spazio a questi profili [234], spesso sottovalutati. Per comprenderne la portata in tutta la loro concretezza può essere utile offrire due esempi. Parlare di strategie comunicative significa prendere consapevolezza che molte delle più rilevanti innovazioni scientifiche si sono realizzate «bazzicando» [235] in campi contigui o lontani dai saperi di provenienza, e quindi il primo compito dello studioso è quello di consentire ai propri colleghi di “bazzicare” agevolmente. Guardando in casa propria, i giuristi, se da un lato possono pretendere di non essere sommersi da formule matematiche, dall’altro devono imparare ad esprimersi con strumenti in grado di trasferire facilmente le loro idee. Immaginare la produzione di short paper [236] e di sintesi semplificate di letteratura [237] senza infliggere al prossimo letture di massicce monografie piene di espressioni come “orbene”, “siffatto” e “invero”, potrebbe rappresentare un utile sforzo. Uno dei passaggi più delicati nella creazione di un produttivo interscambio è il dover rintracciare strutture narrative che consentano l’appren­dimento di chi è abituato a raccontare la propria storia in maniera spesso opposta a ciò che l’interlocutore si aspetta, e bisogna quindi trovare la strada comune affinché scatti il punto di innesco delle buone storie [238]. Il che non significa, sia ben chiaro, condannarsi alla semplificazione rinunciando alle peculiarità dei propri metodi di lavoro (lo si ribadisce per l’enne­sima volta: [continua ..]

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14. Imparare a valutare

Non bisogna però nascondersi il rischio che anche armandosi di tutta la buona volontà per varcare i confini delle discipline ci si scontri con ambienti ostili che erigono ostacoli insormontabili. Se si tagliano subito le gambe a chi procede con un inevitabile passo incerto nell’esplorare piste di ricerca (perché cogliere spunti e idee non significa sapere tutto di tutto [245]) è chiaro che ogni tentativo di dialogo viene stroncato sul nascere. Non è un caso che la preoccupazione in assoluto prevalente nella letteratura in materia riguarda il sistema di valutazione dei prodotti scientifici e la struttura delle carriere accademiche, ancora fortemente squilibrati verso assi rigidamente disciplinari. Già si è accennato alle difficoltà di pubblicazione di lavori di “confine” e su riviste estranee ai settori di provenienza, difficoltà che, se accompagnate da metodologie di verifica e di filtro alla progressione di carriera orientate tutte a proteggere quei confini, finiscono di fatto dal rendere praticamente impossibile, soprattutto per giovani ricercatori, non solo prendere la rotta, ma anche semplicemente salpare verso nuovi saperi. Alla luce di quanto appena detto è evidente che la valutazione di un lavoro che ambisce alla inter/transdisciplinarità presuppone parametri non riconducibili alletradizionali e consolidate metodologie: bisogna tener conto del particolare timing di questi processi il cui esito dipende molta dalla prima fase di coordinamento e negoziazione tra competenze [246], dalla conseguente capacità di porre le più funzionali domande di ricerca, di selezionare ed elaborare dati spesso espressi in lessici non omogenei, da una puntuale e necessaria verifica dell’impatto dei risultati trasversale alle conoscenze espresse dai partecipanti. Così, ad esempio, ci si è chiesti come applicare a questi studi i criteri del rigore e della robustezza della ricerca che non possono essere evidentemente gli stessi interni ai singoli criteri di settore, e come vagliare l’adeguatezza delle argomentazioni per far sì che le assi interdisciplinari si intersechino armoniosamente senza gerarchie dominanti [247] e che valore dare, in sintesi, ad uno sforzo collaborativo, esposto, per la sua stessa natura, ad un più alto rischio di insuccesso. Per misurare l’asimmetria tra queste esigenze e la [continua ..]

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15. Conclusioni: tre domande

A questo punto bisognerebbe porsi la domanda finale e cioè quali sono i passi necessari per costruire un’agenda di lavoro per l’interdisciplinarità del futuro? Questo è compito che spetta ai titolari delle scelte di policy, tenendo conto, ovviamente, di un ordinamento universitario dove convivono e si intrecciano diversi livelli decisionali. Alla luce delle riflessioni che ho svolto è forse possibile suddividere la domanda generale in tre sotto domande. La prima. Nel 2009 Adriano De Maio e Lodovico Festa, un docente universitario già rettore del Politecnico di Milano e un giornalista, pubblicavano un volume a forma di intervista dove si affermava: «se c’è una tragedia centralistica incombente sull’università italiana è quella dei cosiddetti settori scientifici disciplinari» [264]. Dodici anni dopo, nel marzo 2021, un altro volume dove Ferruccio De Bortoli intervista il rettore del Politecnico Ferruccio Resta, sostanzialmente dice le stesse cose sulla rigidità dei settori e su quanto questa possa ostacolare ricerca e formazione adeguate ai bisogni sociali [265]. Perché, in un periodo di dodici anni, a fronte di critiche ripetute sino alla noia (non sono riuscito a trovare un difensore dei settori così come configurati) non è successo niente? È evidente che intervenire su organizzazione e classificazione dei saperi è il presupposto essenziale per rimuovere gli ostacoli (e come abbiamo visto non sono pochi) sulla strada di una forte interdisciplinartà, concretamente applicata e non solo vuotamente richiamata. Questa lunga inerzia è ancor più grave alla luce di alcune proposte, mi riferisco al parere n. 22 del 7 maggio 2018 del CUN relativo al «Modello di aggiornamento e razionalizzazione della classificazione dei saperi accademici e del sistema delle classi di studio, anche in funzione della flessibilità e della internazionalizzazione dell’offerta formativa», che pure una strada la indicavano. Il modello come è noto, si basa sulla differenziazione tra raggruppamenti disciplinari e domini di ricerca con «una chiara distinzione dei loro usi e funzioni e senza relazioni gerarchiche fra le due articolazioni» [266]. Un modello che può essere discusso e migliorato, ma che non meritava la caduta nell’ob­lio, rappresentando un punto di [continua ..]

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NOTE

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